di Arconte

Questa è una storia vera che si potrebbe inserire nella rubrica “La realtà romanzesca”, quella che Mino Milani teneva sulla «Domenica del Corriere». Inizia a Cravanzana (Cuneo) il 10 agosto 1878, quando viene ucciso in un agguato lungo una strada di campagna il dottor Gioda, medico veterinario e sindaco di Cravanzana. Il 10 agosto è una data fatidica: il 10 agosto 1867 è stato ucciso in modo analogo Ruggero Pascoli a Savignano sul Rubicone. Il figlio Giovanni, il noto poeta, dedicherà all’uccisione del padre, rimasta impunita, diverse poesie: X agosto, La cavalla storna, Tra San Mauro e Savignano.

Anche nel caso del dottor Gioda, le indagini sembrano languire, non si concretizzano in nessun arresto e l’assassino, o gli assassini, restano ignoti fino a quando entra in scena Simone, il figlio del sindaco ucciso.

Simone Gioda è nato a Monteu Roero (Cuneo) il 30 dicembre 1853, nel 1876 si è laureato in legge all’Università di Torino e, al momento dell’uccisione del padre, è avvocato praticante presso lo studio legale dell’onorevole deputato Alessandro Allis.

Il giovane avvocato, impaziente di vendicare la morte del padre, lascia l’attività di Torino, va a stabilirsi a Cravanzana ed inizia per conto suo un paziente lavoro di indagine. Con queste ricerche, protratte per parecchi mesi, riesce a raccogliere un nucleo di prove indiziarie che trasmette con un particolareggiato rapporto al Ministro di Grazia e Giustizia che se ne serve per fare piena luce sul delitto. Ad assassinare il sindaco sarebbe stata un solo individuo, secondo una versione (1), oppure due persone, seconda un’altra versione (2); la motivazione sarebbe da ricondurre ad una vendetta politica. Il colpevole o i colpevoli sono arrestati e condannati dalla Corte di Assise di Cuneo.

Veduta di Cravanzana in una vecchia cartolina

Questa prima difficile indagine coronata da un felice successo, induce il giovane avvocato Simone Gioda ad intraprendere la carriera di funzionario di Pubblica Sicurezza, «quasi in olocausto alla venerata memoria del padre suo, tolto sì tragicamente all’immenso affetto del figlio» come scrive con retorica ormai datata il biografo Oreste Mosca.

Sulla carriera di Simone Gioda le fonti in nostro possesso non sono molto concordanti, soprattutto nelle date. Si può schematicamente dire che, dopo la sua entrata nell’Amministrazione di Pubblica Sicurezza con la qualifica di applicato, dopo pochi mesi di residenza a Genova è destinato a Torino, dove ottiene in breve tempo due promozioni, una per merito. È poi trasferito a Firenze e successivamente chiamato a Roma come capo gabinetto della Questura.

Pochi anni dopo, Gioda viene destinato a capo dell’Ufficio Provinciale di Pubblica Sicurezza della Lunigiana a Massa Carrara, destinazione per quei tempi molto difficile per la presenza di numerosi e bellicosi anarchici militanti.

In questa residenza, dove rimane per due anni, Gioda ha modo di mettere in risalto le sue qualità.

Due famigerati anarchici latitanti, Pascutti e Salutini, da tre anni si aggirano per i sentieri inaccessibili delle cave di Massa, eludendo le continue ricerche dell’Autorità. Gioda si propone di catturare i due latitanti e, con una brillante spedizione, riesce nel suo intento. Per questo servizio è insignito della Croce della Corona d’Italia.

Da Massa Carrara Gioda ritorna alla Questura di Torino dove rimane come capo della Polizia Giudiziaria fino al 1898. In circa sette anni di attività coordina le indagini per scoprire molte associazioni di ladri.

