Testo e foto di Paolo Barosso*

Percorrendo la strada provinciale della valle di Viù, prima di raggiungere Lemie, s’incontra la borgata di Forno, una manciata di case in pietra, con le caratteristiche coperture in losa, che conserva pregevoli testimonianze artistiche e architettoniche, segni di una passata prosperità economica, in larga parte dovuta allo sfruttamento delle risorse minerarie valligiane, principalmente ferro, ma anche rame, argento e cobalto.

Veduta delle montagne dell’alta valle di Viù, nei secoli passati sede di redditizie attività estrattive – ph ufficio turistico valli di Lanzo

L’importanza del ciclo produttivo legato all’estrazione del ferro nelle valli di Lanzo, attività documentata sin dalla metà del Duecento, trova conferma nell’appello rivolto dal comune di Lanzo intorno al 1380 al conte di Savoia affinché prendesse provvedimenti contro i “mercanti ultramontani” colpevoli di contraffare il marchio di qualità dei prodotti ferrosi lavorati nei forni valligiani.

L’ambiente montano che circonda la borgata di Forno di Lemie

Il villaggio di Forno, frazione di Lemie, richiama nel toponimo le origini dell’abitato, sorto come centro per la fusione (forno) e la lavorazione dei minerali ferrosi estratti dalle miniere dell’alta valle (in particolare dal complesso minerario di Punta Corna). La fioritura dell’attività proto-siderurgica, i cui esordi si collocano alla metà del XIII secolo, portò a stabilirsi nella borgata dalla seconda metà del Trecento diverse famiglie di fonditori bergamaschi e valsesiani, che s’inserirono nella comunità lasciando un’impronta nella parlata e negli usi locali, come attestato ad esempio dalla dedicazione a San Giulio della cappella eretta nel 1486 per iniziativa dei fratelli Goffi, imprenditori minerari. San Giulio, religioso d’origine greca, conosciuto come l’evangelizzatore della Riviera d’Orta (insieme con il fratello San Giuliano), è infatti poco venerato nel Piemonte occidentale, mentre il suo culto è assai diffuso nel Piemonte orientale, tra Cusio, Ossola e Valsesia, l’area da cui proveniva una parte delle famiglie di fonditori residenti a Forno.

Il ponte in pietra sul torrente Stura a Forno di Lemie (tratto dal sito www.vallediviu.it)

L’elevato livello tecnico e qualitativo raggiunto dall’attività siderurgica nella frazione lemiese trovò riconoscimento anche presso la corte sabauda: è infatti documentata all’inizio del Trecento la fornitura di semilavorati ferrosi che, per ordine di Filippo I di Savoia-Acaia, vennero impiegati nel cantiere di restauro e ammodernamento della fortezza torinese degli Acaia, in precedenza nota come castello di Porta Fibellona e oggi inglobata nel complesso di Palazzo Madama.

I due più importanti monumenti che impreziosiscono la borgata di Forno di Lemie sono collegati proprio al benessere economico generato dall’attività di lavorazione e vendita dei prodotti ferrosi, essendo dovuti alla munificenza dei fratelli Goffi, imprenditori minerari, Antonio, Amedeo e Giovanni, figli di Pietro Goffi, titolare dei diritti sulle miniere dell’alta valle di Viù. Come accadeva un tempo, anche nella prosperità non ci si dimenticava né di assumere iniziative benefiche a vantaggio della comunità di cui si era parte e verso cui si era riconoscenti né di coltivare il lato spirituale dell’esistenza, manifestando gratitudine a Dio attraverso il finanziamento di opere devozionali. Così i Goffi si fecero promotori di due importanti opere, di cui ancor oggi la borgata può andare fiera: il caratteristico ponte in pietra sul torrente Stura e la chiesetta intitolata a San Giulio, che racchiude un ciclo di affreschi quattrocenteschi di raffinata fattura.  

La cappella di San Giulio sorge in cima a uno sperone roccioso che domina la strada sottostante

Il vecchio ponte, che si può ammirare nella sua aggraziata semplicità percorrendo in auto la provinciale, essendo parallelo al ponte edificato in tempi più recenti per il traffico automobilistico, venne fatto costruire dai fratelli Goffi nel 1477 (e quindi noto anche come “ponte Goffi”) per consentire all’antica mulattiera l’attraversamento del torrente Stura di Viù. L’opera, a schiena d’asino, si caratterizza per la presenza, al centro dell’arcata maggiore, d’una edicola coperta dedicata alla Vergine, un tempo ornata di affreschi, di cui rimangono flebili tracce, guastati dalle intemperie e consumati dal tempo.

