di Eugenio Buffa di Perrero*

Era bizzarro l’ingegner Faccioli: il volto coperto di rughe e l’infinito racchiuso in uno sguardo; idee geniali le sue, ma stravaganti. Il Senatore Agnelli gli aveva ripetuto che l’auto non era una poesia ma un prodotto da vendere: presto tutti avrebbero desiderato un’automobile, non solo il Kaiser o la regina d’Olanda….quindi bisogna costruirne di meno costose.

Lapide commerativa delle imprese di Aristide Faccioli in corso Ferrucci 122

Aristide Faccioli, però, si intestardiva nei suoi esperimenti, modificando ininterrottamente gli assemblaggi dei veicoli.

Era il 1901: era passato un anno dall’uscita su strada della «Welleyes», la prima macchina nata proprio da un suo disegno; l’ingegnere si ricordava benissimo il giorno in cui alcuni aristocratici torinesi, fra cui Emanuele Cacherano di Bricherasio e Carlo Biscaretti di Ruffia, si rivolsero a Giovanni Ceirano per realizzare una vettura che rappresentasse l’Italia nelle prime competizioni internazionali.

Ceirano, che aveva da poco trasformato l’oreficeria paterna in una fabbrica di biciclette, non li deluse e, insieme all’estro di Faccioli, creò un’auto con un motore orizzontale a 2 cilindri di 663 centimetri cubici.

Eppure, per proseguire l’attività, era necessario investire ben più di quelle misere 6000 lire: fu proprio questo il motivo per cui era apparso Agnelli. Il conte Biscaretti aveva convinto l’intraprendente borghese ad investire un bel po’ di capitale in un’impresa che, fino ad allora, era parsa più un passatempo che un affare. E così, in pochi mesi, Faccioli si era trasformato da inventore di una piccola officina artigianale in direttore tecnico di un’importante fabbrica.

Il vecchio stabilimento della S.P.A. (Società Piemontese Automobili) in corso Ferrucci 122

La sua forza creativa, però, non si adattò all’esistenza di un direttore generale, l’ingegner Marchesi; Faccioli sbatté la porta e cercò ciò che nessuno osava ancora immaginare: gli aerei.

Nel 1895 aveva già scritto il primo testo italiano sulla teoria del volo in cui asseriva che il futuro non era nelle leggerissime mongolfiere, ma in apparecchi più pesanti dell’aria. Solo otto anni dopo, quando Wilbur Wright realizzò tre voli con il pesantissimo Flye, le sue fantasticherie trovarono una conferma.

Il 13 gennaio 1909, nuvole di piombo all’orizzonte, da Venaria si librò il primo aereo italiano, progettato dall’ingegnere bolognese, con le ali cucite dalle dita silenziose della moglie e, come pilota, il figlio.

Il volo si concluse con la distruzione del veivolo forse perché Mario, proprio come Icaro, non ascoltò gli ammonimenti paterni e si avvicinò troppo al sole; ma quel fallimento fu considerato poco più di un accidente e, nel 1910, un nuovo aereo di Faccioli solcò le nubi in un cielo di zaffiro, tanto che questo piccolo prodigio fu esportato persino in Russia.

Nel 1959, in occasione del cinquantenario del primo volo, fu posta una lapide in Corso Ferrucci 122, proprio nel vecchio stabilimento dell’ingegnere: in alto, fra le due date dell’anniversario, è inciso un aereo stilizzato.

Ma Faccioli ideò tante altre cose e si interessò anche ai veicoli per il servizio pubblico; probabilmente fu suo il primo autobus: ricordiamocene, quando rimaniamo imbottigliati nel traffico.

*Si ringrazia per la concessione dell’articolo l’agenzia PROMOTUR VIAGGI S.R.L. di Torino

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