di Arconte

Questa storia inizia nel forte in Exilles, la sera del 14 dicembre 1864. Siamo in una camerata, dove tutta una compagnia è schierata per la visita serale, eseguita dal sottotenente Leonardo Garbarino. Garbarino si rivolge al soldato Paolo Piacenza e gli ordina di pronunciare il suo numero di matricola. Piacenza non ubbidisce, Garbarino ripete l’ordine e Piacenza continua a non ubbidire.  Garbarino dà l’ordine di metterlo alla prigione semplice. A questo punto il soldato Piacenza estrae da sotto il cappotto la sua baionetta che vi teneva nascosta e colpisce tre volte il sottotenente Garbarino.

Scorcio dei porticati interni al forte di Exilles in Valle di Susa – foto di Paolo Barosso

Mentre Piacenza viene trascinato in cella, Garbarino viene visitato da un medico che gli riscontra tre ferite. La più grave è quella dovuta al primo colpo di baionetta, che ha raggiunto la coscia sinistra, e che guarirà in cinque giorni.

Piacenza, al suo secondo giorno di cella, commette una seconda insubordinazione.

Il 16 dicembre 1864, nel carcere di Exilles, prima si mette a urlare che i superiori erano tutti briganti ed assassini. Poi cerca, invano, di disarmare il soldato Pietro Vaghi, che sta facendo la guardia alle celle.

Così, il 7 marzo 1865, Paolo Piacenza, di Racconigi, di 33 anni, viene processato dal Tribunale militare di Torino, presieduto dal colonnello Santarosa. È accusato di due distinti reati di insubordinazione: quella con vie di fatto nei confronti del sottotenente Garbarino e quella nel carcere di Exilles. L’accusa è sostenuta dall’avvocato Ricciardi, la difesa dall’avvocato Canova.

Uniforme indossata dai Cacciatori Franchi dal 1860 al 1868

Nel dibattimento emerge che Piacenza, spinto da animo irascibile e malvagio, ha estratto la baionetta che occultava sotto il cappotto ed ha ferito Garbarino. Piacenza era però andato in camerata con la baionetta nascosta non per colpire Garbarino ma per passare all’azione contro il luogotenente Taddei, che odiava perché si riteneva preso di mira dai suoi ordini e dalle sue cattiverie.

Il Tribunale militare, di fronte al progetto di Piacenza di usare la baionetta contro il luogotenente Taddei, decide di considerare “premeditata” la sua insubordinazione con aggressione a Garbarino, anche se commessa verso un’altra persona in un impeto d’ira che esclude la premeditazione.

Con sentenza del 7 marzo 1865, il Tribunale militare di Torino condanna  Paolo Piacenza alla pena di morte, col mezzo della fucilazione nel petto (Astrea, anno III, n. 5 del 11-3-1865, p. 40).

Paolo Piacenza ricorre contro questa sentenza al Tribunale Supremo di Guerra di Torino, che esamina il suo caso il 30 marzo 1865. Il luogotenente generale Pastore è il Presidente; Tonello il Relatore. Il Pubblico Ministero è il commendator Cortellini e il difensore sempre l’avvocato Canova.

Il Tribunale Supremo di Guerra considera la sentenza del Tribunale militare con spirito assai critico.

Non convince quella decisione di considerare “premeditata” l’insubordinazione commessa in un impeto d’ira perché Piacenza aveva premeditato di aggredire il luogotenente Taddei.

Grata nel forte di Exilles – foto di Paolo Barosso

Leggiamo nella sentenza del Tribunale Supremo di Guerra del 30 marzo 1865: “… emerge chiaro che il Tribunale [militare], contro ogni principio di ragione, congiunse il disegno preconcetto di Piacenza di attentare alla persona del luogotenente Taddei, il quale non ebbe seguito, con l’atto commesso da Piacenza stesso, indipendentemente da quel disegno per causa subitanea verso il sottotenente Garbarino onde conchiudere che questo atto era stato commesso con premeditazione. Per questi motivi, annulla la sentenza del Tribunale militare di Torino della quale si tratta e rinvia la causa al Tribunale militare di Alessandria affinché, previo nuovo dibattimento, giudichi a termini di ragione e di giustizia” (Astrea, anno III, n. 11 del 27-4-1865, p. 87-88).

Cosa abbia deciso il Tribunale militare di Alessandria della sorte di Paolo Piacenza non lo sappiamo.