Milo Julini
Giustizia a Torino tra lacrime e sorrisi. Ventiquattro storie vere, crudeli e amene
Editrice Tipografia Baima-Ronchetti, Castellamonte, 2021 – Pp. 152 – € 12,00
Copertina di Gianfranco Anastasi – Saggio introduttivo di Andrea Biscàro 

di Ezio Marinoni

Nel gioco dei tarocchi l’arcano numero otto (che fa parte degli arcani maggiori) è rappresentato dalla Giustizia: essa è simile all’Imperatrice nel suo atteggiamento, ha lo stesso colore degli abiti e gli stessi capelli biondi, ma ha perso le ali. Ha una corona di ferro che allude alla rigorosità della legge, siede su di un trono massiccio e stringe nella mano destra la spada del fato che serve a ristabilire l’equilibrio distrutto. Nella mano sinistra tiene la bilancia che simboleggia lo strumento per fare ammenda agli errori passati.

La Giustizia, ottava carta degli arcani maggiori dei tarocchi

Una letteratura di altissima qualità (due testi di Pietro Aretino e uno di Calvino) ha fatto riferimento a queste carte e al loro uso nel gioco.

Pietro Aretino, Sonetto XXXII in Pasquinata per l’elezione di Adriano VI (1521). Qualcuno ritiene sia divinatorio il metodo scelto dall’Autore per parlare del futuro papa: a ciascun cardinale viene distribuita una carta degli arcani maggiori.

Pietro Aretino, Le carte parlanti (1543). Un curioso dialogo in prosa sul significato del gioco della vita: un cartaio si lamenta delle sue carte, scompigliate da un diavolo. Le carte, offese, gli rispondono raccontando le loro origini mitiche.

Italo Calvino, Il castello dei destini incrociati (1973). La narrazione è accompagnata, quasi in ogni pagina, da riproduzioni di carte dei tarocchi, in varie combinazioni. Da queste carte Calvino fa scaturire i suoi racconti.

Poiché non sarei competente a raccontare la cartomanzia o la divinazione, chiudo questo cerchio letterario con l’ultima fatica di Milo Julini, che porta in copertina due diverse interpretazioni della Giustizia dovute alla fantasia del pittore Gianfranco Anastasi.

Julini non ha bisogno di presentazioni, la sua biografia letteraria è esaustiva a raccontare il personaggio e il suo lungo lavoro di studio e ricerca.

Questa volta ha miscelato 24 storie vere, fra il crudele e l’ameno, che provengono dalla sua collaborazione con la rivista torinese Civico20News, dove tiene l’apprezzata rubrica Torino noir, che delizia i lettori con aspetti inediti o poco noti della storia cittadina.

Il recente libro Giustizia a Torino tra lacrime e sorrisi (Baima-Ronchetti, 2021) è, quindi, il più recente frutto del suo lavoro.

Il volume è rigorosamente diviso a metà: la prima parte (“Nero torinese”), permette di rileggere efferati omicidi e clamorosi episodi ormai dimenticati della cronaca nera torinese, ispirati dal poliedrico ventaglio dei sentimenti e delle brame umane. Queste narrazioni coprono un ampio arco temporale che va dal 1853 al 1972, proposte secondo l’ordine cronologico degli avvenimenti.

Donne del popolo davanti al Giudice di pace, nella litografia di Honoré Daumier del 1845, facente parte della serie intitolata Les beaux jours de la vie (I giorni belli della vita), evocano il clima della “Giustizia che diverte”.

La seconda parte è ispirata al tema della “Giustizia che diverte”: ai tempi del feuilleton, a cavallo fra Ottocento e Novecento, questo filone della cronaca giudiziaria era molto in voga. Queste storie si collocano fra il 1863 e il 1960.

Lo sfondo di tutte queste vicende è una Torino che non esiste più: Julini è un maestro sapiente e garbato nel raccontare i nomi di luoghi scomparsi o che hanno cambiato del tutto nomi e fisionomia geografica e territoriale.

L’Autore espone i fatti con linguaggio moderno e in tono leggero; quando utilizza il recupero di brani originali ci fa cogliere le diverse modalità che l’informazione sul crimine ha assunto nel corso del tempo.

Sempre con leggerezza, che da Milan Kundera in poi è diventata a mio avviso una dote imprescindibile per uno scrittore, spiega il moderno fenomeno del dark tourism (che ha basi molto solide: si pensi che è sufficiente un incidente nella carreggiata opposta dell’autostrada per provocare code nelle due direzioni di marcia!) e che cosa sia il mercato di murderabilia, ossia il collezionismo di oggetti legati o appartenuti a noti criminali.

Senza rovinare il piacere della lettura e nemmeno cadere nel rischio di “spoiler” (come si dice oggi con una brutta parola entrata nell’uso comune), posso dire che alcuni capitoli mi hanno conquistato!

Partiamo da “Nero torinese”.

Il ladro, la cantante e il pittore paesaggista” unisce la più varia umanità torinese del 1868 e tutto nasce in una via San Filippo che, come molti altri luoghi, non troveremo più su una mappa cittadina.

