di Arconte
Vi proponiamo di seguito la prima parte dello scritto “Cinque anni di vita amministrativa torinese: 1909-1914. Note di un sindaco”, scritto da Teofilo Rossi, conte di Montelera, e pubblicato nel maggio 1914 sulla Nuova Antologia di lettere, scienze ed arti.
Torino fu nel medio evo un piccolo borgo, avanzo di una colonia militare Romana illustre.

Nel secolo tredicesimo, mentre Pisa, Genova, Milano e Venezia alzavano le guglie delle loro cattedrali, Torino dormiva, attorno alla Porta Palatina crollante, il suo sonno millenario. Solo nel secolo quindicesimo ebbe da Amedeo VIII il Palazzo di Giustizia e l’Università, e nel 1492 vide sorgere sulle tre chiese di San Salvatore, Santa Maria e San Giovanni, la sua cattedrale, che portò poi nei secoli il nome di questo patrono della città.
Nel 1564 Emanuele Filiberto, coi disegni di Francesco Pacciotto, munì Torino dei nuovi baluardi della cittadella, che doveva assistere al sacrifizio di Pietro Micca; e la Scuola di Guerra che, costrutta sul Corso Vinzaglio, trovò e racchiuse, come una catacomba della nuova patria italiana, il punto preciso della mina scoppiata.
Nel 1602 Carlo Emanuele I decretò il primo, vero ingrandimento di Torino, colla formazione della Piazza San Carlo; e le ardenti discussioni attuali della cittadinanza torinese sulla riforma della Via Roma, hanno messo in evidenza quanta passione sia nel cuore dei Torinesi per questa essenziale caratteristica ormai tre volte secolare fissata nell’edilizia e nel costume di Torino.

Il movimento della popolazione Torinese nei secoli è dato dalle cifre in nota (1): da un villaggio di 4200 abitanti nel 1377 sotto Amedeo VII, Torino è oggi una città di 428,000 abitanti, sotto Vittorio Emanuele III.
| Popolazione di Torino dal 1377 al 1911 | |||||
| Anno | Abitanti | Anno | Abitanti | ||
| Amedeo VII | 1377 | 1.200 | Vittorio Amedeo III | 1774 | 81.700 |
| Amedeo VIII | 1461 | 5.000 | Vittorio Amedeo III | 1791 | 94.489 |
| Emanuele Filiberto | 1560 | 20.000 | Carlo Emanuele IV | 1795 | 89.752 |
| Carlo Emanuele I | 1631 | 36.649 | Carlo Emanuele IV | 1796 | 93.076 |
| Vittorio Amedeo II | 1707 | 34.682 | Dominio francese | 1798 | 85.613 |
| Vittorio Amedeo II | 1727 | 65.127 | Dominio francese | 1808 | 65.036 |
| Carlo Emanuele III | 1733 | 59.266 | Dominio francese | 1810 | 67.162 |
| Carlo Emanuele III | 1741 | 71.096 | Dominio francese | 1813 | 65.548 |
| Carlo Emanuele III | 1747 | 62.703 | Vittorio Emanuele I | 1814 | 84.230 |
| Carlo Emanuele III | 1772 | 83.175 | Vittorio Emanuele I | 1820 | 89.231 |
| Anno | Abitanti | Anno | Abitanti | ||
| Carlo Felice | 1821 | 89.194 | Umberto I | 1879 | 231.639 |
| Carlo Felice | 1830 | 122.424 | Umberto I | 1881 | 271.896 |
| Carlo Alberto | 1835 | 117.679 | Umberto I | 1891 | 320.000 |
| Carlo Alberto | 1848 | 136.849 | Vittorio Emanuele III | 1901 | 335,656 |
| Vittorio Emanuele II | 1864 | 218.234 | Vittorio Emanuele III | 1911 | 428.000 |
| Vittorio Emanuele II | 1868 | 191.500 | |||
| Vittorio Emanuele II | 1878 | 227.843 |
Queste poche cifre sono di per sé stesse eloquenti. Esse dimostrano come dal 1600 al 1800 Torino si fosse gradatamente elevata a capitale del Piemonte prima e poi del Regno Sardo; come durante la dominazione Francese essa sia rapidamente scaduta, perdendo in quindici anni (1800-1814) il 30% della sua popolazione; come sotto la Restaurazione, e Re Carlo Alberto, e Re Vittorio Emanuele, primo Re d’Italia, era di nuovo salita fino a circa 200,000 abitanti : poi con un breve periodo di scoramento dopo il 1864, abbia ripreso la sua corsa verso la bella e grande città moderna.

Ma assolutamente improvvisa e confortante riuscì la rivelazione del censimento 1911, colla cifra di 428,000 abitanti, che segnò sul censimento 1901 (ab. 335,656) un aumento del 27.43 %. Ora l’aliquota di aumento fra i due censimenti del 1901 e del 1911 fu per Roma del 16,40 %, per Milano del 21,46, per Genova del 15,92, per Firenze del 9,93. Torino superò adunque nel primo decennio del secolo xx l’incremento demografico anche delle principali sorelle italiane: e quindi s’impose all’Amministrazione comunale più urgente il problema stradale, igienico, edilizio della nuova città.
Il Conte di Sambuy, Sindaco dal 1883 al 1886, ebbe il presentimento di questa prossima ascesa della sua città. Il grande disegno dei nuovi Corsi Vittorio Emanuele, Regina Margherita, Vinzaglio, Oporto, Duca di Genova, fu suo; e l’ardimento di aprire nel cuore dell’antica città tra Piazza Castello e Piazza Solferino la bella diagonale di Via Pietro Micca, è dovuto interamente alla sua iniziativa e alla sua costanza contro i ripetuti voti del Consiglio Comunale, che era di parere diverso.

