di Paolo Barosso 

Riparata dai morbidi declivi del Monferrato, tra Torinese e Astigiano, sorge la canonica di Santa Maria di Vezzolano, dai tratti romanico-gotici, già citata in un documento del 1095. Qui, al fondo di un’appartata valletta alle pendici dell’alta collina su cui sorge Albugnano, storia e leggenda si fondono in un intrico affascinante e chiamano in causa uno dei padri fondatori dell’Europa cristiana, il Rex Francorum, poi imperatore, Carlo Magno, indicato dalla tradizione come fondatore del luogo di culto.

L’ipotesi, senz’altro suggestiva, è stata però confutata dagli studiosi, che hanno contestato le due prove indiziarie su cui pretendeva di reggersi.

Il primo indizio si trova nel polittico in terracotta policroma appoggiato all’altare maggiore, opera del tardo Quattrocento che rappresenta la Vergine con il Bambino affiancata da Sant’Agostino a destra e a sinistra da un monaco o eremita (forse San Macario) nell’atto di presentare una figura inginocchiata con abiti e insegne regali.

Il personaggio esibisce gli emblemi della monarchia francese, in particolare il giglio araldico: ai piedi della figura, che indossa il manto regalo azzurro seminato di gigli, è visibile infatti uno scudo con l’arme composta da tre gigli dorati in campo rosso. Già questo dettaglio dà adito a discussioni perché lo sfondo dell’arme dovrebbe essere azzurro e non rosso. Secondo diversi studiosi, lo scambio cromatico sarebbe il frutto di un errore, ma altri, come il Marchisio, ritengono che lo scudo richiami l’antico stemma di Vezzolano, di cui si troverebbe traccia anche nello scettro gigliato impugnato dalla Madonna nel bassorilievo del tramezzo e nell’arme dell’abate commendatario Ottaviano Galliano dipinta nella sala capitolare nel 1636.

La figura in ginocchio, che i fautori della teoria carolingia credettero di identificare nel re dei Franchi, non è però Carlo Magno, bensì Carlo VIII, sovrano francese che soggiornò in Piemonte, ad Asti, Chieri, e Torino, tra il 1494 e il 1495 e che, con ogni probabilità, donò l’opera ai canonici di Vezzolano.

Determinanti sono state due osservazioni: il collare di San Michele, indossato dalla figura rappresentata nel trittico, si riferisce ad un ordine dinastico fondato nel 1469 al tempo di re Luigi XI, quindi parecchi secoli dopo la morte di Carlo Magno, mentre il giglio si affermò nell’emblematica di corte francese solo nel XIII secolo. Dunque, Carlo Magno, vissuto tra VIII e IX secolo, non avrebbe potuto esibire né l’uno né l’altro.

Il secondo indizio si trova nel chiostro, ornato da un pregevole ciclo di affreschi risalenti al XIII e XIV secolo. Qui è ripetuta una scena che raffigura un cavaliere, scortato da due accompagnatori, nell’atto di coprirsi il volto con le mani, atterrito dalla visione di tre scheletri riemersi dalla tomba. Carlo Magno soffriva di epilessia e nella positura del cavaliere in primo piano, in procinto di cadere da cavallo, potrebbero riconoscersi i sintomi di un attacco del morbo. In realtà, l’affresco ripropone uno schema pittorico diffuso nel Medioevo, il Contrasto dei tre vivi e dei tre morti, dalle finalità pedagogiche: gli scheletri ammoniscono i tre cavalieri a cambiare vita, per salvarsi dalla dannazione.

Affresco del “Contrasto dei tre vivi e dei tre morti” nel chiostro di Vezzolano

Il tramezzo che taglia la navata centrale racchiude altri enigmi, legati sia alla funzione dell’elemento architettonico che all’apparato scultoreo. Nelle chiese altomedievali strutture simili delimitavano uno spazio, detto endonartece, riservato ai catecumeni, non battezzati, e ai penitenti pubblici, mentre nel gotico francese compare lo jubé, elemento derivato dall’iconostasi bizantina, che separava la zona dell’altare o il coro dal resto della chiesa.

La risposta al mistero potrebbe trovarsi nella natura originaria dell’edificio, una canonica di castello, fondata per iniziativa di un consorzio di famiglie nobili, tra cui i Radicati e i signori di San Sebastiano. E’ ipotizzabile che nel vestibolo trovassero posto i villici, residenti nel poderium, separati così dai canonici e dai membri della nobiltà locale.

Il tramezzo di Vezzolano con le raffigurazioni in bassorilievo

Le figure (che recano ancora tracce evidenti di colore) scolpite nella fascia superiore sono suddivise in due registri: in alto è protagonista la Madonna, di cui si raffigura al centro l’Incoronazione, a sinistra la Dormitio (deposizione nel sepolcro) e a destra l’Ascesa al cielo, mentre il registro inferiore ospita la serie dei trentacinque antenati della Vergine, recanti in mano un cartiglio con il nome, i patriarchi pastori con il berretto frigio e i patriarchi re con la corona. Gli antenati della Madonna, però, sono quaranta. E i cinque mancanti? Sono stati dipinti a lato del bassorilievo.

Da qui sorgono i quesiti: l’opera è stata realizzata altrove, in seguito trasportata a Vezzolano e, quindi, “tagliata” per adattarla al più angusto spazio? Oppure, quando si costruì l’ala nord del chiostro eliminando la navata destra, si accorciò il pontile, sacrificando cinque sculture, poi sostituite dalle immagini dipinte? C’è chi propone una terza spiegazione, non dimostrabile quanto le altre: da sinistra verso destra gli spazi fra una figura e l’altra si restringono progressivamente. Forse l’autore fece male i calcoli e, alla fine, fu costretto a lasciar fuori cinque patriarchi, dipingendoli sul muro.

Vezzolano – l’Annunciazione scolpita nella lunetta del portale d’ingresso

Anche l’assenza della navata di destra, la cui esistenza è solo suggerita dalla tripartizione della facciata, è fonte di discussione: alcuni ritengono che la chiesa sia stata progettata così sin dall’inizio, altri ipotizzano invece che la nave di destra sia stata eliminata nel XIII secolo nel corso dei lavori che diedero l’aspetto attuale al complesso, d’impianto lombardo, ma con marcati influssi borgognoni, e che comportarono un ingrandimento del chiostro per far spazio alle tombe del sepolcreto gentilizio.

L’architettura e la disposizione della canonica di Vezzolano, infine, dimostra come le chiese medievali venissero progettate sulla base di complessi calcoli matematici e misurazioni astronomiche. Non solo la chiesa è “orientata”, con l’abside rivolta ad est, verso la Terra Santa, origine del Cristianesimo, ma è studiata con attenzione la presenza della luce, che la teologia medievale considera emanazione di Dio. Due volte l’anno, i raggi solari, penetrando attraverso la bifora della facciata, illuminano le statue appoggiate al finestrone dell’abside, raffiguranti l’Annunciazione. L’effetto non è casuale, ma voluto dai costruttori, che progettarono la chiesa in modo tale da generarlo.

Tutte le foto dell’articolo sono di Paolo Barosso

Bibliografia:

Ermanno Marchisio, Vezzolano e Albugnano. Appunti di storia e leggenda, Pro-Loco di Albugnano, 1988

Dario Rei, Monferrato di confine. Un’area nel cuore del Piemonte, Tipografia Parena editrice, Mombello di Torino, 2016

AA.VV. (a cura di Giovanni Romano), Piemonte romanicoFondazione CRT (Cassa di Risparmio di Torino), Industrie Grafiche Musumeci, Torino, 1994