di Paolo Barosso 

Il Seicento è un’epoca d’oro, sia per il castello, perché ne segna la rinascita dalle ceneri delle devastazioni cinquecentesche, sia per la famiglia dei conti Valperga, che assurse ai vertici della gloria, grazie a figure come il conte Carlo Francesco I di Masino, vero artefice insieme con la moglie Maria Vittoria Trotti Bentivoglio della trasformazione del castello avito in maison de plaisance.

Carlo Francesco I rivestì un ruolo importante alla corte sabauda, prima del suo allontanamento, dovuto alla liaison dangereuse intrecciata con la seconda Madama Reale, Maria Giovanna Battista di Savoia Nemours, e osteggiata dal figlio, il futuro re Vittorio Amedeo II. Per i soggiorni della duchessa al castello, il conte fece allestire un elegante appartamento, detto appunto di Madama Reale, con sete raffinate e un sontuoso letto a baldacchino.

Le alte relazioni intrattenute a corte dai membri della famiglia Valperga si riflettono sull’apparato decorativo del salone dei Savoia, ambiente di rappresentanza ricavato nel mastio medioevale, in seguito adibito a galleria dei ritratti, in cui sono sistemate tele raffiguranti personaggi delle famiglie Valperga e Savoia e, nella parte alta, una serie di ovali con “belle donne”. Il salone esibisce sulla volta affrescata gli stemmi associati dei Savoia e dei Borbone Francia (a ricordare l’unione di Vittorio Amedeo II con Anna d’Orléans), con catene dorate che sorreggono drappi ornati con croci di Savoia e gigli di Francia e ghirlande in cui ricorrono i temi alternati del giglio e della rosa di Cipro, fiore dell’iconografia sabauda.

Camera degli ambasciatori di Spagna con l’imponente letto a baldacchino ricoperto di damasco rosso

Adiacenti al salone dei Savoia sono le camere degli Ambasciatori, così chiamate perché concepite come ambienti di rappresentanza sul modello degli appartamenti di corte: in successione si trova la camera degli ambasciatori di Spagna, con le arme di Filippo V d’Asburgo-Spagna e della consorte Maria Luisa Gabriella di Savoia affrescate sulla volta e altri stemmi riferiti a personaggi legati alla casa regnante spagnola; la camera degli ambasciatori d’Austria, con gli stemmi dell’elettore Leopoldo Ignazio e della consorte Anna Maria Giuseppina di Baviera accanto a allegorie e arme riferibili alle province dell’Elettorato Palatino e dei domini asburgici; infine la camera degli ambasciatori di Francia, oggi non più riconoscibile nell’aspetto originario perché suddivisa in ambienti minori, con un piccolo corridoio che conduce al salottino all’Etrusca, testimonianza di gusto del primo Ottocento.

Camera degli ambasciatori d’Austria con la volta adorna di stemmi affrescati

Significativa è anche la cappella, sita nel cuore della parte medioevale del castello, sia per la pala d’altare (1608) attribuita a Guglielmo Caccia detto il Moncalvo (sulla cimasa si nota l’effigie di San Carlo Borromeo che pare abbia soggiornato al castello nel 1578 durante il viaggio verso Torino per venerare la Sindone), sia per la lapide marmorea, fatta posare nel 1892 da Cesare Valperga di Caluso, che indica la presenza delle spoglie mortali di re Arduino, conservate all’interno d’una cassetta. I resti vennero in passato contesi tra le due famiglie eminenti del Canavese, i San Martino e i Valperga, che dal marchese anscarico rivendicavano la discendenza.

Seguendo il racconto del Giacosa, fu il conte Filippo San Martino d’Agliè, letterato vissuto nel Seicento famoso per essere stato il favorito della prima Madama Reale, a volere il trasporto delle ossa di re Arduino, sepolto alla Fruttuaria, nel castello di Agliè. Con la vendita nel 1674 della dimora alladiese a re Carlo Emanuele III di Savoia, che la diede in appannaggio al figlio Benedetto Maurizio Maria Duca del Chiablese, i resti mortali di Arduino, per intervento di Cristina di Saluzzo-Miolans, amante di Carlo Francesco Valperga di Masino, vennero traslati nottetempo nel castello di Masino, dove tuttora si trovano. Risale al 1827, regnante Carlo Felice di Savoia, l’ultima ricognizione del contenuto della cassetta, che venne poi benedetta e richiusa, imprimendovi il motto arduinico Sans despartir.

Nel Settecento si distinsero poi le figure dell’abate Tommaso Valperga di Masino, matematico e poeta, membro dell’Accademia delle Scienze di Torino, e del fratello Carlo Francesco II di Masino, che dal 1780 fu viceré di Sardegna per Vittorio Amedeo III. Entrambi lasciarono la loro impronta di gusto, dettata da differenti interessi e ruoli, nell’arredo della residenza, che vollero rendere più monumentale e aggiornata ai più moderni canoni del gusto neoclassico.

All’abate Valperga di Masino si deve la Galleria dei Poeti, ideata tra 1811 e 1814 quale passaggio di collegamento con il Salone dei Savoia, sorta di antologia dei poeti in cui occupano una posizione di preminenza Vittorio Alfieri, trageda legato da rapporti di amicizia con l’abate, e la poetessa torinese Diodata Roero di Saluzzo.

