di Paolo Barosso

Un altro frutto designato in lingua piemontese con un vocabolo che contiene riferimenti “geografici” è il portugal, l’arancia.

Histoire et culture des orangers, A.Risso et A. Poiteau, Paris, 1872

Si legge nel Glossario Storico Popolare di Ugo Rosa, che menziona anche il napoletano portugallo e il romagnolo portogala: “Il nome di Portughan che gli Arabi danno all’arancio (nb arancia dolce), è un indizio che la coltura di questa pianta si collega ai viaggi dei Portoghesi in India. Presentemente (nb: il Rosa scrive nel 1889) pare che il prodotto di essa, così fiorente in Sicilia, decresca invece nel Portogallo”.

L’autore prosegue citando la testimonianza della principessa Rattazzi che, nel suo libro Le Portugal à vol d’oiseau (Parigi, 1879), descriveva la crisi della coltura dell’arancio (in francese orange) in Portogallo, addebitandone le cause a “inverni sempre più rigidi, che ghiacciano il Paese”. Il lamentato raffreddamento climatico, secondo la Rattazzi, aveva determinato la drastica riduzione delle “forêt d’orangers (boschi di aranci)” che sino a trent’anni prima prosperavano in diverse zone del Portogallo e che, al momento della pubblicazione del testo, risultavano confinate soprattutto nel distretto meridionale di Setúbal.

Il nome in piemontese dell’arancia, portugal, richiama dunque, secondo l’interpretazione del Rosa, le rotte commerciali attraverso cui l’agrume raggiungeva un tempo i mercati europei e che erano controllate dai Portoghesi. Già nel primo Cinquecento il sistema dei commerci era infatti fondato sul predominio spagnolo nell’Atlantico e su quello instaurato nell’Oceano Indiano dai Portoghesi, che tra 1497 e 1499, alla ricerca di prodotti rari e preziosi come oro e avorio e con l’intento di costituire un rapporto economico privilegiato con le Indie Orientali, avevano circumnavigato l’Africa, stabilendo basi commerciali lungo le coste e inaugurando nuovi percorsi per l’importazione e il trasporto di merci. La linea di demarcazione che spartiva il mondo nelle opposte aree di influenza, tra Spagnoli e Portoghesi, venne tracciata sulla base d’una bolla pontificia promulgata da papa Alessandro VI Borgia, d’origine aragonese, nel 1493, in seguito modificata con un netto spostamento a ovest (a vantaggio dei Portoghesi) stabilito dal trattato di Tordesillas del 1494.

Citrus aurantium (arancia amara), Köhlers Medizinal Pflanzen

Dunque furono i mercanti e navigatori portoghesi a svolgere un ruolo fondamentale nella diffusione dell’arancia dolce, dapprima sconosciuta, in tutto il bacino mediterraneo e sui mercati europei, e da questo loro contributo avrebbe tratto origine il nome del frutto in diverse lingue, incluso il piemontese portugal.

Risulta però dai documenti medioevali che l’agrumicoltura fosse già praticata in Sicilia in età classica (cedri) con allargamento ad altre specie dal tempo degli Arabi: questi avrebbero importato sull’isola una varietà amara dell’arancia (battezzata “melangolo”, dall’unione dei termini per mela e cetriolo, o “cedrangolo”, da cedro e cetriolo) adoperata per la produzione di marmellate. Da qui la pianta dell’arancio si propagò sulla Costiera Amalfitana, in cui la troviamo attestata a partire dal XIII secolo, e in Puglia, dove nel tardo Medioevo è attestata la coltivazione specializzata di agrumi. Antica è poi la presenza di agrumeti, limoni, aranci amari e cedri in Liguria (dal XIII secolo), in particolare nella zona di Sanremo e nel golfo del Tigullio attorno a Rapallo, da cui si esportavano anche in Francia.

