di Paolo Barosso
Nel basso Canavese, sulle ondulazioni del bordo meridionale dell’anfiteatro morenico d’Ivrea, sorge il paese di Barone, formato da una manciata di case dai caratteristici tetti rossi armoniosamente inserite in un paesaggio collinare, rivestito di boschi alternati a prati, radure e vigneti.

L’abitato conserva due importanti testimonianze architettoniche del passato, la chiesa parrocchiale e il castello, entrambe firmate dallo stesso architetto, il canavesano Costanzo Michela, conosciuto soprattutto per aver progettato la bellissima chiesa di Santa Marta nel centro storico di Agliè, il paese dov’era nato nel 1689.

Il cancello d’ingresso al parco del castello è ben riconoscibile, affiancato dalla cosiddetta “Pera d’l beucc” (Pietra del buco), reperto di probabile origine preistorica, legato alla cultura megalitica, utilizzato in tempi recenti come segnavia e punto di ritrovo per gli abitanti del paese. Da qui prende le mosse un lungo viale ombroso, costeggiato da tigli, che conduce alla sommità dell’altura su cui poggia l’edificio settecentesco appartenuto ai conti Valperga di Caluso, feudatari del luogo.

La struttura, dalle evidenti linee tardo-barocche, viene definita “castello” secondo l’uso dei piemontesi che, allo stesso modo dei francesi, sono soliti estendere il significato di questo vocabolo ricomprendendovi residenze nobiliari ricostruite, o realizzate ex novo, in epoca moderna e ormai prive di connotazioni fortificate.

Il castello di Barone Canavese appare infatti come un’elegante dimora nobiliare di campagna eretta nella prima metà del Settecento, in forme tardo-barocche, sul sito di una più antica fortificazione, d’origine medievale, di cui non rimangono tracce evidenti.
La residenza venne fatta costruire per volontà dei conti Valperga di Caluso, proprietari del sito di Barone e titolari del feudo, che incaricarono della progettazione l’architetto Costanzo Michela, cui si deve, come già scritto, anche la realizzazione dell’elegante chiesa parrocchiale dedicata a Santa Maria Assunta, in parte rimaneggiata nel corso dell’Ottocento.

Già assistente e collaboratore dell’architetto regio Filippo Juvarra, soprattutto in qualità di contabile, Costanzo Michela si specializzò in seguito nella progettazione di edifici ecclesiastici, concentrando la propria attività nell’area canavesana, dove possiamo oggi ammirare le sue produzioni. L’opera più significativa, in cui il Michela sintetizzò temi juvarriani e guariniani, è la chiesa della confraternita di Santa Marta ad Agliè, che rappresentò il suo secondo incarico (il primo aveva riguardato la chiesa parrocchiale di Barone).

Nella chiesa di Agliè, costruita tra il 1738/40 e il 1760, la modellazione dell’esterno, in laterizio secondo la tradizione piemontese, non ha attinenza con l’organizzazione degli spazi interni, ma presenta una sua logica, determinata dal rapporto con il contesto urbano in cui l’edificio è inserito.
Il gioco di parti curve e piane, con gli effetti di luce-ombra e pieno-vuoto, che caratterizzano il prospetto della chiesa, affiancata da un leggiadro campanile di forma triangolare, stupiscono l’osservatore, ma è soprattutto l’interno a meravigliare per il dialogo attentamente studiato dal Michela tra gli arredi, le sculture lignee e gli stucchi, che non si limitano a una funzione decorativa, ma entrano a far parte del disegno architettonico, proponendo soluzioni ispirate alla cultura spagnola.

Fra le altre realizzazioni del Michela, ricordiamo la facciata della chiesa della Santissima Trinità a Valperga e la chiesa di San Giacomo a Rivarolo, eretta tra il 1733 e il 1775 sui resti di un’antica chiesa medievale.
Tornando al castello di Barone, la dimora, immersa in un rigoglioso parco, si mostra agli occhi del visitatore come una grande fabbrica incompiuta, caratterizzata nel disegno dallo stesso gioco di compenetrazione e intersecazione di spazi che ritroviamo nella chiesa di Santa Marta ad Agliè e in altre opere del Michela, sospese tra tardo-barocco e rococò.

Osservando il progetto del Michela, di cui si evidenzia la grandiosità rispetto all’esistente, è facilmente intuibile come il complesso residenziale ideato dall’architetto canavesano per i conti Valperga di Caluso, signori di Barone, non sia mai stato portato a termine, e che l’edificio oggi visibile corrisponda soltanto a una delle due maniche laterali, mancando completamente il padiglione centrale e la seconda ala, previsti nel disegno iniziale.

Il castello medievale di Barone, su cui si innesta la fabbrica settecentesca del Michela, ebbe vicende tormentate, finendo distrutto o comunque gravemente danneggiato, come altri castelli canavesani, in occasione delle scorrerie compiute in Canavese dai mercenari tedeschi già al comando di Lodrisio Visconti nel 1339, l’anno che segnò l’inizio del lungo conflitto conosciuto come “Guerra del Canavese”, di cui abbiamo una (parziale) descrizione nell’opera “De bello canepiciano” pubblicata dal cronachista e notaio novarese (ma in parte canavesano, in linea paterna) Pietro Azario (1312- post 1366).

La guerra, secondo la ricostruzione dell’Azario, aveva tratto origine dagli aspri contrasti tra le due famiglie comitali dei Valperga, di parte ghibellina, e dei San Martino, di parte guelfa, apparentate ma divise da accese rivalità: i primi contavano sull’appoggio dai marchesi Paleologi del Monferrato e i secondi erano forti dell’alleanza stretta con i principi di Savoia-Acaia, che al tempo governavano buona parte del Piemonte occidentale in qualità di vassalli dei conti di Savoia

Accanto a questi attori principali, che ricorsero ampiamente, com’era d’uso all’epoca, ai servigi di mercenari e compagnie di ventura inglesi e tedesche, intervennero sulla scena bellica altri casati con interessi in Canavese, in particolare i conti di Biandrate, che, dagli originari possedimenti nel Novarese, s’erano notevolmente espansi, acquisendo terre e ramificandosi in varie zone del Piemonte.

Anche la comunità di Barone, con il suo castello, venne quindi coinvolta nel cruento conflitto, protrattosi fino al 1362 con esiti favorevoli ora all’uno ora all’altro dei contendenti in campo, ma che determinò, alla fine, il consolidamento in area canavesana della posizione dei principi di Savoia-Acaia, vassalli dei conti di Savoia, e dei marchesi del Monferrato.