di Arconte

Il cavalier Federico Frichignono di Castellengo, noto come conte di Castellengo, è il componente dell’entourage di Vittorio Emanuele II che prendiamo oggi in esame sulla scorta del libro di Fausto.

Leggiamo:

Il Conte Castellengo.

Il Conte Frichignono di Castellengo si trova in Corte da tempo immemorabile.

La sua specialità è quella d’essere un gran conoscitore di cavalli, e perciò Sua Maestà il Re Vittorio Emanuele si giovava molto di lui quando dovea farne acquisto anche all’estero, dove il Conte recavasi personalmente.

Ognun sa come il Conte di Castellengo fosse da moltissimi anni l’amico ed il fido accompagnatore quotidiano di Sua Maestà.


Il conte Federico di Castellengo: fotografia del libro di Ugo Pesci, Firenze Capitale (1865-1870).

Vittorio Emanuele gli portava molto affetto: ma spesso si divertiva alle spalle sue, canzonandolo dal lato dell’avarizia, che è il lato debole, o piuttosto il lato forte, del Conte.

Oltre ad essere Grande Scudiere, il Conte più volte, per qualche mese, ha retto il Ministero della Real Casa.

In questo periodo di reggenza s’iniziava un sistema cosi detto di economie, ed il fatto è che ogni qual volta cessava la reggenza di Castellengo, si trovavano dei milioni in cassa, che il Conte diceva di aver risparmiati.

Il Re che conosceva la magagna ne rideva, e soleva spesso dire a’ familiari:

– Ma sai come fa Castellengo? Non paga nessuno! tutti gridano e reclamano quello che loro spetta… Egli differisce tutti i pagamenti fino al giorno in cui cessa la sua reggenza: e dice che ha dei milioni in cassa!! – Sfido io, così faccio il Ministro anch’io!!!

Il Re ne contava delle belle alle spalle del povero Conte: ma sempre facezie da ridere.

Diceva che Castellengo avea proposto dei grandi risparmi.

Per esempio pei servi di livrea, e pei cocchieri, quando portavano la livrea lunga fino al collo del piede, avea proibito l’uso dei calzoni, bastando le sole mutande.

Gli attribuiva d’avere ideato delle livree a doppia faccia, bleu da una parte per la tenuta giornaliera, rossa dall’ altra per la tenuta di gala: in guisa che da un momento all’altro, rivoltando il vestito, gli staffieri si potessero trovare travestiti da una tenuta all’altra.

Dicea pure che il Conte avesse progettato pei pranzi di gala, una quantità di vivande di cartone, come quelle che si vedono in teatro, da farsi girare assieme alle vere – sicché su sei pasticci veri ne faceva circolare altri sei imitazione, e cosi per la caccia, pel pesce, pei legumi, ecc.

Come pei vini del pari sosteneva avere il Conte sostituito lAsti spumante allo Sciampagna.

A parte questi scherzi, il Conte di Castellengo è stato sempre un leale e fedele amico della Casa di Savoia.

Il conte Castellengo viene ricordato nel 1904, con garbata ironia, da Ugo Pesci nel suo libro “Firenze Capitale (1865-1870)”. Lo definisce «Inseparabile compagno del Re, qualche cosa come l’ombra di lui … uno dei più alti e più brutti uomini che siano mai vissuti in questa valle di lacrime». Pesci racconta poi che Vittorio Emanuele II era solito passeggiare per Firenze in una victoria [carrozza aperta a quattro ruote, priva di portiere, dedicata alla Regina Vittoria, N.d.A.], e Castellengo, seduto vicino al Re, «tutto ripiegato e con le ginocchia che gli arrivavano in bocca, faceva una gran brutta figura». Castellengo aveva l’abitudine di aggirarsi per ore nelle vie di Firenze, sempre solo, con le mani dietro, curvo per l’altezza eccessiva, col cappello a cilindro col pelo arruffato, tutto vestito di nero come un necroforo. I ragazzi e le donne restavano sorpresi nel vederlo e «guardavano trasognati ed esterrefatti la sua faccia non rassomigliante ad alcun’altra». Pesci ci riporta poi un gossip fiorentino che coinvolge anche il re Vittorio Emanuele II: Castellengo anche se già anziano aveva capelli, baffi e basette nerissimi come il suo vestito, «dello stesso punto di colore del quale da parecchi anni si erano coloriti i capelli ed i baffi, già rossi» del Re. Erano di quel colore nero anche i capelli di altri personaggi di Corte, «sì che a Firenze era facezia consueta il dire che a Palazzo Pitti v’era un pentolino di quella tinta a disposizione comune».

Caricatura di Vittorio Emanuele II di Vanity Fair del 29 gennaio 1870

L’aspetto inquietante di Castellengo è sottolineato anche dal letterato e politico Gaspare Finali (Cesena, 1829 – Marradi, 1914) che nelle sue memorie lo definisce: «Un gentiluomo di antica razza piemontese, il cui aspetto era però poco rassicurante».

