Testo e foto di Paolo Barosso

La cappella di Santa Maria di Missione si trova isolata nella quiete campestre di Villafranca Piemonte, in un’area di transizione tra alta e bassa pianura, ricca di risorgive (sorgenti create dalla risalita naturale di acqua dalla falda sotterranea) e di fontanili (fenomeno affine al primo, ma caratterizzato dall’intervento antropico, che ha ampliato una risorgiva esistente o l’ha originata per mezzo di uno scavo).

La cappella, nel suo aspetto attuale, pur profondamente alterato all’esterno nel primo Settecento, è il risultato della riedificazione trecentesca d’un edificio sacro preesistente, già menzionato in un documento del 1037 che ne attesta l’assegnazione da parte del vescovo di Torino Landolfo all’abbazia benedettina di santa Maria di Cavour. Entrata in possesso della comunità di Villafranca nel 1315, la cappella venne ricostruita e poi ornata di un prezioso ciclo di affreschi, visibile nella seconda delle due campate, che la critica ha attribuito, almeno in parte, alla mano di Aimone Duce (Dux Aimo), pittore d’origine pavese attivo alla corte dei Savoia-Acaia nella prima metà del XV secolo.  

Veduta d’assieme del ciclo di affreschi

All’intervento di Aimone Duce, databile al 1430 ca, si riconducono in particolare gli affreschi della parete di fondo (nel registro inferiore uno splendido Compianto sul Cristo morto e in quello superiore la scena dell’Annunciazione) e quelli che rivestono integralmente la parete di sinistra.

Dettaglio della Cavalcata dei Vizi: da sinistra l’Ira si ferisce con un pugnale, la Gola mangia e beve senza misura mentre un diavolo la sberleffa, l’Invidia cavalca uno sciacallo e non tiene a freno la lingua

Qui, all’interno della lunetta, campeggia la rappresentazione delle Virtù e la Cavalcata dei Vizi, raffinata riproposizione d’un tema iconografico ricorrente nella pittura medievale delle Alpi occidentali, tra Piemonte, Savoia, Delfinato e Liguria.

Le Virtù: a sinistra la Sollecitudine usa l’arcolaio, dedicandosi con solerzia ai lavori domestici, e a destra la Letizia trae godimento dalle bellezze della vita e della natura

Le personificazioni delle Virtù, rese da figure femminili, siedono in un magnifico giardino fiorito, evocazione simbolica del Paradiso terrestre, e sono impegnate nelle attività che caratterizzano il comportamento virtuoso, mentre i personaggi anch’essi femminili che incarnano i Vizi sono ritratti con gli elementi distintivi del peccato capitale, tutti incatenati tra loro per essere trascinati, con l’ausilio di demoni tentatori, verso la porta dell’inferno, dove s’intravedono le anime dannate in procinto d’essere inghiottite nella bocca d’un gigantesco pesce, il Leviatano di Giobbe. Ciascuna figura cavalca un animale, legato da un rapporto simbolico con le singole tipologie di vizio.

I Vizi: la Lussuria è una donna vanitosa che si rimira allo specchio mentre un demone la aiuta a sollevarsi la gonna

Mentre la distribuzione delle immagini in due registri sembra suggerire una lettura orizzontale, il senso “morale”, legato alla funzione catechetica degli affreschi, emerge da una comparazione verticale, confrontando cioè la personificazione della virtù con la raffigurazione sottostante del vizio che ne è il contraltare.

La lunetta della parete di sinistra con le Virtù in alto e la Cavalcata dei Vizi in basso

Tale lettura vuole indurre lo spettatore a porre in il comportamento virtuoso, raccomandata perché conduce alla ricompensa eterna, facendolo desistere dalla condotta malvagia, capace di condurlo alla dannazione.

I Vizi: a sinistra la Superbia cavalca un leone con lo scettro in mano mentre i diavoli sospingono le anime dei dannati verso la bocca dell’inferno

Facciamo due esempi: l’Avarizia è rappresentata da una vecchia tirchia a cavalcioni d’una scimmia cleptomane che, pur di accumulare monete, è disposta a sottoporsi a una vita di privazioni, evocate dagli abiti logori e strappati e dallo straccio che indossa come copricapo, mentre la Generosità, nella fascia superiore, è una donna che dispensa doni a un gruppo di bimbi poveri.

Le Virtù: al centro la Carità non esita a donare il suo latte al bimbo non suo

La Lussuria, nel registro inferiore, è evocata da una figura femminile che si rimira vanitosamente allo specchio e si alza con malizia la gonna, aiutata da un demone che le allarga il vestito, e si contrappone al personaggio femminile sovrastante, rimando simbolico alla Castità, rappresentata da una donna bella e ascetica, dalla lunga chioma bionda, vestita con un abito semplice, intenta a letture spirituali.

San Michele Arcangelo trafigge il diavolo

La fascia bassa della parete di sinistra è occupata invece da una teoria di santi e di martiri, legati anche alla tradizione locale, a cui corrisponde un’altra serie di santi raffigurati sulla parete destra: tra questi San Michele Arcangelo che trafigge il diavolo, Sant’Andrea apostolo, San Bernardo, San Valeriano, Sant’Antonio abate, San Giovanni Battista, San Claudio vescovo di Besançon, Santa Caterina di Alessandria, San Sebastiano martirizzato, la beata Margherita di Lovanio, San Costanzo e San Chiaffredo.

Santa Caterina di Alessandria impugna la palma del martirio

Gli affreschi contenuti nelle quattro vele della volta, raffiguranti i quattro Evangelisti, e quelli presenti nella lunetta della parete destra, tra cui il committente, il facoltoso mercante villafranchese Giulio de Giuli, presentato alla Madonna da San Giulio Vescovo, sono riferibili invece all’intervento di un autore rimasto ignoto, databile forse al 1474 (data scritta su un cartiglio nell’area absidale).

Parete di fondo: il Compianto sul Cristo morto

Gli affreschi di Aimone Duce appartengono alla cultura figurativa del gotico internazionale e, pur essendo d’impostazione lombarda (Duce era di Pavia e soggiornò a Milano), e quindi distanti dalla scuola jaqueriana, rivelano influenze della pittura borgognona e provenzale.  

A sinistra San Claudio di Besançon e a destra San Sebastiano trafitto dalle frecce

Sulla facciata della cappella, sopra la porta, è ancora in parte leggibile un grande affresco dell’Annunciazione, di cui si ipotizza come datazione il 1530 e come autore Jacobino Longo, il medesimo pittore che eseguì l’importante ciclo di affreschi all’interno della chiesa di San Giovanni Battista, a poca distanza dalla cappella di Missione, un altro tesoro artistico di Villafranca Piemonte.

La cappella è visitabile con l’app “Chiese a porte aperte”, che consente, previa registrazione dell’utente, l’apertura automatizzata del bene.

Note bibliografiche

www.archeocarta.org

www.comune.villafrancapiemonte.to.it

www.camminarenellastoria.it