di Arconte

Concludiamo la nostra ricognizione sui barabba torinesi. Dopo aver esaminato i due studi di fine secolo apparsi sulla rivista scientifica «Archivio per lo studio delle tradizioni popolari» sul finire del ‘900, prendiamo ora in esame gli scarsi accenni a questo fenomeno comparsi in precedenza.

Quello dei barabba torinesi è un fenomeno di devianza dei giovani operai. Il barabba incarna il prototipo del “cattivo” operaio: pessimo soggetto che non ama il lavoro, è pronto alle risse e recidivo nel ribellarsi alla forza pubblica, che ama starsene all’osteria, che frequenta cattive compagnie, che spesso è disoccupato e incute timore agli onesti e pacifici cittadini.

Il modello ideale di questa categoria sociale è dato dall’operaio buon lavoratore, buon cittadino, ben inserito nel contesto della società torinese, scandito anche dalla collocazione delle abitazioni, illustrato da Vittorio Bersezio nel 1899, ma con riferimento alla metà circa dell’Ottocento: «Un palazzo torinese era un modello in azione del corpo sociale» perché al piano terreno vi erano collocate le botteghe, negli ammezzati i bottegai; al piano superiore noto come “piano nobile” abitava l’aristocrazia e quindi la ricchezza; negli altri piani successivi la borghesia, di grado sempre minore via via che si saliva di piano e infine, nelle soffitte, il popolo.

Questa coabitazione, secondo Gian Luigi Bravo porta ad una condivisione di sentimenti, di vicende ed a forme spontanee di solidarietà interclassista.

L’operaio, oltre che ligio alle leggi, deve essere riconoscente alla beneficenza, pubblica e privata, resa indispensabile dalla precarietà delle sue condizioni economiche, visto che i salari permettono appena la sopravvivenza e una malattia o un incidente possono gettare la famiglia sul lastrico.

L’operaio ideale è quindi «onesto, misero e sfortunato ma rassegnato e mai invidioso o ribelle, e neppure soltanto critico o informato, […] accettava con gratitudine e benedizioni ogni soccorso» per usare le parole di Gian Luigi Bravo.

Le deviazioni rispetto a questo schema comportamentale implicano il passaggio nella categoria dei «barabba».

Il “disagio” di parte degli operai torinesi che può portare ad atteggiamenti da «barabba», sistematici o saltuari, è ben noto ai giornalisti torinesi del tempo: nel 1869, ad esempio, la «Gazzetta del Popolo» ha tentato di analizzare e motivare il fenomeno degli scambi di coltellate fra operai conseguenti alle loro solenni e sistematiche ubriacature domenicali.

Il complesso fenomeno dei barabba torinesi viene poco studiato.

Fino agli anni ‘80 dell’Ottocento la causa del cattivo comportamento degli operai, analizzata soprattutto dai quotidiani, viene indicata nel vino e nella scarsa voglia di lavorare, senza implicazioni politiche. Successivamente si vogliono associare i cattivi comportamenti alla presa di coscienza dei propri diritti, a rivendicazioni sindacali e politiche, all’adesione a “funeste” ideologie.

È molto interessante in questo senso il libro “Torino 1880”. Questo volume collettaneo di 1.000 pagine, edito dalla casa editrice torinese Roux e Favale in quello stesso anno, si propone di offrire un quadro dei molteplici aspetti della nostra città il più possibile completo ed esaustivo, visto che raccoglie i contributi di 26 “esperti” cittadini.

Alcuni sono ancor oggi noti, come Edmondo De Amicis, Giuseppe Giacosa e Vittorio Bersezio, altri più o meno vagamente ricordati (se non altro dalle vie loro intitolate) come Michele Lessona, Giacinto Pacchiotti, Padre Francesco D’Enza, Nicomede Bianchi, Valentino Carrera, Leopoldo Marenco, Corrado Corradino, Giovanni Faldella, e infine molti ormai dimenticati, Alberto Arnulfi, Carlo Anfosso, Roberto Sacchetti, Stanislao Carlevaris, D. Busi-Aime, G. Gloria, G. C. Molineri, Francesco Gamba, Mario Michela, G. B. Ferrante, G. Bercanovich, Vittorio Turletti, Nino Pettinati, G. B. Arnaudo, Luigi Roux.

Interno di uno stabilimento torinese: la fabbrica Diatto di via Frejus (dal gruppo fb “Torino sparita su facebook”)

In questa notevole massa di informazioni, i barabba trovano posto soltanto per due brevi citazioni.

