di Arconte

Questa storia inizia la sera dell’8 marzo 1849, sulla strada fra Bollengo e Palazzo. Nel marzo 1849 in Piemonte soffiano “venti di guerra”. Fin dal 9 agosto 1848, quando l’armistizio Salasco di Milano ha posto fine alle ostilità della prima campagna della prima guerra di indipendenza, a Torino – capitale del regno sardo – si assiste ad una grande attività per ammodernare l’esercito e riprendere, si spera in modo vittorioso, la guerra contro l’Austria. Il fervore patriottico di Torino è certo assai meno sentito nelle province, come il Canavese, dove si percepisce la guerra imminente per gli inevitabili disagi e per i molti uomini richiamati alle armi.

Verso le sette della sera dell’8 marzo 1849, sullo stradale provinciale di Vercelli, fra Bollengo e Palazzo e più precisamente nella regione Causagna o Frassonera, il brigadiere dei carabinieri Giovenale Pepino comandante della caserma di Piverone, procede accompagnato dal carabiniere Pio. Il brigadiere ferma tre individui sospetti, che dicono di venire da San Germano diretti a Castellamonte, e chiede loro i documenti. I tre ne sono privi e il brigadiere minaccia di arrestarli. A questo punto, uno dei fermati spara un colpo di pistola, che colpisce il maresciallo al ventre uccidendolo all’istante. Il carabiniere Pio con il fucile colpisce alla testa quello dei tre compari che gli sta vicino. Il terzo, con un secondo colpo di pistola ferisce il carabiniere Pio al ginocchio sinistro. Così i tre malfattori possono allontanarsi.

Iniziano le indagini. Sul luogo dello scontro, presso il cadavere del brigadiere, si trovano una pistola a percussione, ancora carica, ed un cappello nero alla calabrese. La pistola è di tipo proibito perché la canna misurata  internamente è lunga soltanto 164 mm (arma “insidiosa”[1]).

Una perizia medica accerta che il colpo mortale per il brigadiere, “penetrato alla parte sinistra, quattro dita traverse al di sotto dell’ombelico, lasciando una perforazione in forma circolare della larghezza di una lira”, ha perforato gli intestini e la vena cava, causando la morte immediata. Il carabiniere Pio, invece, presenta all’articolazione del ginocchio sinistro una ferita della lunghezza di tre centimetri per due, che interessa soltanto la pelle, guaribile in dodici giorni.

Le indagini accertano che quell’8 marzo, fra le 4 e mezza e le 5 e mezza pomeridiane, tre individui con i connotati di quei malfattori sono stati nell’osteria Coda a Settimo Rottaro, dove si sono fermati soltanto pochi momenti per bere una bottiglia.

Da un’illustrazione di Casimiro Teja

Sull’imbrunire di quel giorno tre individui, apparentemente gli stessi, sono andati a mangiare nell’osteria Boratto a Piverone, dove uno dei tre ha detto che arrivavano da San Germano e che intendevano andare a Castellamonte. Hanno poi mostrato molta premura e, infatti, se ne sono  ripartiti circa tre quarti d’ora dopo. Verso le sette, un certo Regruto proveniente da Ivrea,  li ha incontrati nei pressi di Bollengo. Subito dopo, a brevissima distanza, i tre hanno incontrato i carabinieri provenienti da Piverone e diretti verso Bollengo per la “corrispondenza”, cioè l’incontro con militari di altre vicine caserme. Quando i carabinieri hanno detto di volerli arrestare per mancanza di documenti, non hanno esitato a sparare e ad uccidere. Sono poi ritornati nella osteria Coda a Settimo Rottaro, verso le nove di quella sera, come dichiara la moglie dell’oste.

I tre sono identificati in Giovanni Battista Ferraro, Giovanni Battista Motta e Pietro Benna.

Giovanni Battista Ferraro, detto Massolin, di trentasei anni, nato a Settimo Rottaro, già soldato è addetto al battaglione Invalidi di stanza ad Asti. È il più anziano e con precedenti penali. Gli altri due sono assai giovani, addirittura minorenni.

