di Eugenio Buffa di Perrero*

La parola “penna” ha una storia antichissima: risale a quando era una penna d’uccello a ver­gare – un verbo che ricorda gli steli di papiro intinti nell’inchiostro dagli Egizi – le pergamene. Solamente nel secolo scorso questo vocabolo, pronun­ciato da oltre mille anni, trovò un sinonimo. Tutti sap­piamo cos’è una «biro» ma, forse, non tutti sanno che dietro queste quattro lettere si rivela il nome del suo inventore.

László József Bíró nacque a Budapest nel 1899 e studiò medicina, arte ed ipnoti­smo. In America si imbatté in un marchingegno costruito undici anni prima da John Loud, un conciatore di pelli. Lo strumento, lungo e ap­puntito, permetteva di scri­vere sul cuoio grazie a un collegamento tra il pennino e una piccola sfera girevole che rilasciava costantemente la tintura.

C’erano, tuttavia, dei difetti: la punta era troppo grossa per scrivere lettere sulla carta e quindi la penna non si rivelò redditizia dal punto di vista commerciale. Dopo esser finito quasi sul lastrico, Bíró cedette per 2 milioni di dollari il brevetto a un certo Marcel Bich.

Bich nacque a Torino nel 1914, in corso Re Umberto 60, proprio nel palazzo in cui il Comune, il 27 novem­bre 2004, ha posto una la­pide che lo commemora. Il padre era un ingegnere minerario che si era stabilito in Francia nel primo dopoguerra ed era stato naturalizzato francese nel 1930. Le radici della fa­miglia rimanevano comun­que valdostane; il giovane Bich era atipico in tutto: montanaro con la passione del mare, aristocratico ma pronto al lavoro sin da gio­vanissimo. Iniziò la sua car­riera a diciotto anni come commesso viaggiatore per un produttore francese di inchiostro e, nel 1945, Marcel comprò una fabbrica fuori Parigi per produrre parti di penne sti­lografiche e matite a mina.

Affascinato dall’intuizione di Bíró, studiò ogni particolare di quelle penne, sapendo che la sua pietra filosofale era una minuscola sfera di metallo in grado di procurargli guadagni immensi. Dopo aver modificato la struttura dell’inchiostro, nel dicembre 1950, la bacchetta magica di Bich finalmente era pronta: sottile come una matita, trasparente come il vetro e resistente perché di plastica.

Un gioiel­lo del design che tracciava linee perfette senza mac­chiare e il cui costo era ap­pena 29 centesimi di lire. La chiamò Penna Bic, senz’ac­ca, perché il barone sapeva che le formule magiche de­vono essere facili da ricorda­re.

Il successo nel Vecchio Continente fu immenso e, in breve tempo, iniziò la produzione di rasoi, accendini e tutti quei piccoli articoli indispensabili nella vita di ogni giorno.

E mentre tutti scrivevano fiumi di inchiostro proprio su di lui, Marcel Bich solcava il mare, quello vero, in barca a vela, realizzando i sogni giovanili e partecipando persino all’America’s Cup del 1970.

La sua invenzione, la “Bic Cristal” è stata inclusa nella collezione del Museum of Modern Art (MOMA) di New York: dall’anno in cui è stata messa in commercio, in tutto il mondo ne sono stati venduti oltre cento miliardi di esemplari.

Fonte: Bich, una storia che lascia il segno

*Si ringrazia per la concessione dell’articolo l’agenzia PROMOTUR VIAGGI S.R.L. di Torino

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