Proponiamo un interessante intervento del nostro collaboratore Paolo Nissotti che, prendendo spunto dalla recente decisione dell’azienda piemontese Ferrero di valorizzare l’uso delle lingue e parlate locali negli spot pubblicitari e nella comunicazione di prodotto, svolge alcune considerazioni in merito al rapporto da sempre conflittuale tra lingue “dominanti”, spesso divenute tali per casualità storiche o motivi politici, e lingue “minoritarie”, impropriamente declassate al rango di “dialetti”.
Leggo che in questi giorni la famosissima Ferrero, produttrice della ancor più famosa Nutella, che ha nella piemontese Crema Gianduja la sua legittima progenitrice, ha deciso di aggiungere, nell’etichetta dei vasetti, una parola in “dialetto” (ovvero in lingua locale).
Per far questo hanno saggiamente consultato degli specialisti in merito. E a questo punto non resta che fare qualche considerazione in materia.

Innanzitutto bisogna ricordare che l’Italiano altro non è che il dialetto toscano parlato, prima dell’Unità d’Italia, da non più del 2% del totale della popolazione. Quando a Torino, a Palazzo Carignano, si riunì la prima Assemblea dell’Italia unita, o meglio della Dichiarazione della nascita del Regno d’Italia, il Re tenne il suo discorso, davanti ad una platea variegata di Toscani, Laziali, Calabresi, Siciliani, in lingua Piemontese.

Il Re degli Italiani non sapeva l’Italiano! Conosceva esclusivamente il Piemontese e il Francese e in queste lingue si esprimeva. Così pure era per tutti gli abitanti dello Stato Sabaudo e così era anche per molti degli autori e fautori dell’Unità nazionale, incluso Camillo Benso conte di Cavour. Così quando leggete una delle loro dichiarazioni rimaste storiche, sappiate che furono pronunciate soprattutto in francese.
Il tema delle lingue minoritarie o locali, definite spesso per spregio “dialetti”, è estremamente complesso e andrebbe lasciato ai glottologi professionisti, ma qualche altra considerazione la possiamo fare. Tutte la grandi dittature della storia hanno sempre tentato di distruggere ciò che di più popolare e tradizionale esistesse. Ceausescu, dittatore della Romania comunista, con la scusa buonistica di dare le case al popolo, distrusse interi villaggi e interi quartieri di Bucarest per cancellare il ricordo di una cultura passata, tradizionale, sicuramente diversa e in opposizione all’ideologia imposta dal partito. Il Generalissimo Franco proibiva a Catalani e Baschi di esprimersi nella lingua locale. Pujol, capo storico degli indipendentisti Catalani, si fece tre anni di galera per aver cantato una canzone in Catalano di fronte al Generalissimo. Per non parlare del Fascismo, che imponeva il “Voi”, detestava i dialetti e, al pari del nazismo, tentava di cancellare ogni segno di storia popolare persino nell’abbigliamento con l’uso della camicia nera o bruna. L’Unione Sovietica, poi, rese obbligatorio lo studio della lingua russa negli Stati del Patto di Varsavia.

Se consideriamo questi eventi storici, possiamo capire quanto il potere ideologico e assolutistico fosse infastidito dalle tradizioni popolari. Di cui le lingue minoritarie e le parlate locali sono parte preponderante.
Paolo Nissotti