Introduzione di Paolo Barosso e testimonianza di Giulio Giuliano

Situato nella valle del Malone, il territorio del paese di Corio, formato da più borgate sparse sui fianchi della montagna, immerse tra boschi di castagni e faggi alternati a prati e pascoli, s’incunea tra la pianura canavesana, la valle di Locana e le valli di Lanzo.

Il ponte in pietra sul torrente Malone in località dell’Avvocato o dei Pesci Vivi

La zona, colonizzata dai Romani, risulta frequentata ab antiquo da popolazioni celtiche, che impressero una forte impronta culturale destinata a sopravvivere ai secoli, come traspare ad esempio dal ritrovamento in località Piano Audi di un’erma bifronte, già di epoca romana come datazione ma rivelante forti influenze galliche, con un volto barbuto e l’altro glabro, forse femminile (oggi conservata nel Museo Civico di Ivrea), e dalla presenza, come elemento ornamentale, nella parete della chiesa della stessa frazione Piano Audi di un volto umano scolpito in pietra, frutto probabilmente di un processo imitativo di modelli arcaici il cui archetipo risale all’epoca celtica.

Corio, il cui toponimo, secondo una non corretta etimologia, viene fatto popolarmente derivare dal piemontese “cheur”, cuore (da cui lo stemma del paese, con il disegno di un cuore),  vanta una solida tradizione agricola e artigianale, prevalentemente incentrata sulla lavorazione della pietra (famosi i “picapère” della borgata Case Macario, dove erano attive diverse “losere”, cave di pietra), del legno e del ferro, e sulla filatura e tessitura della lana e della canapa (tipica di Corio era la produzione del “drap”, speciale tessuto con ordito in canapa e trama in lana), come attestato dalla collezione di attrezzi conservata nel Museo Etnografico delle valli del Tesso e del Malone in frazione Cudine.

Cartolina d’epoca con veduta di Piano Audi, frazione di Corio

Storicamente Corio dipese per diversi secoli, pur con fasi alterne, dall’alta signoria dei marchesi del Monferrato e dal dominio feudale diretto dei conti Biandrate di San Giorgio, che avevano ricevuto dai primi l’investitura sul luogo, così come sul limitrofo paese di Rocca Canavese, originariamente denominato “Rocca di Corio” (Rocha ad Corium) perché, situato a valle di Corio, svolse per molto tempo la funzione di presidio fortificato (rocca) posto a difesa della valle del Malone.

Nel corso del Medioevo le due località di Corio e di Rocca di Corio, strettamente collegate, furono più volte al centro di aspre contese tra le forze signorili che si contendevano l’egemonia sul territorio canavesano, gli Acaia, i Savoia e i Monferrato, cui si appoggiavano per ottenerne vantaggi politici i discendenti dei conti del Canavese, principalmente i Valperga (alleati del marchese del Monferrato insieme con i Biandrate) e i San Martino (alleati dei Savoia). Come altre località canavesane, Corio e Rocca vennero acquisiti ai domini sabaudi con il trattato di Cherasco del 1631, che pose termine alla guerra di successione di Mantova e del Monferrato.

Interno della cappella di San Giacomo presso il ponte dell’Avvocato

Numerose sono le testimonianze architettoniche e artistiche che illustrano il passato di Corio. Qui ricordiamo brevemente: la parrocchiale settecentesca dedicata a San Genesio e Sant’Anna; la cappella dei Battuti, con affreschi interni di metà Cinquecento firmati dal pittore Oldrado Perino di Novalesa; la cappella di San Giovanni Battista, verso frazione Ritornato, con lacerti di affreschi trecenteschi; il ponte Picca, tradizionalmente datato al Trecento come il Ponte del Diavolo di Lanzo, ma forse successivo; il ponte dell’Avvocato, anch’esso ritenuto d’origine trecentesca, che attraversa il torrente Malone in corrispondenza della località detta Molino dell’Avvocato, dalla presenza di un mulino che fu di proprietà di un avvocato coriese (cui apparteneva anche una villa costruita in loco), ma anche curiosamente noto come “ponte dei pesci vivi”, dal nome di una vecchia osteria che aveva vasche per l’allevamento delle trote, come “ponte delle fucine”, perché vi funzionava una fucina poi abbandonata, e “ponte di San Giacomo”, dall’intitolazione della cappella alla sua base.

