di Paolo Barosso 

Dal “Glossario storico popolare piemontese” pubblicato da Ugo Rosa nel 1889 si evince l’abbondanza di modi di dire, motti, detti popolari e proverbi che ruotano attorno a figure storiche e traggono ispirazione da personaggi dell’antichità o del mondo biblico.

Prendiamo due esempi. Il primo riguarda un modo di dire un tempo utilizzato per esprimere la fierezza d’una persona: “Fier coma n’Artaban” (nel testo del Rosa “Fier com n’Artaban”).

Chi era questo Artaban (Artabano), la cui fierezza è divenuta proverbiale?

L’impero partico e i regni vassalli nella loro massima espansione verso il 60 a.C. – Samuel Butler, 1907 (da www.gutenberg.net)

Secondo la spiegazione fornita dal Rosa nella sua raccolta, l’espressione idiomatica si riferisce alle imprese di Artabano V, re dei Parti, che si distinse in valore guerresco sconfiggendo, dopo un combattimento durato tre giorni, gli acerrimi nemici del suo popolo, i Romani, inducendoli alla stipulazione d’un trattato di pace, che riconosceva al sovrano gli “onori della guerra”. Il Rosa aggiunge che Artabano fu tanto fiero della vittoria conseguita da voler sfoggiare sul capo, come insegna regale, un doppio diadema e esibire il titolo di “Gran Re” o “Re dei re”. Ecco che la fierezza mostrata dal re guerriero, sovrano dei bellicosi Parti, rimase impressa nella memoria collettiva, trasmettendosi di generazione in generazione, e venendo non solo celebrata in componimenti letterari, ma anche consacrata dalla saggezza popolare.

Una breve disamina del contesto storico in cui visse re Artabano ci consente di fare alcune precisazioni. I Parti erano una popolazione semi-nomade che attorno alla metà del III secolo a.C., guidata da Arsace, capostipite eponimo della dinastia degli Arsacidi (cui Artabano apparteneva), si stanziò nella regione dell’Iran settentrionale in seguito denominata Partia, espandendosi poi verso ovest e fondando l’impero partico. Tradizionali antagonisti dei Romani in Medio Oriente, sin da quando nel 53 a.C. le legioni di Marco Licinio Crasso vennero umiliate dall’esercito partico nella città mesopotamica di Carre (lo stesso Crasso perse la vita), i Parti si videro in più occasioni costretti a respingere le offensive romane.

Altorilievo con guerriero partico (a destra) trascinato in catene da un romano – Arco di Settimio Severo a Roma

Figura importante nella storia dei Parti fu il re Artabano V, ultimo esponente della dinastia arsacide, che si trovò a fronteggiare tra il 215 e il 217 d.C. le mire espansionistiche dell’imperatore Caracalla, desideroso di guadagnarsi il titolo onorifico di “Parthicus”, già tributato al padre Settimio Severo per le vittorie conseguite, come annota lo scrittore Erodiano in Storia dell’impero dopo Marco Aurelio.

Artabano V, colto di sorpresa dall’esercito di Caracalla, che era penetrato nel territorio partico usando l’inganno, imbastì una tenace resistenza, che dovette proseguire anche dopo la morte dello stesso Caracalla, avvenuta a Carre nel 217, in conseguenza d’una congiura. Giunse così presso la città di Nisibis l’ora dello scontro decisivo, che vide Artabano, memore del tradimento in precedenza subito da parte di Caracalla, rifiutare le profferte di pace del nuovo imperatore, Macrino, e impegnarsi con le sue truppe in una lotta durata tre giorni. L’esito fu vittorioso per Artabano V, che ottenne dai Romani un trattato di pace favorevole per il suo popolo, ricevendo un sostanzioso tributo in denaro.

Il fiero oppositore dei Romani verrà poi sconfitto e ucciso verso il 224 d.C. per opera di Ardashir I, fondatore della dinastia persiana dei Sassanidi, che di lì a poco si sarebbe apprestato a occupare la capitale dei Parti, Ctesifonte, assumendo il titolo di “Re dei re”.

Un’altra figura storica, questa volta di ambito biblico, compare nella voce “profeta Bacùch”, che secondo il testo del Rosa i Piemontesi utilizzavano per additare l’inventone e lo sputa sentenze. L’allusione è al profeta ebraico Abacùc (Abacucco), vissuto tra VII e VI secolo a.C., l’ottavo tra i dodici profeti minori dell’Antico Testamento, indicato come l’autore del Libro di Abacuc in 56 versetti.

Statua di Abacùc a Firenze

Esistono poi altri modi di dire costruiti attorno a questa figura biblica, in particolare le voci “vej coma ‘l coco” e “vej bacùch”, usate per designare un oggetto molto vecchio o una persona in età assai avanzata. Il “coco” in piemontese è il cuculo, volatile non particolarmente longevo, ed è quindi ipotizzabile che l’allusione, anche in questo caso, sia al profeta Abacùc, il cui nome nel tempo è stato storpiato in “coco”.

Il nome del personaggio biblico compare invece in modo più evidente nella seconda espressione riferita alla vecchiaia, “vej bacùch”, italianizzata in “vecchio bacucco”. Benché non si conoscano le date di nascita e di morte, il profeta Abacùc è rappresentato infatti come un uomo molto vecchio nella tradizione popolare, probabilmente condizionata sia dalla proverbiale longevità di alcune figure veterotestamentarie (come Matusalemme, vissuto sino a 969 anni secondo il computo biblico), sia dai tratti iconografici ricalcati sul modello del cosiddetto “Zuccone”, la statua di Abacùc realizzata da Donatello per il campanile di Giotto a Firenze in cui le sembianze del profeta sono modellate dall’ascetismo e caratterizzate da estrema magrezza, quasi consunzione, come a rivelare un travaglio interiore.

 

 

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