La prima è di Alberto Arnulfi (Torino, 1849 – Roma, 1888), autore di poesie e commedie in lingua piemontese scritte con lo pseudonimo di Fulberto Alarni, nel capitolo “Vita torinese”. Arnulfi insiste sulla distinzione fra gli operai, quelli onesti e quelli «falsi» quando scrive: «[…] gli operai hanno acquistato assai maggiore importanza che prima non avessero. Si sono ordinati e disciplinati in potenti sodalizi, si sono istruiti nelle scuole appositamente istituite e si sono capacitati della loro forza […] E se la miglior parte di essi si vale di questa nuova importanza per occupare nella Società il posto che spetta per diritto all’onesto ed intelligente figlio del lavoro, vi è altresì l’operaio che, incline al vizio ed insofferente di ogni freno, spadroneggia nei borghi e nei rioni a detrimento della pubblica morale, della tranquillità e della sicurezza dei pacifici Torinesi.

Questo falso operaio che lavora soltanto alcuni giorni della settimana, che s’impanca nelle bettole colla ganza, di dove uscendo schifosamente briaco dà ributtante spettacolo di sé, che per mantenersi nel vizio deve necessariamente ricorrere alla frode e al ladroneccio», questo «falso operaio» appartiene, secondo Arnulfi, alla categoria dei barabba.

Si tratterebbe, secondo questo autore, di una «nuova» categoria: «[…] nuova fra noi nella sostanza e perfino nella parola, che non si trova peranco registrata in niun vocabolario del vernacolo piemontese».

Questa interpretazione appare decisamente riduttiva, soprattutto se messa a confronto con l’imponente massa di citazioni giornalistiche delle malefatte dei barabba risalenti al decennio precedente. Un po’ patetico appare il tentativo di esorcizzare il fenomeno invocandone una presunta origine extratorinese perché il vocabolo barabba non è piemontese. Arnulfi doveva sicuramente sapere che la barabberia rappresentava una evoluzione delle Còche giovanili della Torino preunitaria, anche se etichettata con un termine milanese!

La seconda citazione viene da Carlo Anfosso (Torino, 1846 – Roma, 1918), medico, naturalista, docente nei licei di Venezia, Milano e Roma e autore di testi di divulgazione scientifica, legato agli ambienti scientifici positivisti che hanno come esponenti Faldella, Lessona, De Amicis (coautori nel libro “Torino 1880”) e Lombroso.

Anche Anfosso, autore del capitolo “Torino industriale”, minimizza la barabberia torinese. «L’operaio torinese non può dar estro ai lavori letterarî della scuola nuova naturalista e sperimentale, come la chiama lo Zola, che ne è il gran mastro internazionale. Il vino generoso dei nostri colli piemontesi, bevuto largamente la domenica, lo può indurre all’allegria chiassona, alla canzone un po’ sgangherata, e ad un equilibrio meno stabile di quello che vuole la fisiologia; ma l’ubbriachezza non è piaga del nostro ceto operaio, come lo è in altre città industriali. In quanto all’abuso della acquavite è cosa rarissima. Quel brutto figuro del barabba, insolente e briccone, che ci fu importato dal di fuori, viene scomparendo fra di noi: i compagni stessi, la fermezza degli industriali, i benefizi dell’istruzione ci liberano di questo gramo germoglio, che faceva torto alla dignità del nostro ceto operaio».

E più avanti: «È raro quell’infausto vezzo della lunediata, riservato solamente agli operai di second’ordine: i proprietarî di fabbriche, colla loro insistente severità, sono riusciti a sradicare questa mala erba quasi del tutto dalle abitudini operaie».

Quelle di Arnulfi e di Anfosso sono affermazioni che si possono facilmente spiegare col desiderio di fornire ai lettori una immagine fortemente positiva della vita cittadina torinese ma che vengono ampiamente smentite dalla cronaca dei giornali e, soprattutto, dagli studi di Giovanni Saragat pubblicati all’inizio del Novecento!

Anfosso C., Torino industriale in AA. VV., Torino 1880, Torino, 1880, citato da Levra U., Dalla città «decapitalizzata» alla città del Novecento in Levra U. (a cura di), Storia di Torino. Da capitale politica a capitale industriale (1864-1915), Vol. VII, Torino, 2001.

Arnulfi A., Vita torinese, in AA. VV., Torino 1880, Torino, 1880.

Bravo G. L., Vita quotidiana e tradizioni popolari in Levra U. (a cura di), Storia di Torino. Da capitale politica a capitale industriale (1864-1915), Vol. VII, Torino, 2001.

 

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