di Arconte

Questa storia ci viene narrata dal cronista giudiziario della “Gazzetta Piemontese”, l’avvocato Carlo Mirone, che si firma Curzioncino (M). nella sua “Rivista dei Tribunali” del 1° aprile 1876. La storia inizia a Mezzenile, comune del mandamento di Ceres, dove fra la famiglia Vighetti e la famiglia Geninati-Biond sono nati da lungo tempo gravi rancori che hanno provocato una aperta inimicizia.

Michele Geninati-Biond una volta si è rifiutato di vendere ai Vighetti un campicello che questi desideravano, un’altra volta poi Geninati-Biond in una causa civile è stato testimone contro Vighetti. Questi ultimi pertanto non perdono nessuna occasione per scagliare allusioni maligne, insolenze e anche minacce contro Michele Geninati-Biond, il quale ne ha molto timore e si prende ben guardia d’incontrarsi da solo con suoi avversari, i fratelli Carlo e Giovanni Battista Vighetti, rispettivamente di 27 e di 23 anni, ben noti in paese per essere giovani prepotenti, rissosi e facili a mettere mano ai coltelli.

Una notte i fratelli Vighetti hanno deposto contro la porta della casa dei Geninati-Biond una barella usata per trasportare il letame, sparando vari colpi di pistola, cosa che localmente è considerata cattivo presagio di morte.

Per parecchi mesi, quindi, Michele Geninati-Biond si è prudentemente allontanato dal paese ma ha poi finito per ritornarvi ed ha fatto molto male: i fratelli Vighetti, infatti, continuano ad odiarlo, pensano ancora di vendicarsi, anche se, con atteggiamento subdolo ed ingannatore, fingono di avere dimenticato.

A Mezzenile, domenica 20 settembre 1868, Michele Geninati-Biond si trova insieme con i fratelli Vighetti, con Martino e Antonio Pocchiola-Lussia, rispettivamente padre e figlio, e con parecchi altre persone. Tutti insieme fanno la via crucis in parecchie osterie.

E così, dopo aver bevuto e mangiato in quella di Domenico Bodda nella frazione Villa, tutti insieme decidono di fare ancora un’ultima ‘stazione’ in quella che il segretario comunale, Giuseppe Teppati, tiene nel borgo di Pessinetto.

Nell’osteria di Teppati si trovano così aggregati vari giovani di Ceres con altri di Mezzenile: una circostanza pericolosa perché fra questi paesani vi è una forte rivalità.

In un primo momento, però, la situazione appare tranquilla, i giovanotti bevono e scherzano tutti insieme allegramente. Pare regnare la concordia, che, in apparenza, sembra ristabilita anche fra Michele Geninati-Biond e i fratelli Vighetti. Ma l’armonia dura ben poco: improvvisamente, e senza che si possa capirne il motivo, scoppia un rumoroso diverbio fra i giovani dell’uno e dell’altro comune: dalle parole si passa presto ai fatti, volano in aria bicchieri e bottiglie, i rissanti si prendono a pugni e si feriscono con i cocci.

In questo parapiglia, il povero Michele Geninati-Biond si prende diverse coltellate e cade esanime a terra, dove in breve muore per la forte perdita di sangue.

Il Pretore accorre prontamente con i Carabinieri. Mentre si indaga sull’accaduto, il giovane Antonio Pocchiola-Lussia, ancora in stato di ubriachezza, vuole entrare per forza nell’osteria. I Carabinieri rifiutano di aprire la porta, lui si mette a insultarli con i titoli di oziosi, prepotenti e simili, estesi anche al Pretore.

“Allegrezza popolare all’osteria” di Wilhelm Marstrand

Dopo il fattaccio, i due fratelli Vighetti e Antonio Pocchiola-Lussia si allontanano da Mezzenile. Nel 1876 sono ancora latitanti. Se ne va da Mezzenile anche Antonio Pocchiola-Lussia, che è un bel giovanotto di venticinque anni, alto, biondo, vivace, già soldato d’artiglieria, nato e residente a Mezzenile dove lavorava come chiodaiolo. Dopo aver vagato per più di sei anni in Spagna e in Algeria, dove ha lavorato come minatore, ritorna in Italia e si costituisce volontariamente in carcere, nel gennaio del 1876, per respingere la condanna che lo ha colpito in contumacia come uccisore di Michele Geninati-Biond.