Dopo questa introduzione, necessariamente sintetica e lacunosa, alla conoscenza di Corio, lasciamo la parola, anzi la penna, a Giulio Giuliano, lettore di Piemontèis e originario di Corio, che intende trasmetterci, con questa sua genuina testimonianza, l’amore viscerale che ha sempre legato la sua famiglia a questi luoghi, situati in un contesto paesaggistico e naturale invidiabile.  

Il ponte dell’Avvocato e la cappella di San Giacomo

Testimonianza e foto di Giulio Giuliano

Corio è un piccolo paese di montagna, caratteristico per le sue frazioni sparpagliate in mezzo a boschi e pascoli e per i panorami spettacolari che si aprono sulla pianura sottostante. Non a caso queste borgate sono conosciute come “le balconate del Canavese”. 

Le casette che si trovano nelle varie frazioni sono pervase da un’atmosfera fiabesca, tanto da sembrare un dipinto d’altri tempi, una stampa antica.

In una di queste borgate si trova la casa dei miei nonni materni, dove nacque mia madre e vi trascorse la gioventù. Da qui partono le mie radici. I miei nonni amarono quelle terre più della loro vita, un amore quasi morboso che trasmisero anche a mia madre e a me. Dal cortile della casa rurale dei miei nonni si ammira un’amplissima vista panoramica e dal cortile vi è un balcone che permette di vedere tutta la pianura fino alla città di Torino, alla collina torinese e, lontananza, alle torri di Trino Vercellese. Sull’altro lato del cortile, verso destra, si apre invece la vallata di Lanzo con il santuario di Sant’Ignazio

Veduta panoramica dalla montagna di Corio. All’orizzonte la collina torinese.

Guardando verso il basso, sulla destra, si vede l’abitato principale di Corio. 

Su quelle montagne i miei nonni e mia mamma, ancora bambina, vissero la guerra. Secondo i racconti che sentivo in famiglia, molto spesso i soldati tedeschi passavano a casa dei miei nonni minacciando donne e bambini per avere un po’ di cibo, soprattutto farina. Infatti mia nonna, per salvare le riserve alimentari di famiglia, aveva imparato a nascondere bene la farina. 

Mi narrarono che una volta i tedeschi, contrariati per non aver trovato la farina, portarono mia bisnonna al centro del cortile, minacciandola con il fucile. Mia mamma, piccolina, era sulla lobbia e, assistendo alla scena, prese un sasso e lo lanciò sulla testa del soldato tedesco. 

A quel punto il soldato salì sulla lobbia e prese in braccio mia madre, portandola in cortile e minacciando anche lei. Allora la nonna di mia mamma si inginocchiò, rivolgendo lo sguardo verso il cielo e implorando che, in nome di Dio, la bambina venisse risparmiata.

Il soldato tedesco, mosso a compassione, se ne andò, salvando così la famiglia. 

Tutta la mia infanzia l’ho passata, almeno un paio di giorni a settimana, a casa dei nonni sulla montagna di Corio.

Mi ricordo quando mio nonno mi portava giù nel frutteto, io lo aiutavo a curare le piante e lui mi parlava, rivolgendomi sempre questo monito: “Quando sarai grande porta avanti i valori e i principi che tuo nonno ti ha trasmesso, e ricordati sempre tutte le fatiche e i sacrifici fatti dai tuoi nonni!”.

Oggi, da adulto, ogni volta che torno alla casa dei nonni, lassù tra i boschi di Corio, osservo gli alberi del frutteto, solidi e grandi, e immagino che ogni ramo racconti una storia di vita vissuta e che sui tronchi nodosi, esposti ai caldi raggi del sole, ma anche alla forza delle intemperie, siano riflesse tutte le fatiche dei miei nonni.

Questi ricordi di vita rurale vissuta si chiudono quando alla sera, andando alla casa dei nonni, mi affaccio dalla balaustra del cortile, godendomi lo spettacolare panorama notturno, che abbraccia la città di Torino, con le sue luci e la collina che la sovrasta, mentre sulla destra in basso lo sguardo si posa sull’abitato di Corio, con la bella chiesa barocca e il campanile, e poi ammiro la volta celeste sopra di me, punteggiata di stelle ravvicinate e con la luna che, con la sua romantica bellezza, riflette i suoi raggi sulla montagna del Bandito.

Tutto questo spettacolo a sipario aperto viene accompagnato dal canto dei grilli, dallo stridìo delle civette e dal verso dei gufi, ed è in questi momenti che si rinnova, ogni volta, il senso vivo delle mie radici familiari e personali, saldamente innestate tra i boschi e i pascoli della montagna di Corio.