La cantante Virginia Boccabadati, protagonista del racconto “Il ladro, la cantante e il pittore paesaggista”, ambientato nella Torino del 1868 (litografia di Vincenzo Roscioni, 1854)

1900: Capodanno con delitto” racconta una storia di male a cavallo fra due secoli e ci spiega chi erano i “barabba” torinesi… Qualcuno lo saprebbe senza leggere questo capitolo?

E che dire di “Scontro a fuoco alla Barriera di Orbassano”? Siamo nel 1926, quando il termine “barriera” aveva ancora un suo significato e un protagonista abitava in piazzetta Juventus…

La delicatezza già citata dell’Autore fa sì che negli ultimi due capitoli di questa parte (che si svolgono fra il 1971 e il 1972) i cognomi dei protagonisti siano soltanto una lettera iniziale puntata, per rispetto alle persone coinvolte e al breve tempo intercorso dai fatti.

La seconda parte del libro, intitolata “La Giustizia che diverte” può essere considerata un omaggio all’avvocato Giovanni Saragat che, con lo pseudonimo di “Toga Rasa”, scriveva cronache giudiziarie sulla Gazzetta Piemontese. Egli è stato il più insigne esponente di un genere letterario che Torino ha dimenticato e Milo Julini ha il merito di ricordarci nelle sue pagine.

Le bottiglie dell’onorevole Giovanni Rastelli” è un gustoso episodio fra queste storie. Una biografia del personaggio è stata pubblicata da Alessandro Mella nel 2017 con il titolo “Dalle Valli di Lanzo alla Nuova Italia”, per i tipi di Roberto Chiaramonte.

Un gatto licenzioso e una gatta vereconda” ritrae un fatto accaduto nel 1874, che ha coinvolto il gatto del droghiere Giovanni Cieca e la gatta del caldarrostaio Giovanni Fortunato.

Il Cit ëd Vanchija (ritratto nella copertina di un libro di Carolina Invernizio), protagonista con la cantante Boccabadati del racconto “Il ladro, la cantante e il pittore paesaggista”, ambientato nella Torino del 1868

I traffici misteriosi di due falsi blasonati” risale al 1946, viene tratto dalla descrizione fatta da “La Nuova Stampa” (così chiamata dopo il periodo fascista) del 25 luglio di quell’anno, quando il falso marchese Charles Baldin Isnor si aggira intorno a un palazzo nobiliare di corso Massimo d’Azeglio…

E che dire del “Conte Bruno Dentice del Frasso”?

Il libro si conclude con il “El cotel an sacòcia”, breve dissertazione su un uso malavitoso che fu anche piemontese e che non è stato descritto a sufficienza. La “Gazzetta Piemontese” del 4 agosto 1871 riporta integralmente il comunicato del comitato promotore della associazione filantropica laica “Società contro il coltello”. Ne è presidente il marchese Salvatore Pes di Villamarina (all’anagrafe Salvatore Raimondo Gianluigi Pes, marchese di Villamarina e barone dell’isola di Piana).

Qui si può raccontare una storia nella storia…

Sua moglie Melania, figlia di Roberto d’Azeglio e di Costanza Alfieri di Sostegno, durante le lunghe assenze del marito, risiedeva al Castello del Roccolo a Busca, fatto costruire dal padre. In una lettera al nipote Emanuele, Massimo d’Azeglio (zio di Melania) scriveva di come la situazione coniugale di Melania e Salvatore fosse “una pagina terribile da aggiungere alla fisiologia del matrimonio”.

La coppia ebbe tre figli: Carlo, morto piccino, Emanuele, che intraprese la carriera diplomatica, e Isabella, che sposò un Thaon di Revel. Melania non vide mai i suoi figlioli crescere. Il suo fisico era minato da un male mai ben identificato del tutto. Nell’ultimo periodo della sua vita, compromesso dalla malattia, il marito impedì ai bambini di vederla per paura che potesse contagiarli.

La situazione del racconto “Un inglese e due litigiosi facchini torinesi” trova riscontro in una figurina Liebig che rappresenta un bambino, vestito da turista inglese, derubato da altri fanciulli agghindati al pari di “briganti italiani”, sul modello fornito dalle stampe del romano Bartolomeo Pinelli.

Morì nel palazzo di famiglia a Torino a soli 27 anni. Salvatore era lontano e sua madre Costanza era anche lei malata; soltanto il padre Roberto restò con lei fino alla fine e le chiuse gli occhi. Fu sepolta nella tomba dei Villamarina, nei sotterranei del cimitero di San Pietro in Vincoli a Torino. 

Una leggenda del castello racconta che nelle notti d’estate in cima alla torre del Roccolo appaia una fiammella: si tratterebbe della candela tenuta in mano dal fantasma di Melania che, vagando per le stanze del maniero, sale sulla torre più alta nella speranza di veder comparire Salvatore di ritorno dalla Sardegna.

Abbiamo divagato nel finale?

No, siamo rimasti su quel sottile filo che unisce e divide il bene dal male, il chiaro dallo scuro.

Buona lettura, dunque, del libro di Milo Julini.