Veduta d’assieme della Galleria dei Poeti

Al viceré di Sardegna si deve invece, oltre a vari interventi come la posa dei magnifici pavimenti in graniglia di marmo alla veneziana e gli arredi decorati in pastiglia di riso, la chiusura del loggiato del piano terra e primo piano, con la sistemazione nello spazio ricavato di tre nuovi ambienti, modernamente concepiti: la sala delle tre finestre, la sala dei Gobelins e la sala del biliardo.

La sala delle tre finestre è un’ambiente concepito in sintonia con il gusto classicheggiante del tardo Settecento, evidente sia negli affreschi delle pareti, dove si alternano sfingi, simbolo della tendenza egittizzante in voga al tempo, piccoli draghi, paesaggi in miniatura, sia nell’arredo, in cui si manifesta l’abilità degli artigiani piemontesi di imitare il grande mobilio intagliato alla maniera del Bonzanigo attraverso l’applicazione di lavorazioni in “pastiglia di riso”. Gli altri due spazi, la sala dei Gobelins (detta in precedenza degli Atlanti) e la sala del biliardo (detta in origine delle Cariatidi), così chiamate rispettivamente per i rivestimenti delle poltrone in preziosi tessuti fiamminghi e per il grande biliardo, anche se riallestiti secondo le mode dell’epoca, conservano alle pareti le decorazioni realizzate durante la campagna di lavori di metà Seicento, dovute a maestranze lombardo-ticinesi.

Camera degli ambasciatori d’Austria con il letto a baldacchino in legno dorato rivestito delle originali sete settecentesche

Tale pagina decorativa rimane la più evidente attestazione di un gusto tardo-manierista d’impronta nordica per le vedute illusionistiche, i finti loggiati, le aperture su sfondi vegetali, l’alternarsi di cariatidi e telamoni agghindati con festoni di fiori e frutta, quasi a richiamare quell’architettura topiaria che in antico caratterizzava i fianchi della collina e i possedimenti dei Valperga, e da cui gli stessi ricavavano pregiati vini.

Testimonianza della passione settecentesca per il collezionismo è la sala delle stampe, che mostra alle pareti una serie di raffinate stampe e incisioni francesi e inglesi, mentre il baudoir del viceré esibisce una decorazione parietale con riquadri e grottesche alla pompeiana. Entrambi fanno parte della successione di ambienti che compongono l’appartamento del Viceré insieme con la camera da letto del Viceré.

Spettacolare è il salone da ballo, ricavato nel massiccio torrione rotondo, in cui la sensazione di ampiezza e luminosità risulta accentuata dagli affreschi realizzati verso il 1730, con l’illusionistica apertura verso paesaggi arcadici che si aprono attraverso mossi tendaggi e con la cupola che alterna pilastri e finestre a cielo aperto.

Il tempietto neogotico in fondo al viale dei tigli

All’Ottocento si devono soprattutto interventi che incisero sull’arredo, come nel salotto rosso e nella camera da letto del Viceré, visibilmente riarredata, e di revisione e ampliamento del vasto parco, reimpostato secondo i crismi del giardino romantico all’inglese, dove, in luogo delle geometrie tipiche del giardino all’italiana, la natura viene apparentemente lasciata libera di espandersi e di crescere senza costrizioni progettuali con un’alternanza sapientemente dosata di radure e boschi, disseminati di manufatti ispirati alla moda dell’orientalismo e al gusto per l’esotico, ma anche al sogno romantico del Medioevo.

Risale al 1840 il bellissimo tempietto neogotico in fondo al viale di tigli, mentre tra 1840 e 1847 venne aperta la strada a ventidue tornanti che risale il fianco della collina, facendosi largo nel bosco e terminando presso la cascina svizzera, alle pendici della collina verso Strambino.

Soffitto all’interno della torre dei venti

Nel terrazzamento est, tra il torrione rotondo e la torre dei venti, si trova il giardino dei cipressi, che reca ancora traccia nel disegno ordinato e geometrizzante del gusto per il giardino all’italiana, mentre all’esterno del recinto castellano, in un’ala indipendente detta “Palazzo”, è allestito un piccolo Museo delle Carrozze, con dodici esemplari appartenuti ai conti Valperga.

Particolare del giardino dei cipressi

Fonti bibliografiche:

Augusto Cavallari Murat, Tra Serra d’Ivrea Orco e Po, Istituto Bancario San Paolo di Torino, 1976, Torino

M.L. Tibone e L.M. Cardino, Il Canavese, terra di storia e di arte, coll. Percorsi d’arte in Piemonte, Omega ed., 1993, Torino

Tutte le foto pubblicate sono di Roberto Beltramo

Il castello di Masino è stato affidato al FAI (Fondo Ambiente Italiano) nel 1987 per volontà dell’ultima abitatrice della dimora, Virginia Leumann, moglie del conte Cesare Valperga, e del figlio, conte Luigi Valperga di Masino. Compito del FAI è di prendersi cura del complesso, preservando la memoria storica della prestigiosa e antica famiglia dell’aristocrazia piemontese che vi ha dimorato per così tanti secoli.