di Arconte

Nella tarda mattinata dell’11 settembre 1869, nei pressi di Borgone, in una casa cantoniera della ferrovia che collega Torino alla Francia, giunge trascinandosi carponi una povera donna ferita. Le prestano i primi soccorsi poi la trasportano a Bussoleno. Qui i medici constatano che Elisabetta Giudici, così si chiama la donna, ha tre gravi ferite al collo causate da arma tagliente. I medici le considerano come pericolose per la sua vita ma lei guarisce in tre settimane.

Inizia così una vicenda che vede come protagonisti un brillante soldato di cavalleria originario della Valle di Susa e una piacente cameriera milanese.

Elisabetta Giudici, di 42 anni, da Piove (verosimilmente Piove di Sacco in provincia di Padova), racconta che a Milano lavorava come cameriera per il capitano dei Cavalleggeri di Lucca, Cesare Depaoli, il quale aveva per soldato di confidenza, Giuseppe Bosio, di 26 anni, di Mattie.

Il “soldato di confidenza” è l’attendente, cioè un soldato semplice concesso a un ufficiale per il suo servizio personale, figura che non esiste più nel nostro esercito attuale.

Fra il giovane attendente Bosio e la cameriera Elisabetta, nubile e ancora piacente e vivace malgrado i suoi 42 anni, nasce una relazione fin dai primi giorni in cui si trovano insieme al servizio del capitano. Lei, contenta della sua conquista, impresta a Bosio alcune somme di denaro: dopo 25 anni di servizio ha messo da parte circa mille lire di risparmi. Lei assicura che Bosio le ha giurato fedeltà e le ha promesso di sposarla appena terminato il servizio militare.

La relazione continua anche quando Elisabetta lascia la casa del capitano Depaoli per entrare al servizio di altra famiglia milanese.

Sempre secondo il racconto della donna, si avvicinava il termine della ferma di Bosio e quindi il giorno del matrimonio: hanno stabilito di recarsi a Mattie, paese natale di Bosio, per il contratto di nozze col consenso dei parenti. Così lei ha preparato le sue cose, fra cui, una cassettina dove ha riposto i suoi gioielli, per un valore di circa 350 lire, vari documenti e la somma di lire 535, composta da monete d’oro da 20 lire (napoleoni) e da biglietti di banca.

Il 10 settembre sono partiti con la ferrovia per Torino. Quando sono arrivati, hanno mangiato e sono ripartiti per Avigliana: lei credeva che Mattie fosse lì vicino. Sono arrivati ad Avigliana molto tardi, hanno cenato in un albergo e sono andati a dormire in un altro.

Alla mattina dell’11 settembre si sono alzati molto prima dell’aurora e si sono avviati percorrendo strade e sentieri in luoghi deserti e solitari. Lei ha chiesto a Bosio dove la portava e lui, come dichiara testualmente Elisabetta, «per tutta risposta, mi prese per il braccio sinistro e gettatami a terra, mi ferì alla gola senza che io sappia se con coltello o con altro strumento; giacché sia per lo sbalordimento causato dall’impensato insulto, sia perché era ancora notte, non potei vedere ciò che avesse tra le mani. – Ai miei rimproveri, egli mi vibrò un secondo e poi un terzo colpo sempre alla gola, per modo che io svenni. Riavutami a giorno fatto, non vidi più né il Bosio, né il cofanetto contenente i miei denari ed oggetti preziosi».

Borgata San Valeriano di Borgone di Susa: una delle due chiese dedicate al santo, già citata nel 1781, con copertura in tegole marsigliesi – foto tratta da Panoramio

L’aggressione è avvenuta in un bosco nel territorio di Borgone, nei pressi della borgata San Valeriano. Di qui Elisabetta ha raggiunto la casa cantoniera della ferrovia, dove è stata soccorsa. La sua cassettina è trovata il giorno seguente nei pressi del luogo dell’aggressione: è stata scassinata e contiene ancora qualche oggetto prezioso ma non il denaro.

Il pretore riceve la querela della donna ed emette un mandato di cattura contro Bosio che viene arrestato il 13 settembre a Milano.

Le dichiarazioni di Elisabetta appaiono molto convincenti e Bosio è mandato davanti alla Corte d’Assise di Torino, con l’accusa molto grave di rapina con omicidio mancato. La sua versione, che tra l’altro smentisce le promesse di matrimonio, non ha persuaso il giudice istruttore e non viene presa in grande considerazione nemmeno dal cronista giudiziario Curzio che narra la vicenda nella Rivista dei Tribunali, pubblicata nell’Appendice della «Gazzetta Piemontese» di sabato 28 gennaio 1871.