Nel 1898, quando sono trascorsi poco meno di vent’anni dal suo esordio nella Pubblica Sicurezza, Gioda che ha 45 anni, è chiamato a dirigere i servizi di Polizia dell’Esposizione Nazionale di Torino. Ecco il ritratto che ne fa Oreste Mosca (3): «Ha l’occhio di lince, lo sguardo furbo e conoscitore, carattere fermo e risoluto; tutte le qualità insomma che costituiscono un vero funzionario modello». Il Re Umberto nel corso della sua ultima visita all’Esposizione ha detto a Gioda che a Torino «incute più terrore nel mondo delinquente la sua barba nerissima che un reggimento di soldati». Il Re ha aggiunto: «Non mi è mai occorso vedere un servizio meglio organizzato e mi auguro che ogni città possa sempre avere funzionari intelligenti e sagaci come lei». Questi elogi del Re sono meritati, commenta Oreste Mosca, meglio di Gioda non sappiamo chi avrebbe potuto disimpegnare la difficile ed importantissima carica.

Dopo l’Esposizione Nazionale torinese del 1898, l’onorevole Tommaso Villa, il politico di Canale (Cuneo) tanto importante per la vita di Torino, chiama Gioda alla carica di Ispettore addetto al Commissariato dell’Italia all’Esposizione Universale di Parigi del 1900. Al ritorno da questa missione, Gioda riceve il titolo di Cavaliere della Legion d’Onore.

Il 2 aprile 1901 Gioda è nominato reggente della Questura di Torino e, poco dopo, Questore. Ai primi di luglio diviene cavaliere dei SS Maurizio e Lazzaro.

Il 2 gennaio 1902 il questore Gioda partecipa alla cerimonia per lo scoprimento di una lapide dedicata al Questore Giorgio Sandri (4). Il 16 maggio 1902, dopo lo sciopero generale, Gioda è nominato commendatore della Corona d’Italia.

È di questo periodo un curioso episodio.

L’attore Dante Signorini, al tempo noto ideatore di burle clamorose, decide di fare uno scherzo al Questore Gioda: si traveste da barabba e va in piazza San Carlo davanti alla Questura. Quando Gioda esce, Signorini lo guarda minaccioso, Gioda lo affronta impugnando il bastone e Signorini, che lo conosce, esclama: «Ma sta buono, che sono io, Signorini!». Gioda deve ridere: è il riso di un questore burlato (5).

La carriera di Gioda è stata rapidissima e ricca di momenti felici, a Torino molti ricordano le prove di abilità che ha dato come commissario capo della Questura. Con la nomina a Questore di Torino inizia per Gioda un periodo infelice: «Parve che la fortuna l’abbandonasse quando fu nominato questore, ed egli stesso parecchie volte se ne doleva», così commenterà il cronista de La Stampa (6).

Un caso difficile inizia il 12 gennaio 1902 con la scomparsa di Veronica Zucca, una bambina di cinque anni figlia del proprietario del Caffè Savoia nella piazza omonima di Torino. Il cadavere della bambina è poi scoperto il 7 marzo nelle cantine di Palazzo Paesana e le indagini per questo crimine, che ha sconvolto e commosso la cittadinanza, per lungo tempo non portano risultati anzi sono accusati alcuni innocenti.

Cortile d’onore di palazzo Saluzzo-Paesana: nelle cantine dell’edificio venne ritrovato il cadavere della piccola Veronica Zucca

Altri problemi nascono dalla scoperta presso la Birreria Dreher, collocata in un sotterraneo di piazza Carignano, di una bisca clandestina dove si gioca d’azzardo: nascono dei problemi disciplinari nei confronti del delegato Casilli che ha eseguito l’operazione e che viene trasferito a Biella. Le sue proteste portano ad una inchiesta ministeriale e ad una della magistratura sul questore Gioda.

Nella seduta del 4 maggio 1903, alla Camera dei Deputati, l’onorevole Quirino Nofri (7), deputato socialista del IV Collegio di Torino, presenta al Ministro dell’Interno una interpellanza contro il Questore di Torino. Molte le accuse e le critiche che Nofri rivolge al Questore Gioda. Tra queste: «Dal giorno che il questore Gioda si trova a Torino, tutti i grandi delitti sono rimasti impuniti tanto che si dice che Gioda abbia esclamato: “Da quando sono questore a Torino, non me ne va più una bene!”».