Le due divertenti citazioni sull’aspetto fisico di Castellengo si uniscono al testo di Fausto che, evidenziando la sua avarizia, ci presenta un quadro certo non drammatico delle ingenti spese del Re Vittorio Emanuele II e del suo atteggiamento spensierato al riguardo.

In realtà il bilancio spesso in rosso della Real Casa è oggi il motivo che fa ancora citare Castellengo da parte degli storici che si occupano del periodo romano del regno di Vittorio Emanuele II e del regno di Umberto I.

Il gossip lascia il posto alle considerazioni di Pacelli e Giovannetti i quali nel libro “Il Colle più alto” (2017) considerano i problemi economici della Real Casa e i vari tentativi di soluzione. Castellengo, Ministro della Real Casa dal 1869 al 1874, ha avviato una politica di taglio delle spese anche con un riordino della Casa Civile e l’eliminazione di cariche inutili. Risparmia così 2.300.000 di lire che consentono di diminuire il disavanzo di bilancio, quando ormai era di più di 1 miliardo e seicento milioni di lire. Impresa vana perché nuove spese insorgono a seguito del trasferimento della Capitale a Roma.

Dallo stesso libro apprendiamo che la lista civile, cioè la somma assegnata ogni anno nel bilancio dello Stato al Re e destinata a coprire le spese connesse al suo ruolo e all’amministrazione dei beni della Corona, assegnata a Vittorio Emanuele II Re d’Italia, risulta la più elevata tra quelle dei monarchi europei, secondo calcoli che tengono conto del numero di cittadini.

Grazie a studi di questo genere Castellengo può essere visto nel suo vero aspetto di leale e probo amministratore piemontese, al di là della facile ironia destata dal suo infelice aspetto fisico.

Ugo Pesci, Firenze Capitale (1865-1870) Dagli appunti di un ex-cronista, Firenze, 1904.

Mario Pacelli – Giorgio Giovannetti, Il Colle più alto. Ministero della Real Casa, Segretariato generale. Presidenti della Repubblica, G. Giappichelli ed., 2017

Veduta invernale del castello di Castellengo nel Biellese (www.castellengo.it)

Luoghi e itinerari della memoria – note della redazione

Due sono i luoghi in Piemonte strettamente legati alla nobile famiglia Frichignono di Castellengo, cui apparteneva il conte Federico: il castello di Castellengo nel Biellese e il palazzo Frichignono di Castellengo a Torino.

Il castello di Castellengo è una costruzione di aspetto imponente, frutto di successive aggiunte, riplasmazioni e rifacimenti, a partire dal nucleo embrionale del castrum, che si fa risalire al X secolo. Passato ai Bulgaro alla fine del XII secolo, la fortezza fu testimone tra il 1408 e il 1409 dell’assedio portato dalle truppe del conte (poi duca) Amedeo VIII di Savoia che intendeva recuperarne il possesso dopo l’occupazione da parte del capitano di ventura Bando di Firenze. Venduto a nobili biellesi, l’antico castello venne gradualmente acquisito dalla famiglia Frichignono, originaria di Cecima nel Pavese, ma trasferitasi prima nel Canton Ticino e poi in Piemonte nel Biellese in seguito a controversie con il vescovo di Pavia. Già nel 1411, quando Amedeo VIII di Savoia ottenne la dedizione delle terre ossolane superiori, che volevano liberarsi dal dominio visconteo e svizzero, risulta che i Frichignono appoggiassero la causa sabauda.

Dal 1417 i Frichignono s’impegnarono nella progressiva acquisizione per quote del castello di Castellengo, ottenendo però l’investitura dell’intero possedimento solo nel 1684, da cui l’origine del motto dinastico “mieux tard que jamais” (meglio tardi che mai). Tra Seicento e Settecento, ormai esauritasi la funzione difensiva e militare, s’intrapresero ambiziosi lavori con l’obiettivo di trasformare la fortezza d’impianto medievale in elegante residenza signorile, progettata su modelli francesi.

Scorcio di palazzo Frichignono a Torino – (foto tratta dal sito www.atlanteditorino.it)

Il palazzo Frichignono di Castellengo a Torino si trova invece in via San Dalmazzo 7 e s’impone all’attenzione del viandante per le pregevoli decorazioni a stucco di gusto barocco che ornano gli esterni, con ornamenti a tema naturalistico alternati a busti raffiguranti imperatori romani, a figure antropomorfe dalle fattezze femminili e a teste dalle sembianze mostruose e curiosamente deformi. L’edificio, acquistato dai Frichignono di Castellengo nella seconda metà del Seicento, risulta appartenere all’isola di Sant’Alessio, che racchiude anche il magnifico palazzo Scaglia di Verrua: in “101 perché sulla storia di Torino che non puoi non sapere” di Daniela Schembri Volpe si legge che tra le due nobili famiglie sorsero in più occasioni dispute e litigi di vicinato. Nel corso del Novecento il palazzo ospitò lo storico Albergo Canelli.