Al processo, Bosio ha come difensore uno dei migliori avvocati di Torino, il commendator Tommaso Villa (Canale d’Alba, 1832 – Torino, 1915) che è anche un politico, deputato, più volte Presidente della Camera dei Deputati, poi senatore.

Una delle due cappelle di San Valeriano circondate dai boschi dove avvenne il fatto di sangue – foto tratta da Panoramio

Bosio ammette che tra lui e Elisabetta vi era una relazione intima e che lei pretendeva di essere sposata. Lui si rifiutava, le diceva che non poteva perché aveva già moglie e figli ma lei non voleva credergli, dicendo che era impossibile che un soldato fosse sposato perché era vietato dai regolamenti militari. Lui perciò, per non essere compromesso, cercava di evitarla ma lei gli correva sempre dietro, lo sorvegliava e lo spiava, sempre con la pretesa di essere sposata.

Quando ha saputo che lui aveva ottenuto un permesso di tre giorni per andare a Mattie e che doveva partire il 10 settembre, lei, innamorata possessiva, è andata alla stazione ferroviaria per aspettarlo e quando lui è partito, è partita anche lei. Quando sono arrivati a Torino, lui cercava di sbarazzarsene, ma lei lo ha sempre seguito e lo ha seguito anche alla stazione della ferrovia per Susa. Lei ha preso un biglietto per Susa e lui ne ha preso uno per Avigliana, per togliersi il fastidio e non compromettersi davanti alla moglie, ma Elisabetta, quando lo ha visto scendere ad Avigliana, è scesa anche lei e lo ha seguito all’albergo.

La seconda cappella di San Valeriano, di impianto romanico, risalente all’XI/XII secolo, con tracce di antichi affreschi nel catino absidale – foto di Paolo Barosso

«Io ero fuori di me – continua Bosio – quella donna non volendo credere che io fossi ammogliato, mi voleva seguire in paese, voleva compromettermi: mia moglie è gelosa: tra me e lei sarebbero avvenuti molti guai. Uscii da quell’albergo e mi recai in un altro; la Giudici mi seguì ancora e volle dormire nella stessa camera dove mi coricai. Al mattino successivo per tempo mi sono alzato pian piano in modo da non svegliarla, per andarmene solo al mio paese.

Essa si accorse, si vestì in fretta e tenne dietro ai miei passi ingiuriandomi ed insultandomi in ogni maniera, dicendomi che io non ero sposato e che volevo abbandonarla. Io allora mi avviavo per luoghi solitari e verso i boschi con la speranza di fuggire e lasciarla sola in luoghi sconosciuti in modo che non mi sapesse più trovare. Lungo la via continuava ad insultarmi, ingiuriarmi ed oltraggiarmi. Ho perduto la pazienza, le vibrai alcuni colpi e poi sono fuggito, recandomi al paese e poi, concluso il mio permesso, a Milano dove venni arrestato».

Caricatura di un ufficiale dei Cavalleggeri di Lucca

Questa è la versione di Bosio, non convincente in tutti i punti, ma certo a connotazione fortemente maschilista.

Il Pubblico Ministero, barone Bichi, sostiene l’accusa di rapina con mancato omicidio. L’avvocato Villa esclude la rapina e sostiene che Bosio è soltanto colpevole di ferimento, commesso nell’impeto dell’ira in seguito a grave provocazione. Riesce a convincere i giurati a credere alla versione di Bosio e così la Corte, in base al verdetto della giuria popolare, non può infliggere a Bosio una pena maggiore di un mese di carcere!

Certo i giurati sono tutti maschi che secondo la mentalità dell’epoca non esitano a considerare le traversie di una donna secondo il preconcetto «se l’è cercata».

Curzio sottolinea la difficoltà per i giurati di scegliere tra due verità parallele,  opposte e non verificabili in mancanza di testimoni: «Quando alcuni fatti avvennero fra due persone soltanto, di cui l’una li racconta in un modo e l’altra li espone in modo diverso, a chi si deve prestar fede? Si deve prestar fede al preteso aggredito od al preteso aggressore?».

Al tempo è stata scelta la verità maschilista, ma quello di San Valeriano è uno dei tanti casi in cui la verità giudiziaria non coincide con la “verità”.

Questo articolo è dedicato all’amico Ivo.