Chi sono gli uccisori di Michele Geninati-Biond? A questa domanda l’autorità giudiziaria ha risposto tenendo presente in primo luogo la grave inimicizia che i Vighetti nutrivano contro di lui, il fatto che sono stati visti alle prese con la vittima. Alcuni coraggiosi testimoni affermano di aver notato che avevano le mani sporche di sangue mentre uscivano dall’osteria. I Vighetti sono fuggiti e la voce pubblica li accusa di questo misfatto.

“Danza di contadini” di Mario Sturani

Ma l’autorità giudiziaria pensa che anche il giovane Antonio Pocchiola-Lussia è fuggito, che era anche lui in quella osteria quando avveniva l’omicidio e che si è allontanato da Mezzenile e così lo ritiene complice dell’uccisione di Geninati-Biond. Su queste basi, in verità un po’ fragili, è istruito il processo, non solo contro i due fratelli Carlo e Giovanni Battista Vighetti ma anche contro Pocchiola-Lussia: i tre latitanti sono stati accusati dell’omicidio volontario di Michele Geninati- Biond, commesso in complicità fra loro, e, con sentenza della Corte d’Assisie di Torino del 20 dicembre 1870, tutti e tre sono stati condannati in contumacia ai lavori forzati a vita.

Ora che Pocchiola-Lussia si è costituito, riprende il procedimento nei suoi confronti. Nei giorni 28 e 29 marzo 1876, viene processato alla Corte d’Assise di Torino, accusato:

1° – di omicidio volontario di Michele Geninati-Biond, commesso in complicità con i fratelli Vighetti, ancora latitanti;

2° – di oltraggio all’ufficio di Pretura e all’Arma dei Reali Carabinieri, commesso all’ora una antimeridiana del 21 settembre dello stesso anno.

L’imputato, alle domande del Presidente, afferma che stava pagando il conto mentre i Vighetti e Michele Geninati-Biond stavano litigando nella vicina camera: è uscito per difendere Geninati-Biond ma ha dovuto lottare a lungo con un altro rissante. Dice poi di essere uscito di là con suo padre Martino, di essere andato in altra osteria e nella casa di una famiglia dove vi erano ragazze che gli piacevano. Qui ha saputo del ferimento di Geninati-Biond. Non aveva coltelli, era un amico affezionato di Geninati-Biond e desiderava ancora vederlo: perciò voleva entrare per forza nella trattoria, non sapendo che dentro vi era il Pretore. Aveva dato in escandescenze perché era ancora ubriaco.

“Scena di rissa” di Bartolomeo Pinelli

Le deposizioni dei vari testimoni ascoltati nelle due udienze, confermano tutta la sua linea di difesa. È provato che non ha preso parte alla rissa con Geninati- Biond perché in quel momento si trovava altrove. Tutti affermano concordi che non poteva essere uno dei feritori.

Quanto poi all’oltraggio al Pretore e ai Carabinieri, questo è accertato, ma vari testimoni, tra cui lo stesso Pretore, confermano che in quel momento Pocchiola-Lussia era ubriaco.

Il Pubblico Ministero, nella sua requisitoria, chiede ai giurati un verdetto di assoluzione per l’omicidio e di colpevolezza per l’oltraggio alla pubblica autorità.

A questo punto, le miti richieste del Pubblico Ministero limitano le possibilità di intervento degli avvocati difensori di Pocchiola-Lussia che non possono fare sfoggio di tutta la loro abilità oratoria. I due parlano comunque a lungo e molto bene, con soddisfazione del pubblico che si può immaginare formato da molti abitanti di Mezzenile e dei comuni vicini.

Grazie alle belle e calorose arringhe dei difensori, i giurati, oltre ad assolvere l’imputato dall’accusa di omicidio, ammettono anche che nel momento dell’oltraggio, era in stato di piena ubriachezza. In base a questo verdetto dei giurati la Corte condanna Pocchiola-Lussia, per l’oltraggio, a due mesi di carcere, il minimo della pena, già scontato con quello preventivamente sofferto che è stato di ben 14 mesi.

Questa storia si inserisce nel vasto filone dei “crimini del giorno di festa”, ovvero di quelle risse, ferimenti e omicidi che, purtroppo, funestavano con eccessiva frequenza le ricorrenze festive popolari.

Il cronista giudiziario lo considera un caso di malagiustizia, anche se nel 1876 questa parola è ancora sconosciuta, con un innocente che ha sofferto 14 mesi di carcere preventivo prima di essere assolto. Anche se l’immaginario collettivo tende a considerare gli errori giudiziari come un male del passato, da parte nostra non ci sentiamo di affermare che oggi, a quasi centocinquant’anni di distanza, casi del genere non capitano più!