Testo e foto di Paolo Barosso

Domenica 28 ottobre si è svolta a Settimo Vittone, nel tratto canavesano della valle della Dora Baltea, la 18^ edizione della Dësnalpa, la tradizionale festa che celebra la discesa delle mandrie dagli alpeggi.

 

Accolte dall’entusiasmo di centinaia di persone, mandrie e greggi sono sfilate per le vie del paese, ravvivando l’atmosfera con la policromia delle composizioni floreali e delle ghirlande con cui gli allevatori hanno agghindato gli esemplari bovini e con il risuonare dei variopinti campanacci, i cosiddetti “rodon”, che hanno dato vita a un allegro “concerto”.

La pratica della monticazione, volta a sfruttare i ricchi pascoli delle alte quote, trova già attestazione nei cartari medioevali, risalenti al XII e XIII secolo, che documentano l’esistenza di alpeggi. Nel corso dei secoli il fenomeno della transumanza ha cambiato volto e modalità, soprattutto a partire da fine Ottocento con l’ampliarsi di mandrie e greggi, divenute più numerose e quindi con maggiori esigenze da soddisfare.

Per uno sfruttamento ottimale dei terreni, in alcune zone del Piemonte è consolidata l’abitudine di far salire gli animali in modo graduale: in Val Pellice a inizio primavera ci si sposta dalle sedi invernali agli alpeggi delle quote medie, i cosiddetti “fourést”, mentre solo verso fine giugno è previsto il trasferimento a quelli più alti, detti “alp”. Lo stazionamento temporaneo in strutture intermedie, chiamate “tramut” (ma la terminologia varia a seconda delle aree linguistiche del Piemonte), è comunque pratica necessaria laddove i pascoli alti siano ancora coperti in parte dalle nevi.

Le mandrie di bovini o, in casi oggi più rari, le greggi di pecore e capre, cui si aggiungono altri animali come asini o maiali, vengono radunate il giorno di San Giovanni per affrontare la salita, che oggi si compie, in parte, con i camion, mentre un tempo avveniva a piedi. Rito ancor oggi rispettato è di munire gli esemplari più robusti dei pesanti “rodon”, i variopinti campanacci che, risuonando in modo festoso (rodonà), segnalano nei luoghi attraversati l’approssimarsi dei “marghé”, i conduttori delle mandrie bovine (spesso originari delle valli, ma con attività zootecnica insediata in pianura), e dei “bërgé”, i pastori di ovini e caprini. In caso di lutto recente nella famiglia dei pastori era poi consuetudine salire in silenzio, avviluppando il batacchio del “rodon” con stracci e impedendone così il risuonare.

L’alpeggio, in casi rari di proprietà del margaro o pastore, appartiene a enti, consorzi e comuni che lo assegnano in affitto tramite incanto o asta per la durata di nove anni (novena). Allo scopo si ricorre ancora a riti arcaici come la “Candela vergine” descritto da Gian Vittorio Avondo: dopo aver acceso una o più candele nuove si raccolgono le offerte degli astanti sino allo spegnimento delle fiammelle, ritenendo poi valida l’ultima offerta ricevuta. La scelta del giorno di San Giovanni Battista come momento propizio per la salita agli alpeggi si lega a un intreccio di credenze, commiste di autentica devozione cristiana, ritualità ancestrali e pratiche superstiziose, sopravvivenze d’un paganesimo di matrice celtica.

La sera della vigilia era d’uso nelle campagne accendere ai bordi dei campi e nei paesi i falò, i cosiddetti “fuochi di San Giovanni”, che illuminavano la notte. In Valle di Susa i fuochi venivano accesi lungo i percorsi che il giorno seguente, quello della festa di San Giovanni, sarebbero stati seguiti dalle mandrie in salita verso gli alpeggi. Calpestare la cenere che si depositava sul terreno era considerato gesto propiziatorio, anche per la salute delle mandrie, bene prezioso.

La salita delle mandrie in montagna consente di produrre i celebri formaggi d’alpeggio, vanto del Piemonte alpino. Nel territorio di Settimo Vittone opera l’azienda agricola Nicoletta che ha sede in frazione Cesnola, dove gli animali vivono in stabulazione fissa, alimentati con fieno di prato polifita e crusca, mentre nel periodo estivo vengono condotti all’alpeggio Rovarnero a oltre 1200 metri d’altitudine, al confine con la Valle d’Aosta.

L’alta qualità del latte prodotto influisce in modo determinante sulla tipologia e il sapore dei formaggi proposti dall’azienda: nel vasto repertorio ricordiamo la Toma d’alpeggio della valle di Trovinasse, ricavata dal latte di bovine di razza Valdostana pezzata rossa (la “rodze”) e nera (la “nèye”), alimentate con erba fresca dei pascoli siti alle pendici del Mombarone tra 1200 e 1500 metri d’altezza, la Toma alle erbe, che prevede l’aggiunta di peperoncino e cumico, la Rovarnerina, tipo di formaggio che prende il nome dall’alpeggio Rovarnero, e il Salignon, tipica produzione dell’Alto Canavese che consiste in un impasto di tomette fresche sminuzzate (versante orografico destro della Dora) o di ricotta (paesi del versante sinistro) asciugata nei teli (seirass), insaporito con peperoncino, cumino e sale (anche aglio, ginepro, finocchio, fiori secchi, spezie varie) e tradizionalmente consumato con l’accompagnamento di patate bollite o con le miasse, sfoglie di farina di mais cotte con ferri roventi a contatto con il fuoco del camino. Con gli avanzi del Salignon si dà poi forma al mörtrett, formaggio che viene affumicato sulla cappa del camino e poi grattugiato oppure fatto stagionare per alcuni mesi.