di Paolo Tibaldi 

E, a presentazione avvenuta, ecco che la rubrica continua… più fiorente e…DOLCE che mai. Infatti, diverse parole stampate sulle bustine di zucchero Pinin Pero, non sono ancora state pubblicate online.

Piemontese

Eccomi a proporne qualcuna di tanto in tanto: eccoci davanti ad un logismo epico, dal doppio significato: “rabadan”; è un nome valevole sia al singolare, sia al plurale, sia al maschile, sia al femminile, sia su persone, sia su oggetti… insomma, una delle parole più universali del piemontese. Il suo significato è alquanto dispregiativo, giacché indica qualcosa o qualcuno di obsoleto, dalla scarsa utilità… un’anticaglia che serve a dar più danno che profitto. Quante volte abbiamo sentito i nostri vecchi dirlo di sé stessi, oppure nominare la famosa stanza contenente tutte le cianfrusaglie che sembra un peccato buttar via.. la mitica “stansia dij rabadan”.

Secondo alcuni, Rabadan richiama anche la festa islamica del Ramadan. Tale rito prevedeva infatti il digiuno e la preghiera durante tutte le ore del giorno, mentre al calar del sole ci si poteva dedicare al cibo, in un ambiente di festa e canti. I crociati provenienti dal nord Italia sarebbero così stati colpiti da questa parte della festa religiosa, cominciando a chiamare Rabadan ciò che concerneva il baccano ed i bagordi. Il termine Rabadan può però avere un ulteriore significato: esso sta anche ad indicare un uomo mal ridotto e a cui mancano le forze, come, appunto, una persona che digiuna.

Questa parola, per l’appunto, viene nominata nell’opera in due atti “Me frèl” di Oscar Barile, in cui i due fratelli, inventariando tutta la casa per poter suddividere l’eredità, menzionano la famosa stanza “dij rabadan” (o del “malardriss” che dir si voglia).