Giovanni Battista Motta, nato a Bosconero l’8 dicembre 1828, non ha ancora compiuto ventuno anni, ma è già maggiore dei diciotto, secondo la distinzione al tempo prevista dalla legge. Anche Motta ha dei precedenti penali. Pietro Benna è nato il 16 settembre 1831 al Boschetto di Chivasso, dove lavora come contadino. Al momento dell’uccisione del brigadiere, Benna non ha ancora compiuto diciotto anni.

Ferraro, Motta e Benna sono arrestati, in data a noi sconosciuta. Il più scellerato è Giovanni Battista Ferraro. È lui stesso a fornire un suo ritratto e anche a chiarire gli avvenimenti della sera dell’8 marzo quando, in carcere fa delle rivelazioni ad un altro detenuto, Gauna.

Mentre sono chiusi nella stessa cella, Ferraro gli racconta in confidenza “la malvagia sua condotta”:  fin dall’età di dieci anni, ha fatto il borsaiolo poi è diventato un grassatore con altri complici. Teneva nascoste in vari luoghi armi e vestiti per utilizzarli in occasione delle grassazioni.  Evidentemente anche cattivo militare, Ferraro è stato nel Corpo franco in Sardegna, dove gli è stato amputato il braccio destro. Per rimediare a questa evidente menomazione, che poteva farlo facilmente riconoscere, aveva predisposto in uno dei suoi nascondigli un braccio finto da mettere al posto di quello mancante. Sempre a Gauna, Ferraro racconta dettagliatamente tutti i singoli avvenimenti della sera dello scontro con i carabinieri. Spiega che dall’osteria Boratto di Piverone era andato sulla strada di Bollengo allo scopo di depredare un certo Rolle di Banchette mentre tornava a casa sua dalla fiera di San Germano.

Appare strano che Ferraro sia così ciarliero con un altro detenuto. Pare di capire, dalla sentenza, che Gauna sia un po’ ingenuo e sempliciotto. Ferrero si è forse lanciato in queste rivelazioni per apparire come un navigato masnadiero agli occhi del compagno di cella. Del resto Ferraro ha mostrato una certa tendenza a parlare troppo. Il cappello nero alla calabrese trovato sul luogo dello scontro è suo. Lo ha detto lui stesso, il 9 marzo 1849, giorno seguente all’uccisione, mentre con i suoi complici era in una osteria presso Albiano, nel quartiere della Torre di Balfredo, dove si è lagnato di aver perso il cappello.

Ferraro viene riconosciuto dal carabiniere Pio come quello che ha colpito alla testa col suo fucile. Ferraro, verso le dieci e mezza della sera dell’8 marzo, è andato a chiedere ospitalità nella cascina dei fratelli Pollono a Settimo Rottaro. Questi lo hanno accolto ed hanno osservato che presentava una lacerazione al naso fatta assai di recente.

Altra importante scoperta fatta in istruttoria viene dalla pistola trovata accanto al cadavere. L’arma faceva parte di una coppia di pistole e la gemella è stata venduta, qualche tempo prima, da Giovanni Battista Motta ad un oste di Bollengo, Domenico Bravo detto Sarel.

Domenico Bravo, persona di grande senso civico e di grande coraggio, presenta la pistola comperata da Motta e fornisce così una prova che collega questo accusato all’uccisione del brigadiere. Resta però il fatto del possesso di un’arma proibita.

Viene anche compiuta una misurazione per controllare se gli accusati hanno potuto effettivamente compiere tutti i loro spostamenti da un luogo all’altro nel tempi indicati dai testimoni della accusa:

tra le quattro e mezza e le cinque e mezza del pomeriggio a Settimo Rottaro, sull’imbrunire a Piverone, a Bollengo alle sette della sera, poi di nuovo a Settimo Rottaro, alle nove all’osteria e, infine, alle dieci e mezza nella cascina dei fratelli Pollono. La misurazione eseguita accerta la possibilità di questi spostamenti.