Melchiorre Voli, Sindaco dal 1887 al 1894, iniziò la grande opera della fognatura e diede il massimo impulso agli edifici scolastici per l’istruzione elementare. Il senatore Casana Severino, Sindaco dal 1898 al 1902, pose tutte le sue cure nel tracciato dei nuovi piani regolatori edilizi e nelle opere di sventramento e risanamento dei vecchi quartieri della città.
Il senatore Alfonso Badini Confalonieri, Sindaco dal settembre 1902 al giugno 1903, ebbe la netta visione degli urgenti problemi edilizi della città e iniziò coll’amministrazione militare le permute di stabili che dovevano poi essere condotti a termine dal suo successore. Per queste permute militari si resero possibili le grandi opere della nuova Piazza d’Armi, circondata dai nuovi quartieri e dal nuovo grandioso Ospedale militare.
Il senatore Secondo Frola, Sindaco dal 1903 al 1909, diede esecuzione alle permute progettate e altre ne stabilì, in seguito alle quali già sorsero e sorgeranno i nuovi edifici della Scuola di Guerra, dell’Accademia Militare, della Scuola di Applicazione di Artiglieria e Genio, della Intendenza di Finanza, dei Telegrafi e dei Telefoni. Ma soprattutto sono dovute all’on. Amministrazione Frola le municipalizzazioni dell’Acquedotto, della forza e della luce elettrica e dei Trams. Quest’audace, complessa e grandiosa intrapresa di circa 40 milioni, che ha dato a Torino eccellente ed abbondante acqua potabile, luce e forza a buoni mercato, e le comunicazioni dei trams in un raggio di 7 chilometri e colla tariffa più bassa che si conosca in Italia e all’Estero, formerà sempre un alto titolo di onore per l’Amministrazione che mi ha preceduto.

Non fu adunque senza una grande esitazione che assunsi il giorno 28 giugno 1909 le funzioni di Sindaco di Torino. Pure mi avevano sbarrato la via ad ogni viltà di rifiuto i Comizi del 20 giugno stesso e il voto del Consiglio Comunale: anche la speranza – perché non dirlo? – di fare per la mia città qualche cosa di utile e di degno.
Il mio programma si componeva pertanto di poche linee.
1° Fare di pieno accordo tra il Municipio e il Gomitato dell’Esposizione 1911 gli onori e i doveri dell’ospitalità agli invitati di tutto il mondo.
2° Coordinare e completare gli impianti delle municipalizzazioni: previe quelle indagini tecniche e finanziarie che erano allora necessarie per ottenere dalla iniziativa della precedente Amministrazione i risultati migliori.
3° Ristudiare il problema dell’allargamento della cinta daziaria in relazione al piano regolatore edilizio, ai bisogni del commercio, alle tariffe daziarie e alle necessità del bilancio.
4° Rafforzare il patrimonio e la finanza del Comune, perché il loro attivo potesse trovarsi preparato nel prossimo decennio allo sviluppo della crescente città.
5° Concretare con le Ferrovie di Stato il piano di esecuzione dell’abbassamento del piano del ferro e delle nuove stazioni.
6° Studiare in tutti i suoi particolari il problema dell’allacciamento ferroviario di Torino colle regioni italiane limitrofe e coll’Estero: specialmente pel valico del Genisio, il raddoppio del binario Torino-Modane, la direttissima Torino-Savona, il riscatto della Santhià-Biella, ecc.
7° Provvedere per i nuovi docks assolutamente necessari pel commercio e l’approvvigionamento della città, specialmente quando fosse dai nuovi studi risultato necessario l’allargamento della cinta.
8° Provvedere al nuovo assetto dei mercati di Porta Palazzo e Borgo Dora e al nuovo ammazzatoio.

9° Completare il programma delle costruzioni necessarie all’insegnamento elementare e alle scuole secondarie, specialmente per l’Istituto tecnico Sommeiller e la Scuola Domenico Berti.
10° Concludere con lo Stato i nuovi accordi risultati necessari per la Biblioteca Nazionale, l’Intendenza di Finanza e l’Officina carte e valori.
11° Sistemare e migliorare i servizi in genere, particolarmente quelli riflettenti i lavori pubblici.
12° Provvedere alla costruzione di nuovi edifizi di uso pubblico in sostituzione degli antichi divenuti inservibili, e cioè nuovo Palazzo (di Giustizia, Accademia delle Belle Arti, Società Promotrice delle Belle Arti, nuova Congregazione di Carità, Scuola Veterinaria, canili municipali pubblici, ecc.
13° Portare a compimento il programma delle case popolari fino a 4500 camere.
14° Il riordinamento degli Istituti di assistenza ai malati poveri: e la risoluzione della questione ospitaliera per quanto ha tratto alle competenze nosocomiali e all’insegnamento universitario, cioè alle cliniche.
15° Il risanamento dei quartieri centrali più malsani: specialmente di quel punto della città che si estende a mezzanotte dietro il giardino Lamarmora e che prende il suo triste nome dalla via Stampatori.
16° Lo sviluppo della viabilità nel suburbio e il distendersi ai punti più periferici del territorio della rete tramviaria municipale.

In cinque anni di Sindacato io non ho certo potuto portare tutto questo a compimento: ma molta pare d’un tale programma, lo posso ben dire con qualche orgoglio, è adempiuta; ciò che non è fatto lo sta per essere e gli studi tecnici e i mezzi finanziari sono già predisposti per la sua attuazione in un breve volgere di anni. Una pubblicazione in corso di stampa — Vita amministrativa nel quinquennio 1909-1914 — proverà con cifre e documenti questa mia affermazione: mi sia solo qui permesso di riassumere a guisa di note i dati più importanti a conclusione di questo mio brevissimo studio.