La coltivazione del riso, introdotta in Piemonte nel Tardo Medioevo per iniziativa dei monaci di Lucedio, si estese nei secoli successivi grazie ad opere di canalizzazione idraulica, come il Naviglio d’Ivrea voluto dal duca Amedeo VIII di Savoia e il Canale del Rotto fatto costruire al principio del XV secolo dai marchesi del Monferrato, che prelevavano dalla Dora Baltea l’acqua necessaria all’allagamento delle risaie, operazione effettuata in primavera per proteggere la piantina di riso dagli sbalzi termici.

La risaia, dunque, si affermò come elemento di caratterizzazione del Piemonte orientale, con le parcelle ricoperte d’acqua in primavera e le stoppie intrise d’umidità in autunno, in epoca relativamente recente, se si considera che ancora nel Settecento appena il 7% delle terre coltivate nel Vercellese erano destinate a riso, e divenne prevalente dalla metà del XIX secolo con lo scavo del Canale Cavour tra Po e Ticino (1863-1866).

Visioni di risaia
Visioni di risaia – ph C. Burato

Il riso s’innestò su un ambiente che, nel Tardo Medioevo, appariva profondamente diverso dall’attuale, con boschi e acquitrini alternati a pascoli per le pecore, alla vite allevata ad “alteno”, a campi di frumento, segale, miglio e panico. In particolare con i grani di miglio, in latino panicum, mescolati a verdure e carne o latte si preparava una minestra asciutta di tradizione gallica, detta panicium, progenitrice del moderno risotto come attesta la radice dei termini “panissa/paniscia” designanti le specialità di Vercellese e Novarese a base di riso.

Dal Seicento il riso si espanse verso l’Alto Vercellese e il Biellese, nell’area delle “baragge”, dove, per le condizioni climatiche e la natura dei suoli, compatti, formati da limi, argille e sabbie, con un livello d’acidità tipico delle brughiere, acquista caratteri peculiari.

Riso
Piantina di riso – ph C. Burato

Infatti, il grano di riso appartenente alla Dop “Riso di Baraggia Biellese e Vercellese”, che include sette varietà (Carnaroli, Arborio, Gladio, Sant’Andrea, Loto, Baldo, Balilla), si distingue per la maggiore compattezza, la superiore traslucidità e le minori dimensioni.

Buronzo, “capitale” della baraggia, si trova al centro di questo territorio, che le fonti medievali descrivono come segnato dall’incolto: il nemus, bosco ceduo governato dall’uomo, la silva, i pascoli, affittati a pecorai biellesi, gli appezzamenti con vegetazione arbustiva o a macchia definiti “zerbi” o, appunto, “barazia”, dove si alternano praterie di Molinia, sottobosco di brugo (da cui brughiera) e alberi come farnie, roveri, carpini bianchi, pioppi, betulle, castagni.

Tramonto in risaia - ph C. Burato
Tramonto in risaia – ph C. Burato

Il nucleo antico del paese è dominato dal castello consortile, tipologia architettonica rara, variante signorile del ricetto. Posto su una motta e attestato sin dall’XI secolo, il complesso attuale è la risultante di fasi edificatorie successive dovute ai signori di Buronzo, ceppo originatosi dai signori di Casalvolvone che, con il tempo, si divise in sette rami o colonnellati, mantenendo però un’unione consortile periodicamente rinnovata da patti ratificati dal duca di Savoia, cui i Buronzo si diedero nel 1373. La struttura consortile della famiglia si riflette sull’impostazione dell’area castellata, composta da più caseforti con un lato verso l’esterno ed un affaccio interno sulla piazza comune.

La porzione appartenente al ramo dei Presbitero, detti anche Signoris, accoglie ambienti aulici, allestiti nel corso del Seicento nell’ambito della trasformazione in senso residenziale dell’edificio.

Castello consortile di Buronzo
Castello consortile di Buronzo

Sulle strutture medievali venne impostata una sopraelevazione al cui interno si trova l’appartamento delle “Imprese”, una serie di cinque sale rivestite da soffitti a cassettoni e ornate da fascioni con lo straordinario ciclo pittorico delle “Imprese”, che si richiama ad una moda letteraria e figurativa invalsa in Piemonte tra Cinquecento (Fossano, Manta) e Seicento (Buronzo) e attinge il repertorio di scene e motti da due testi, Le imprese illustri di diversi (personaggi) di Camillo Camilli (Venezia, 1586) e Le imprese sacre di Paolo Arese (prima metà del Seicento).

Ciascuna “Impresa” si compone di una scena con una o più figure, detta corpo, dal valore simbolico o allegorico, e da un motto, detta anima, dal tenore morale o religioso.

Castello consortile di Buronzo - dettaglio dell'apparato pittorico interno
Castello consortile di Buronzo – dettaglio dell’apparato pittorico interno

Tra le più rappresentative, nella Quarta Sala compare l’Impresa dell’“L’elefante che guarda una mano spremere un grappolo d’uva” con il motto Acuor in proelio (Spronato alla battaglia), riferita all’episodio biblico del Libro dei Maccabei in cui le truppe di Giuda Maccabeo somministrano agli elefanti succo d’uva e di more, una mistura eccitante che incita al combattimento. La spremitura dell’uva evoca la Passione di Cristo, la cui contemplazione incoraggia anche i timidi.

Nella Terza Sala si trova, fra altre, l’Impresa del Pesce volante sul mare con il motto Sursum et subter (In alto e in basso), dove il pesce volante, che guizza tra i flutti e s’innalza sopra di essi, richiama il santo, che conduce una vita attiva, immergendosi “nelle acque di questo mondo”, ma anche contemplativa, elevandosi verso Dio.

Testo a cura di Paolo Barosso

Fonte: Kiteinnepal.com

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