di Arconte

Questa è una classica storia di “parenti serpenti” che il cronista giudiziario Curzio presenta ai suoi lettori, nella «Gazzetta Piemontese» del 1° giugno 1872, come un caso di giustizia che diverte, a partire dai cognomi dei protagonisti, Lupo per gli aggressori e Raviolo per la loro vittima, per poi sorridere, con ironico compiacimento, dei poco edificanti appellativi che i protagonisti della storia si scambiano perché inveleniti da una questione di eredità.

Su tutto aleggia il tono di superiorità cittadina che il torinese Curzio prova nei confronti di avidi paesani litigiosi, due dei quali, con il loro cognome Lupo, evocano gli animali umanizzati di Scènes de la vie publique et privée des animaux (1842) e di altre opere dell’illustratore e caricaturista francese noto con lo pseudonimo di Grandville (1803 – 1847).

Il testo di Curzio nasce dalla mescolanza di tutti questi elementi e risulta gradevole, anche se datato, e non avrebbe retto una trascrizione in termini moderni. Per questo motivo abbiamo preferito presentare questa vicenda nella sua versione originale.

Illustrazione del caricaturista francese Grandville

«Abbiamo ora per le mani un Lupo ed un Raviolo: il Lupo vorrebbe mangiare il Raviolo, e questi per istinto di conservazione non vorrebbe essere divorato, e se egli ancora esiste, lo si deve più al caso che alla volontà del suo acerrimo nemico.

La famiglia Lupo e la famiglia Raviolo, da Moriondo, presso Torino, sono parenti, ed entrambi aspirano alla eredità di una loro vecchia zia di nome Catterina.

Tutti due vanno a gara a lisciare la zia per affezionarsela, e mal sopportano che l’una sia più sollecita dell’altra, per cui s’invidiano e si portano odio.

Il Lupo padre per dileggiare la madre dei Raviolo, quando le passa vicino, le dice: Cerea sora contëssa [buongiorno signora contessa], ed allorché parla con qualcuno di questa donna, l’appella sempre sora contëssa patërlera [signora contessa ciabattona].

I fratelli Raviolo fanno avvertire il Lupo che, se non smette volontariamente il suo contegno beffardo verso la loro madre, glielo avrebbero fatto smettere per forza. Ed il Lupo invece di ascoltarli, schernisce anche loro chiamandoli ciucia-capon [succhia capponi] e con un altro titolo che taccio, perché puzza troppo.

Per tutta risposta i fratelli Raviolo dicono al loro nemico che è un luvass e tanto basta.

Un giorno Eugenio Raviolo andò a prendere una bottiglia d’acqua sulfurea alla fonte di San Dionigi: per strada incontra il Lupo padre il quale gli dice:

«Perché vai dicendo con tutti che io sono un luvass? [lupaccio]».

«Perché voi dite pure con tutti che io sono un ciucia-capon ed un caga-toma [caca-toma]».

«Io sono un luvass! Ebbene prendi…».

Gli mena cinque o sei colpi di bastone su varie parti del corpo, causandogli lesioni, e rompendogli la bottiglia.

Eugenio sporse querela contro il Lupo, il quale fu dal Pretore locale condannato alla pena dell’ammenda di lire 10 ed ai danni liquidati in lire 20, che esso Lupo diceva dover ancora il Re far stampare i biglietti per soddisfarli.

Tale condanna non fece altro che aumentare maggiormente l’odio e il dispetto dei Lupo contro i Raviolo. Esso Lupo perciò non lasciva sfuggire l’occasione per quelli minacciare e intimidire.

Le continue minacce del padre e figlio Lupo, che sono due atleti, mettono in grave apprensione i Raviolo che sono di corporatura esile e d’animo poco invidiabile nemmeno dai conigli. Essi perciò cercano sempre di trovarsi in compagnia di altre persone forti.

Moriondo Torinese – veduta da una vecchia cartolina

Il 16 ottobre 1870 era la festa di un cantone di Moriondo: si ballava, ed i fratelli Raviolo vollero ancor essi danzare. Padre e figlio Lupo, appoggiati ad un albero in contegno minaccioso come due bravi di don Rodrigo, borbottavano fra loro parole inintelligibili e facevano quattro occhiacci ai Raviolo, per modo che uno di questi, preso da grave paura, andò a cambiarsi le mutande. L’altro fratello cessò di ballare, e per precauzione si portò vicino ad un bersagliere al quale esprimeva la sua paura.

Il bersagliere gli faceva coraggio; ma non aveva ancora terminato la sua esortazione che il padre e figlio presero il Raviolo per gli abiti, lo trascinarono nella valle e là gli spararono due colpi di pistola.

Il colpo del figlio non lo colse, il colpo del padre gli traforò il capo causandogli una grave ferita, dapprima giudicata mortale, ma per fortuna guarita in 35 giorni.

Dopo quei colpi i Lupo fuggirono: il figlio fuggì così lontano che non lo si poté ancora raggiungere; il padre per contro fu poco dopo arrestato, e dopo l’istruttoria del processo, sabato ultimo scorso comparve davanti la nostra Corte di Assise, presieduto dal cavalier Talice.

Il Pubblico Ministero, barone Bichi, vorrebbe la distruzione di tutti i lupi, anche quelli che hanno solo due gambe, l’avvocato Gazzera, per contro, dimostra che il suo lupo non è così famelico come sostiene il Pubblico Ministero, e quindi non meritevole di essere annientato: dice delle belle paroline ai giurati, i quali perciò si dimostrarono miti ed il Lupo accusato se la cava con due anni di carcere. Curzio».