Torino, a inizio Seicento, ospitava praticamente tutti i principali poeti e letterati d’Italia. Tra essi, vi era Fulvio Testi, poeta ferrarese, ma al servizio del duca di Modena, che fu uno dei più attivi autori dei suoi anni.
La sua raccolta di Rime del 1617, dedicata al duca di Savoia, fu mal accolta dalla censura, che non apprezzò l’insofferenza del poeta verso il governo spagnolo.
Alla corte di Carlo Emanuele I giunse dunque Fulvio Testi dopo essere fuggito da Modena per la pubblicazione proprio di quella raccolta dedicata a Carlo Emanuele, che egli considerava come un principe indipendente e baluardo contro lo strapotere degli Spagnoli. Meno bene andò allo stampatore della raccolta, Giuliano Cassiani, che venne messo ai ferri; per il Testi, la condanna fu l’esilio dal ducato; cosa che, a dire il vero, il poeta aveva già fatto di sua spontanea volontà (anche se poi, anche in virtù di una sua supplica al duca Alfonso d’Este, egli venne perdonato).
Dal 1619 Fulvio Testi fu a Torino. Carlo Emanuele ben sapeva del suo passato e della sua abilità di verseggiatore: lo fece cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, oltre ad omaggiarlo di una collana d’oro del valore di 500 scudi.
Non si può dire che Carlo Emanuele I non fosse munifico con coloro che cantavano la gloria della sua dinastia. E come dargli torto? Leggiamo questo sonetto, che esprime chiaramente la devozione del Testi per il duca di Savoia, paragonato nientemeno che a Carlo Magno:
Sonetto
Quella che già nel secolo vetusto
fu del mondo Reina Italia intera,
e ch’or misera fatta, e prigioniera
di barbare catene ha il collo onusto
Il nudo seno, e ‘l lacerato busto,
empj trofei de la fierezza Ibera
a te mostra, o gran Carlo, e per te spera
sottrarsi al giogo indegno, e al laccio ingiusto
A un Carlo già fu somma lode ascritta
perché fuggir fè rintuzzate e dome
genti ond’ella giacea serva ed afflitta,
Or se da te vien liberata, come
sperar vogliam da quella destra invitta,
meriti al par di lui di Magno il nome.

Ma la lode di Carlo Emanuele I non poteva ridursi a questo. Non solo Carlo Magno: per Carlo Emanuele parteggia anche il Cielo, e mentre la «Reina del Mare», Venezia, si imbelletta e la Francia siede oziosamente a tavola, il Piemonte mostri il suo spirito guerriero e vittorioso. Insomma, Carlo Emanuele era una sorta di Ercole, che avrebbe certamente liberato i popoli italiani; o quantomeno avrebbe continuato a corrispondere generosamente al Testi:
All’altezza del Duca di Savoia
Carlo, quel generoso invitto core,
da cui spera soccorso Italia oppressa,
a che bada? a che tarda? a che più cessa?
Nostre perdite son le tue dimore.
Spiega l’insegne omai, le schiere aduna,
fa’ che le tue vittorie il mondo veggia;
per te milita il Ciel, per te guerreggia,
fatta del tuo valor serva, Fortuna.
La Reina del mar riposi il fianco,
si lisci il volto e s’inanelli il crine;
e mirando le guerre a sé vicine
seggia ozioso infra le mense il Franco.
Se ne’ perigli de l’incerto Marte
non hai compagno e la tua spada è sola,
non ten caglia, Signor, e ti consola
ch’altri non fia de le tue glorie a parte.
Gran cose ardisce, è ver, gran prove tenta
tuo magnanimo cor, tua destra forte,
ma non inalza i timidi la sorte,
e non trionfa mai uom che paventa.
Per dirupate vie vassi a la gloria,
e la strada d’onor di sterpi è piena;
non vinse alcun senza fatica e pena,
ché compagna del rischio è la vittoria.
Chi fia, se tu non se’, che rompa il laccio
onde tant’anni avvinta Esperia giace?
Posta ne la tua spada è la sua pace,
e la sua libertà sta nel tuo braccio.
Carlo, se ’l tuo valor quest’Idra ancide
che fa con tanti capi al mondo guerra,
se questo Gerion da te s’atterra
ch’ Italia opprime, i’ vo’ chiamarti Alcide.
Non isdegnar frattanto i prieghi e i carmi
che ti porgiamo, e tua bontà n’ascolti,
fin che di servitù liberi e sciolti
t’alziamo i bronzi e ti sacriamo i marmi.