Il vocabolo italiano arancia, riferito sia all’arancia dolce, sia a quella amara, discende invece dal persiano narang, a sua volta derivato dal sanscrito, con il significato di “frutto favorito dagli elefanti”, da cui anche lo spagnolo naranja e il portoghese laranja. Sulla stessa base linguistica i Greci chiamano la varietà amara neratzi, mentre per quella dolce usano il vocabolo portokali.  In Veneto l’arancia è chiamata naransa, forse per via delle relazioni commerciali intrattenute dai Veneziani con l’Oriente oppure, ipotizzano altri, per un lascito spagnolo.

Il Rosa menziona poi il darmassin o dalmassin, che egli definisce “Prugna, susina; all’origine prugna damascina, di Damasco” proseguendo la descrizione con un passo del Predari: “Le varietà più pregiate di prugne o susine sono verosimilmente provenute dall’Oriente e particolarmente dai dintorni di Damasco, dove questo frutto è conosciuto da tempo immemorabile, mentre, secondo Plinnio (Plinio), non lo conobbero se non ai tempi di Catone l’antico”.

Ramassin o darmassin

Il vocabolo darmassin, usato in certe zone del Piemonte in alternativa a ramassin (così chiamato per via del sistema di raccogliere i frutti a terra con una ramazza, una volta caduti dopo la maturazione o previo scuotimento dell’albero), designa una varietà tradizionale piemontese di susina siriaca, detta Prunus damascena, perché originaria della regione siriana di Damasco, riconoscibile dalla forma ovale, dalla buccia blu-violacea (esiste anche la varietà Ramassin giallo) e dallo strato di pruina che la riveste. Pianta rustica, capace di adattarsi a diversi tipi di terreno e quasi sconosciuta in Italia, venne introdotta in Piemonte nel Medioevo dalla Francia (dove era stata portata forse da Crociati di ritorno dalla Terra Santa) ad opera di monaci benedettini che la coltivavano nel Chierese, nel Torinese e nel Saluzzese (famosi i ramassin della valle Bronda), dove oggi crescono le cultivar più pregiate, molto profumate e zuccherine. Come curiosità ricordiamo che un tempo nei mercati si usava vendere i darmassin o ramassin non a peso, bensì a palòt, con riferimento alla piccola pala usata come strumento di misura.    

Ricordiamo ancora, benché non citati nell’elenco del Rosa, i vocaboli ceresa, che in piemontese indica la ciliegia, e mandarin, che significa mandarino. Il primo deriva, attraverso la mediazione del latino ceresia, dal greco antico kérasos. Il termine pare legato alla località di Cerasunte nel Ponto, regione settentrionale dell’Anatolia affacciata sul mar Nero, da cui secondo lo scrittore latino Plinio il Vecchio furono importati a Roma negli anni Settanta del I sec. a.C. i primi alberi di ciliegie grazie a Lucio Licinio Lucullo, passato alla storia come amante del lusso e della buona cucina (Plutarco lo descrive dedito, una volta terminati gli incarichi politici e militari, a “simposi, banchetti e tutti i tipi di frivolezze”), ma a quel tempo proconsole in Cilicia e comandante militare responsabile delle operazioni contro Mitridate.

Cesto di Bella di Garbagna, varietà di ciliegia tradizionale delle colline Tortonesi

Il vocabolo mandarin, che designa il popolare agrume, è legato invece al termine mandarim (italiano “mandarino”) con cui i viaggiatori portoghesi, basandosi sul malese mantri o mantari (consigliere, ministro), presero a definire sin dal XVI secolo i funzionari civili e militari che costituivano il ceto dirigente della Cina imperiale. Il frutto venne fatto conoscere agli europei proprio grazie ai viaggi dei Portoghesi, ma l’avvio delle prime coltivazioni specializzate nell’Europa mediterranea risale solo al primo Ottocento. Il nome mandarim/mandarino, originariamente coniato per i funzionari cinesi, passò quindi a designare anche il frutto, alludendo sia alla provenienza cinese della pianta, sia alla corrispondenza del colore arancione della buccia con quello, anch’esso arancione, del mantello indossato dagli alti dignitari della Cina imperiale.