di Arconte

Le risse e le conseguenti coltellate, anche mortali, scambiate nel corso delle feste paesane sono una manifestazione delittuosa molto nota ai cultori di true crime e agli antropologi ma ignorata dagli autori di libri “gialli”: chi di loro oserebbe infatti presentare ai suoi lettori un evento sicuramente efferato ma non premeditato, che viola la prima parte della 18ma regola del noto scrittore S. S. Van Dine, creatore dell’investigatore Philo Vance: “Il delitto, in un romanzo poliziesco, non deve mai essere avvenuto per accidente: […] Terminare una odissea di indagini con una soluzione così irrisoria significa truffare bellamente il fiducioso e gentile lettore” (Le venti regole di S. S. Van Dine per poter scrivere un buon romanzo poliziesco).

E ancora, la rissa mortale è tanto banale nel suo svolgimento da non richiedere nessuna astuta macchinazione, nella sua attuazione non riveste nessuna delle caratteristiche del delitto perfetto o del delitto di “camera chiusa” e, infine, avviene spesso davanti a molti testimoni tanto da essere risolta con un’indagine non molto approfondita, condotta da un modesto investigatore di paese.

Ecco perché le risse paesane sono studiate dagli antropologi: vino e coltello costituiscono un binomio tipico dei giorni di festa. Se ne è occupato uno studioso di Perugia, Giancarlo Baronti professore associato di Storia delle tradizioni popolari presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Perugia. I suoi studi hanno portato alla pubblicazione del libro “Coltelli d’Italia”, di cui esistono due edizioni (Padova, 1986 e 2008).

Bisogna dire che la maggior parte delle notizie sui coltelli del Piemonte, sia per quanto concerne i rituali di violenza sia per le tradizioni produttive nel mondo popolare, derivano dal libro di questo benemerito professore perugino.

Storia di vino e di coltello in Val d’Ala

Le cronache giudiziarie dell’Ottocento, anche in Piemonte, riportano con grande frequenza episodi di feste finite tragicamente, quando il vino ha scatenato il risentimento nato da vecchie o nuove gelosie amorose, da antiche inimicizie familiari, da mai sopite rivalità paesane: sono le diverse declinazioni delle motivazioni scatenanti che conferiscono alle varie vicende le loro peculiarità. Quella che narriamo sulla scorta della cronaca giudiziaria pubblicata da Curzio nella Rivista dei Tribunali della “Gazzetta Piemontese” di sabato 26 novembre 1870, trova le sue motivazioni in quello che il linguaggio giuridico dell’epoca definisce “impulso di brutale malvagità”.

Dobbiamo ora fare la conoscenza dei protagonisti della nostra storia, che sono due tipacci, i fratelli Giovanni e Pancrazio Castagneri. Il primo è nato ad Ala, il 3 giugno 1850, e l’altro a Balme, nel 1846, entrambi lavorano come mulattieri. Sono considerati due individui facili alle risse e “manupronti”, come si dice al tempo, cioè sempre disposti a menare le mani. Mani con le quali impugnano spesso e volentieri il coltello. Più di un compaesano li ha già avvertiti ripetutamente di lasciare il coltello a casa, specialmente nella sera delle feste, quando i Castagneri fanno la loro via crucis nelle osterie. Ma i due fratelli disprezzano i consigli di chi li conosce bene e dicono che un coltello è sempre una “buona compagnia”.

La biondina di Ceres

Nel giorno di Pasqua, 17 aprile 1870, tre uomini di Ceres, Agostino Vallò, Domenico Prandino e Bartolomeo Poma-Ballotin si recano ad Ala di Stura per sbrigare alcuni loro affari. Si trattengono per tutto il giorno ad Ala, dove passano dall’osteria alla casa di vari amici, poi ancora all’osteria. Dovunque sono ricevuti ed ospitati con cordialità e gentilezza.

Alla sera i tre di Ceres entrano nell’osteria tenuta da Clementa Bissando, dove già si trovano i fratelli Castagneri, i quali stanno parlando con altri di una certa biondina di Ceres. I nuovi arrivati sentendo parlare di una loro compaesana, iniziano anche loro a scherzare sulla biondina. Così se la spassano allegramente con le più grasse risate a spese della ragazza ceresina dai capelli d’oro.

Più tardi, Vallò, Prandino e Poma-Ballotin decidono di tornarsene a Ceres e si avviano. Fatti pochi passi, però, Vallò e Prandino si ricordano che hanno ancora una commissione da fare: invitano perciò Bartolomeo Poma-Ballotin a procedere ma camminando adagio perché in breve tempo lo avrebbero raggiunto.

Poma-Ballotin prosegue lentamente il suo cammino e giunto fuori d’Ala, presso la frazione Villar incontra i fratelli Castagneri.

Giovanni Castagneri domanda a Poma-Ballotin: – Dove vai?

Vado a casa.

E gli altri due tuoi compagni?

Sono rimasti indietro: or ora mi raggiungeranno.

Ritorna ad Ala e poi andrete a casa tutti tre insieme.

Non ho volontà.

Voglio che ritorni indietro.

L’erba voglio non nasce in tutti gli orti.

O ritorni indietro, altrimenti ti sbudello.

