di Milo Julini

Castelnuovo d’Asti, nella descrizione pubblicata nel 1837 dal geografo Goffredo Casalis, è un capoluogo di mandamento nella provincia di Asti, nella divisione di Alessandria, ai piedi di un gradevole e fertile colle che lo ripara dai venti nordici, contornato a est dalle colline di Pino e Mondonio, provvisto da prati e campi molto produttivi a sud mentre a ovest una florida collinetta lo separa da Moriondo e Lovanzito (Lovencito). È posto a nord-ovest di Asti da cui dista 14 miglia, con una popolazione di 3.006 persone, salite a 3.332 nel 1848 (Casalis, 1856).

Fra gli illustri personaggi nati a Castelnuovo, Casalis ricorda il giurista Mercandile Ottonello (1550), Giovanni Argentero (1513-1572), medico e docente universitario, Bartolomeo Argentero, fratello di Giovanni e anche lui medico.

Forse non erano i “più” illustri se, nel 1930, il comune prendeva il nome di Castelnuovo Don Bosco.

Oltre a San Giovanni Bosco (1815-1888), Castelnuovo può vantare anche altri rilevanti personaggi della Chiesa cattolica come san Giuseppe Cafasso (1811-1860), il “prete della forca”, san Domenico Savio (1842-1857) e il beato Giuseppe Allamano (1851-1926). Sempre a Castelnuovo è nato Giovanni Cagliero (1838–1926), sacerdote, il primo dei salesiani a diventare vescovo, nominato cardinale nel 1915 da papa Benedetto XV. Nessun altro comune italiano può vantare tre santi, un beato, un cardinale…

Nel libro “Le ore povere e ricche del Piemonte”, edito nel 1982 a Torino dal Lions Club Torino Castello, Annamaria Roggero Ramenghi così descrive l’incontro di Giovanni Cagliero, ancora bambino, con il futuro santo Giovanni Bosco, avvenuto il 1° novembre 1851.

Don Bosco, andato a Castelnuovo d’Asti da Torino, tenne in parrocchia il discorso per la commemorazione dei defunti.

Scorcio di Castelnuovo dalla chiesetta di Sant’Eusebio risalente al XII secolo, poi rimaneggiata

Mentre parlava alla popolazione raccolta in chiesa, un ragazzetto dodicenne, vestito da chierichetto, che lo aveva guidato e seguito sul pulpito, lo guardava ed ascoltava tutto attento. Dopo il discorso, ritornato in sacrestia: «Tu hai qualcosa da dirmi!» sussurrò Don Bosco all’orecchio del giovinetto. « È vero! Vorrei che mi conducesse con lei a Torino per studiare da prete!».

Don Bosco ne parlò con il parroco che chiamò in canonica la madre del giovanetto. «È vero che volete vendermi il vostro Giovanni? Quanto volete?». Lei: «Oh, venderlo proprio no! ma, se lo gradisce, piuttosto glielo regalo!».

E il giovane Giovanni Cagliero seguì Don Bosco a Torino, nell’Oratorio di Valdocco, deciso in cuor suo a non più allontanarsi. Ma la Provvidenza aveva deciso diversamente.

La casa natale di Giovanni Bosco in frazione Morialdo

Il Cagliero era da circa 3 anni con Don Bosco a Valdocco, quando nel 1854 scoppiò il colera a Torino: fu colpito dal male, e ridotto in fin di vita. Don Bosco si preoccupò di prepararlo alla morte e si mosse per andare a confessarlo, e dargli gli ultimi sacramenti.

Se non che, entrato nella stanza, Don Bosco si fermò di colpo, sbalordito: una bellissima colomba bianca, con un rametto di olivo nel becco, con sprazzi di luce vivissima, illuminava la camera; dopo alcuni giri, raccolse il volo sul letto del moribondo, ne toccò le labbra con il ramoscello d’olivo e poi lo lasciò cadere sul suo capo: scomparve subito dopo dardeggiando una luce più intensa.

Don Bosco comprese subito che il giovane non sarebbe morto; anzi,… sarebbe diventato prete e vescovo, perché quella colomba era il simbolo dello Spirito Santo.

La visione profetica di Don Bosco davanti al giovane Cagliero morente, in una fotoscultura di Domenico Mastroianni (Arpino, Frosinone, 1877 – Roma, 1962)

Tutto lieto, Don Bosco si inoltrò nella stanza ed ecco sparire le pareti come d’incanto ed offrirsi ai suoi occhi attoniti un altro straordinario spettacolo: intorno al letto, strane figure di selvaggi coperti solo di pelli, fissavano trepidanti il volto dell’infermo, quasi supplicando.

Il Cagliero, naturalmente, guarì. Fu sacerdote; andò missionario nella Patagonia meridionale nella Terra del Fuoco, l’estremo lembo dei continente americano che si protende verso l’Antartide.

Con i Salesiani che lo coadiuvarono, in 40 anni di lavoro missionario, civilizzò, convertì e battezzò decine di migliaia di Indi Fueghini, Onas e Alacaluffi, razze umane ora scomparse e del tutto estinte.

Fu fatto vescovo e cardinale, per meriti eccezionali; ebbe benemerenze e riconoscimenti civili di ogni specie da parecchi Stati e molte vie, piazze, laghi e monti portano il suo nome.

Così Annamaria Roggero Ramenghi.

Giovanni Cagliero, vescovo e cardinale, evangelizzatore della Patagonia meridionale

A completamento delle sue parole ricordiamo che Giovanni Cagliero è noto anche per la sua attività di musicista compositore di musica sacra. Il suo brano forse più celebre, almeno fino a un recente passato, è “Il piccolo spazzacamino” con i versi di Ignazio Cantù, fratello dello storico Cesare, che oggi possono apparire un po’ melensi.

Presentato per la prima volta in occasione del Natale del 1858, “Il piccolo spazzacamino” inizia con questi versi che nei lettori “diversamente giovani” evocheranno di certo qualche ricordo.

Spazzacamino, spazzacamino!

Ho freddo, ho fame, son poverino:

in riva al lago, ove son nato,

ho la mia mamma abbandonato.

Come l’augello che lascia il nido,

per guadagnarmi qualche quattrin:

E tutto il giorno vo’ attorno, e grido:

“Spazzacamino, spazzacamin”.

Torino è grande, ma il paesello

ove son nato mi par più bello,

e sempre, sempre vado col core

in riva al nostro Lago Maggiore.

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