Alla conclusione della istruttoria, Ferraro, Benna e Motta, detenuti, con l’aggravante della recidività per  Ferraro e Motta e l’attenuante  dell’età minore per Motta e Benna, sono accusati di omicidio volontario del brigadiere dei carabinieri Pepino; di ferimento del carabiniere Pio; di porto di armi da fuoco di tipo proibito.

Domenico Bravo, fuori carcere, è accusato di ritenzione in casa di una pistola di tipo proibito.

Il processo si svolge nel giugno 1851, nella seconda classe criminale del Magistrato d’Appello, col Presidente conte Giambattista Schiari.

Come già nel corso dell’istruttoria, i tre accusati negano. Nel dibattimento, la loro linea di difesa, che presenta  molte contraddizioni già evidenti nell’istruttoria, consiste nel sostenere di non essersi allontanati da Settimo Rottaro finché hanno lasciato l’osteria dei Coda, verso le dieci e mezza della sera, per alloggiarsi presso la vicina cascina dei Pollono.

In aula trovano conferma i vari accertamenti dell’istruttoria. I tre si erano riuniti tutti con armi da fuoco, dal che si può facilmente desumere che quella sera progettavano una grassazione, fallita per intervento dei carabinieri.

Per dimostrare che il cappello alla calabrese trovato sul luogo del delitto è proprio di Ferraro, gli viene chiesto di metterlo in testa. Lui si rifiuta, ma quando gli viene posato sulla testa, si vede chiaramente che gli calza.

I giudici considerano veritiere le rivelazioni che Ferraro ha fatto al compagno di cella Gauna.

Queste rivelazioni trovano riscontro, per quanto concerne i vestiti nascosti qua e là, dalle dichiarazioni dell’ex detenuto Trecca. Costui, quando era stato rilasciato dal carcere, era stato incaricato da Ferraro di chiedere alla vedova Passera di Caluso di portargli due paia di pantaloni che lui aveva lasciati a casa sua.

Il testimone chiave è il carabiniere Pio, che dalla sentenza appare molto cauto nelle sue dichiarazioni. Accerta la responsabilità dei tre accusati ma non riesce a indicare con certezza il reale uccisore. Ferraro non ha sparato ma Pio non sa dire se sia stato Benna o Motta a sparare il colpo micidiale. Con ogni verosimiglianza, il colpevole è Motta: in un momento di collera per una discussione con un altro carcerato, ha esclamato che ne aveva già ucciso uno, e che era buono a ucciderne un altroMotta sarebbe l’assassino del carabiniere e Benna il feritore di Pio, ma il tribunale non può dire di averne la certezza.

I giudici dimostrano una certa benevolenza nei confronti dell’oste Bravo. Riconoscono che ha reso un importante servizio alla giustizia e che era in possesso di una pistola di tipo proibito ma con l’attenuante di aver segnalato l’acquisto al sindaco.

Nella valutazione della pena per l’omicidio ed il ferimento, bisogna tenere presente le attenuanti a favore di Benna, minore di diciotto anni, e di Motta, minore dei ventuno. Ferraro è giudicato soltanto complice.

La sentenza del 23 giugno 1851 condanna Ferraro a dieci anni di lavori forzati, Motta a venti anni di lavori forzati e Benna a dieci anni di reclusione. Bravo è condannato a sei giorni di carcere che gli vengono condonati con regio decreto 29 settembre 1851.

[1] L’art. 496 del Codice Penale del 1839 definisce “insidiose” le armi che possono essere facilmente nascoste, in modo da ingannare l’aggredito facendosi credere disarmati. Sono considerate tali le armi bianche con lama come stiletti, pugnali, stocchi, spade e sciabole in bastone ed inoltre i tromboni, le pistole fatte a trombone e le pistole corte, ovvero con una canna non superiore a 171 millimetri di lunghezza misurata internamente. L’art. 498 dello stesso Codice punisce col carcere, da 6 mesi a 4 anni, chi è in possesso di armi insidiose al di fuori della sua abitazione. Se tali armi sono invece tenute in casa, il possessore è punito col carcere fino a 2 anni.