di Arconte
Anche questa seconda storia riguarda un soldato del Corpo Cacciatori Franchi ed inizia nel Forte di Fenestrelle, il 13 gennaio 1865.
Il protagonista della storia si chiama Angelo Marchesi, ha ventidue anni e proviene da Venezia.

Questo è il suo ritratto, che ci viene fornito dall’avvocato Matteo Bertone, redattore della rivista Astrea (anno III, n. 4 del 4-3-1865, pag. 32): “Angelo Marchesi è emigrato da Venezia, sua patria, e si è arruolato nell’esercito italiano (…) Ma Marchesi, di carattere pronto ed irascibile, non vuole adattarsi al rigorismo militare per cui non infrequentemente va soggetto a punizioni disciplinari. Ciò invece di emendarlo lo inasprisce maggiormente e non appena riacquista la libertà si rende disobbediente ai suoi superiori, sicché con sentenza 27 novembre 1862 venne per reato di disobbedienza condannato dal Tribunale di Alessandria alla pena del carcere per quattro mesi.
Nemmeno siffatta condanna gli è di stimolo a mettersi sulla retta via: poco dopo la sua scarcerazione, si rende insubordinato con vie di fatto, e il Tribunale militare di Torino, per tale reato, gli infligge la pena della reclusione per quattro anni con sentenza 17 settembre 1863.
La inesausta clemenza del Re con Decreto 21 dicembre 1864, gli condona la pena che ancora gli resta a scontare; ma egli vi corrisponde con un reato più grave dei primi”.
Quel 13 gennaio 1865, nel forte di Fenestrelle, Angelo Marchesi, venti giorni dopo aver ottenuto la grazia, trova di nuovo il modo di violare la disciplina.
Il luogotenente Pio Ghislieri rimprovera Marchesi di essersi presentato in ritardo alla vista delle due pomeridiane, Marchesi si mette a far chiasso con contegno irriverente. Ghislieri gli impone silenzio, Marchesi ribatte con impertinenza, con queste “sconce” parole: “Che silenzio delle balle”.

Nel cortile è raccolta l’intera compagnia, per svolgere la scuola di lettura e scrittura. Con gli altri ufficiali, vi è anche il capitano Luigi Pelizzari che controlla lo svolgimento della lezione. Sentendo l’impertinenza di Marchesi, il capitano Pelizzari ordina che sia cacciato in prigione semplice. Marchesi si avvicina al capitano Pelizzari, gli chiede con arroganza il motivo di questo ordine, poi lo afferra per il collo con le due mani, con tanta forza che il capitano non riesce a liberarsi con le sue forze. Marchesi è costretto a lasciarlo soltanto per l’intervento degli ufficiali, sottufficiali e soldati riuniti nel cortile.
Per questa “causa gravissima”, secondo la definizione dell’avvocato Bertone, il 4 marzo 1865, Marchesi è processato dal Tribunale militare di Torino, presieduto dal colonnello Santarosa, con l’assistenza dell’avvocato Corrado, suo difensore.
Il Tribunale accoglie le conclusioni del Pubblico Ministero, avvocato Ricciardi, e per insubordinazione con vie di fatto verso un superiore ufficiale con la circostanza aggravante della recidività, condanna l’accusato alla pena di morte mediante la fucilazione nel petto (Astrea, anno III, n. 4 del 4-3-1865, pag. 32).

Angelo Marchesi ricorre per l’annullamento della sentenza al Tribunale Supremo di Guerra, che esamina il suo caso nell’udienza del 30 marzo 1865. Il luogotenente generale Pastore è il Presidente; Mameli il Relatore. Il Pubblico Ministero è il commendator Cortellini e il difensore sempre l’avvocato Corrado.
Il Tribunale Supremo di Guerra respinge il ricorso, con sentenza del 30 marzo 1865 (Astrea, anno III, n. 11 del 27-4-1865, pag. 86).
Angelo Marchesi ormai può veramente contare soltanto sulla “inesausta clemenza del Re”.
Non finirà davanti al plotone di esecuzione. Con decreto reale 6 aprile 1865, la pena capitale gli è commutata in quella di venti anni di reclusione militare (Astrea, anno III, n. 25 del 22-8-1865, pag. 196).