La facciata della chiesa di San Giulio

La cappella di San Giulio si trova invece poco a monte dall’abitato, in direzione Lemie, su uno sperone roccioso in posizione dominante sul tratto di strada sottostante. Avvolta dalla cornice verdeggiante dei boschi che rivestono gli scoscesi fianchi delle montagne, la chiesetta si mostra esternamente nella sua disadorna essenzialità di edificio di culto montano realizzato in pietra, a navata unica e con tetto in lose.

I tre fratelli Goffi, committenti dell’opera, raffigurati ai piedi di San Giulio

La costruzione, fatta risalire al 1486 nella sua parte absidale, costituita da tre muri perimetrali sormontati da una volta a botte (l’atrio per i fedeli venne aggiunto nel Settecento), sorprende il visitatore per la qualità artistica degli affreschi tardo-gotici conservati all’interno, anch’essi commissionati dai fratelli Goffi e posizionati quindi nella porzione più antica della chiesa.

L’affresco sulla parete di fondo: da sinistra Santa Lucia, il beato Amedeo IX di Savoia, la Madonna con il Bambino e San Giulio, titolare della chiesa

Non si conosce il nome dell’artista che li realizzò (cui ci riferisce con l’appellativo di “maestro di Forno di Lemie”), ma gli studiosi concordano sull’appartenenza dell’autore alla scuola torinese di Jacopo (o Giacomo) Jaquerio (1375- 1453), maestro del gotico internazionale che deve la sua fama principalmente al ciclo pittorico eseguito per la precettoria di Sant’Antonio di Ranverso in bassa valle di Susa, ma che, sotto la protezione del duca Amedeo VIII di Savoia, operò in molti cantieri sparsi nei territori del ducato (lavorò anche a Ginevra).

Veduta d’insieme dell’area absidale affrescata

Balza subito agli occhi, sulla parete di fondo, la regale figura della Madonna assisa in trono, affiancata a sinistra da Santa Lucia e dal beato Amedeo IX di Savoia, e a destra da San Giulio, colto nel gesto di presentare alla Vergine i tre committenti, dipinti nell’angolo in basso a destra in atteggiamento orante. La Madonna regge il Bambino, che indossa un collana di corallo rosso (considerata una forma di protezione contro le malattie infantili e per questo donato ai bambini come amuleto, ma arricchito poi di significati simbolici legati alla Passione di Cristo) e in compagnia d’un uccellino, che il piccolo Gesù trattiene per mezzo d’una cordicella (nel Medioevo era passatempo abituale per i bambini giocare con uccellini legati alla zampa).

Gli affreschi della parete sinistra con San Michele Arcangelo, San Rocco, San Sebastiano e San Giovanni Battista

Sulla parete sinistra, accanto a San Giovanni Battista, San Sebastiano, trafitto dalle frecce, San Rocco, che solleva l’orlo della tunica per mostrare i segni della peste, e le sante Cristina e Caterina nel registro inferiore, risalta per la qualità dei tratti la figura di San Michele Arcangelo, rappresentato con l’armatura, in linea con il suo attributo più importante, quello di protettore della Cristianità (venerato con il titolo di Archistratega nelle chiese orientali e di principe delle milizie celesti nella Chiesa cattolica) e nell’atto di trafiggere con la lancia una creatura mostruosa (il diavolo) strisciante ai suoi piedi, richiamo alla sua funzione di antagonista del demonio e difensore dell’uomo dagli assalti e dalle astute macchinazioni del diavolo. Inoltre, mentre la mano destra brandisce la lancia, con la sinistra San Michele regge una bilancia, evocazione di un altro suo attributo, quello di angelo psicopompo, accompagnatore dei defunti dinnanzi al Giudizio di Dio, e di “pesatore” delle anime nei loro meriti e peccati (psicostasia), cercando di sottrarle al demonio, che giace sconfitto ai suoi piedi.

La parete destra con la figura di Sant’Antonio Abate e il grande riquadro che raffigura San Giorgio che uccide il drago salvando la principessa

La parete opposta, oltre alla raffigurazione di Sant’Antonio Abate sul lato sinistro, è quasi interamente occupata da un grande affresco che è considerato una delle migliori realizzazioni in Piemonte del tema iconografico di San Giorgio che uccide il drago e libera la principessa dalla prigionia.

Particolare dell’affresco di San Giorgio che uccide il drago e salva la principessa

Risalta la vividezza cromatica e la cura dei dettagli nella resa del paesaggio, dell’abbigliamento delle figure (ispirato alla moda borgognona del tempo) e del turrito castello che, con gli spalti popolati di personaggi in trepidante attesa dell’esito della lotta, restituisce un’immagine fiabesca, idealizzata, del Medioevo, teatro di epici scontri tra cavalieri e di nobili atti di eroismo.  

*salvo che sia diversamente specificato in didascalia