Questa è una prepotenza.

Una prepotenza? Prendi! e Giovanni Castagneri gli assesta due potenti pugni sul collo.

Il povero Poma tenta di difendersi ma si sente sopraffatto dalle botte e inizia a invocare aiuto.

A questo punto arrivano Vallò e Prandino: Vallò giunge per primo e Pancrazio Castagneri gli pianta subito il coltello in gola e lo stende morto a terra.

Anche Poma-Ballotin viene gravemente ferito dagli scatenati fratelli, ma non muore.

Il giovedì 24 novembre 1870 davanti alla Corte d’Assise di Torino può raccontare l’aggressione di cui è stato vittima insieme ai suoi due compaesani.

I due fratelli Castagneri, ancora «accaniti» secondo la cronaca di Curzio, cercano di difendersi alla meglio ma vengono smentiti dai testimoni.

Il cavalier Caccia, che rappresenta il Pubblico Ministero, chiede ai giurati un verdetto di colpevolezza. La stessa cosa fa l’avvocato Rossotti che parla a favore di Poma e degli eredi di Vallò che si sono costituiti parte civile.

Il cavalier Guido Giacosa, padre del drammaturgo, scrittore e librettista Giuseppe, è l’avvocato difensore degli accusati che ottiene dai giurati soltanto la concessione delle circostanze attenuanti.

In conseguenza, la Corte condanna Giovanni e Pancrazio Castagneri alla pena dei lavori forzati, il primo per quindici anni ed il secondo per dieci anni.

Uso del coltello in Piemonte

Può sembrare strano, ma in passato il fenomeno per cui durante le feste il coltello da utensile si trasforma in arma ha rappresentato un rilevante problema anche nella nostra regione. Lo dice una fonte autorevole, Giacinto Chiapussi, un brillante funzionario di Polizia che sarà questore di Torino, nel suo opuscolo “Alcuni cenni sull’Amministrazione di Sicurezza Pubblica”edito a Torino nel 1851.

Coltelli con lama mozza secondo le indicazioni della Legge Giolitti del 1908

Chiapussi scrive che la legge di Pubblica Sicurezza deve adattarsi al carattere delle popolazioni quindi, nel caso dei Piemontesi, “… l’abbondante uso del vino e certa inclinazione battagliera nel nostro popolo richiedono qualche legislativa precauzione nel permettere l’uso di alcuni coltelli lunghi ed acuti, tuttochè non di genere proibito. Forse molti funesti casi non sarebbero a lamentarsi”.

Considerazioni analoghe sono espresse da Curzio, vent’anni dopo l’opuscolo di Chiapussi, a commento della vicenda dei fratelli Castagneri, sempre a proposito dei coltelli a serramanico, tanto pericolosi nelle mani di appartenenti alle classi subalterne quando sono avvinazzati. Anche Curzio, che è avvocato e vice-pretore urbano, pensa ad una soluzione del problema su base legislativa e repressiva. “Anticamente esisteva in Piemonte un editto che vietava, sotto gravi pene, ad ogni cittadino di portare sulla persona ogni sorta di coltelli a lama fissa e coltelli serramanico a punta.

Due giorni dopo la pubblicazione dell’editto parecchi commissari regi, muniti di morse o tenaglie, giravano nei vari negozi e fabbriche, ed ivi rompevano la punta a tutti i coltelli che rinvenivano.

Coltello con lama mozza secondo le indicazioni della Legge Giolitti del 1908

Quella proibizione produsse salutarissimi effetti: se nelle risse succedeva ancora qualche ferimento, raramente però avvenivano omicidii.

A’ giorni nostri un simile provvedimento sarebbe di somma utilità alla sicurezza pubblica, ed ove non si volesse di troppo restringere la libertà, si potrebbe permettere il porto di coltelli soltanto a chi ne chiegga la permissione, dietro esibizione di un certificato di buona condotta ed il pagamento di una leggiera tassa, come si pratica per il porto d’arme da fuoco.

Se ai nostri legislatori piacesse d’impiantare una tal sanzione nel codice penale, che quanto prima andrà in discussione, essi farebbero un gran benefizio non solamente alle persone oneste e tranquille, ma ben anche ai rissanti e turbolenti, i quali non avrebbero più la comodità di aprirsi negli alterchi le porte della galera, come fecero i due fratelli Castagneri”.

Con la legge Giolitti dell’8/11/1908, si arriverà ai coltelli spuntati invocati da Curzio, detti “mozzette” perché l’estremità della loro lama è priva di punta. Allo scopo di ottenere un coltello adatto solo al taglio, questa legge fissa a soli quattro centimetri la lunghezza della lama dei coltelli appuntiti ed a dieci centimetri quella dei coltelli privi di punta.

Su questo tema concludiamo con le qualificate osservazioni a firma Proteus, dove si ricorda che precise prescrizioni sulle dimensioni di coltelli e altri oggetti da taglio sono state anche fornite dall’art. 80 del Regolamento al Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza (TULPS) del 1940. Per contro, la legge 110/1975 ha stabilito che la lunghezza non conta: «Permane tuttavia ancora oggi la credenza, udibile in certi discorsi da bar, circa la liceità del porto di coltelli inferiori alle “quattro dita”».