L’Onorevole Ronchetti, Sottosegretario di Stato per l’Interno, difende Gioda: ricorda che il Questore è stato scagionato sia da una inchiesta ministeriale sia da quella della magistratura ma Nofri insiste nelle sue accuse e conclude ironicamente: «Ma già, poiché oggi ne sentiamo l’apologia, si capisce che Gioda resterà questore a Torino ancora per un pezzo» (ilarità).

Battuta infelice, alla luce dei fatti. Ai dispiaceri del lavoro si uniscono infatti per Gioda gravi problemi di salute. Da un anno soffre di infiammazione dell’apparato urinario con sofferenza renale e nel luglio del 1902 ha dovuto recarsi a San Pellegrino (Bergamo) per curarsi.

Il 7 maggio 1903, tre giorni dopo l’interrogazione dell’Onorevole Nofri, viene arrestato Giovanni Gioli, il giovanissimo maniaco assassino di Veronica Zucca.

A luglio, Gioda si reca di nuovo da San Pellegrino per le cure termali e ritorna a Torino venerdì 10 luglio. Alla sera, quando si corica, lamenta disturbi gastrici che nei giorni successivi gli tolgono le forze. Sia Gioda che i suoi familiari non attribuiscono eccessiva gravità a questi malesseri ma, nella mattina di lunedì 13, verso le 8,30 lo coglie un attacco uremico, indotto da grave sofferenza renale. Viene chiamato il medico curante che richiede un consulto da parte di altri medici ma, malgrado le cure, Gioda muore poco dopo mezzogiorno.

Il questore Gioda non ha ancora compiuto cinquant’anni. Lascia la moglie vedova e tre figli ancora giovani. Al momento della sua morte, attendeva la nomina a Questore di prima classe. Aveva fatto quasi tutta la sua carriera a Torino dove aveva molte conoscenze che apprendono con dolore la sua fine fulminea e prematura. I funerali si svolgono il 14 luglio, alle 17, partendo dalla questura, attigua alla abitazione del questore (8).

A fine anno, il 30 dicembre, in un vestibolo al primo piano della Questura viene scoperta una lapide eretta per iniziativa del nuovo questore di Torino, cav. Gervasi, e dei funzionari in memoria di Simone Gioda. Il discorso commemorativo è tenuto dal commissario capo avvocato cav. uff. Edoardo Guazzo, amico di lunga data di Gioda, e ne descrive la rapida carriera, ricca di successi ma anche di dolori morali e fisici negli ultimi mesi. Poi parla il Questore.

Lo scultore Augusto Reduzzi, autore della lapide, fa calare il velario. Appare così la lapide che porta una epigrafe dettata dal cav. Gervasi: «In questa sede / che fu / amore e patimento / di / Simone Gioda / maestro e guida sapiente / tempra adamantina / auspice il Prefetto / e per concorde volere / di successore e dipendenti / resti scolpita nel marmo / memoria imperitura / delle sue preclare virtù (9)».

La lapide dalla Questura di piazza Castello è stata trasferita nella sede di corso Vinzaglio.

Note

(1) Mosca O., L’industria italiana alla Esposizione di Torino 1898, Milano, 1898.

(2) La Stampa, 14 luglio 1903, Cronaca, “La morte del questore Gioda”.

(3) Mosca O., L’industria italiana alla Esposizione di Torino 1898, Milano, 1898.

(4) Il commendator Giorgio Sandri, nato a Barberino di Val d’Elsa, morì il 10 agosto 1899 dopo aver subito una operazione chirurgica all’Ospedale Mauriziano di Torino.

(5) Giuseppe Cauda, Astri e meteore della scena drammatica, Savigliano, 1911.

(6) La Stampa, 14 luglio 1903, Cronaca, “La morte del questore Gioda”.

(7) Quirino Nofri (Pietrasanta, Lucca, 1861-1937), è anche Consigliere comunale di Torino e Direttore Generale dell’Alleanza Cooperativa Torinese.

(8) La Stampa, 14 luglio 1903, Cronaca, “La morte del questore Gioda”.

(9) La Stampa 31 dicembre 1903, Cronaca, “Una lapide in memoria del questore Gioda”.