di Eugenio Buffa di Perrero *

Il Piemonte, si sa, da sempre è terra di Vino. L’anno appena trascorso l’Italia ha prodotto 47 milioni di ettolitri, di cui 3 milioni prodotti nella nostra Regione.

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Le statistiche elaborate dal Dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari dell’Università di Torino ci informano che la produzione enologica nelle Provincie Piemontesi si distribuisce per circa il 4% nella Provincia di Torino, per il 37% nella Provincia di Asti, per il 30% nella Provincia di Cuneo, per il 27% nella Provincia di Alessandria, e per circa il 2% nelle Provincie di Novara e nel Verbano Cusio Ossola. Giustamente il grande pubblico conosce il Barolo, da sempre soprannominato “Il Re dei Vini” o il “Vino dei Re”. Asti è conosciuta come la terra dello Spumante e del Moscato… ma chi saprebbe dire con certezza su cosa si concentra la “piccola produzione” vitivinicola, appena il 4% della produzione regionale, della Provincia di Torino?

La risposta può lasciare sorpresi: l’area provinciale di Torino è sede di ben sette denominazioni di origine, che danno luogo a 34 diverse tipologie di vino! Si tratta di produzioni provenienti in larga parte da vitigni autoctoni, spesso coltivate in aree marginali, ma valorizzate da una viticultura di qualità.

In particolare i vitigni di Carema, della Val Susa e di alcuni paesi del Pinerolese e Canavese rappresentano delle vere “perle”: in quest’area del Piemonte, dove incombono le Alpi, i vigneti sono riusciti a spingersi alle altitudini più elevate, dando vita a risultati pregevoli e inimmaginabili.

Iniziamo, quindi, a parlare del Canavese, vero corridoio tra il Piemonte e la Valle d’Aosta, fatto di colline moreniche e laghi, con microclimi che, già dai tempi dei Romani, permisero la coltivazione della vite.

Visione agreste canavesana - foto di Paolo Barosso
Visione agreste canavesana – foto di Paolo Barosso

Dalla uva a bacca rossa piemontese più preziosa, il Nebbiolo, si produce, proprio in questa zona, un vino rosso raro e pregiato: il Carema.

Questa fertile conca omonima, adagiata sulla sinistra orografica della Dora Baltea e riparata dai venti freddi, ha permesso alla vite di essere coltivata, decretando una radicale trasformazione del paesaggio.

Pendio montano terrazzato nei pressi di Carema
Pendio montano terrazzato nei pressi di Carema

Le pendici collinari sono state interamente terrazzate, grazie al secolare lavoro di trasporto del terreno fertile a mezzo di gerle e alla costruzione di muri a secco, che caratterizzano il paesaggio e delimitano sui tre lati le terrazze. Su di essi sorgono i pilon, colonne do pietra e calce, di forma vagamente conica, sormontate da un disco in pietra.

Dietro i pilon sono disposte due o tre file di pali in legno di castagno, che formano le campate d’appoggio della pergola.

Esempio di pilon
Esempio di pilon

 

Le terrazze sono collegate tra loro da un labirinto di sentieri, scale di pietra e gradini incastrati sui muri…e le viti crescono su queste ardite architetture! Le piante sono allevate in modo tale che il fusto sia alto quanto la pergola e i tralci si sviluppino sulla stessa.

La presenza dei pilon in pietra e calce, capaci di immagazzinare il calore del sole durante il giorno e restituirlo nella notte, e il reticolo geometrico della pergola, costituiscono l’unicità del paesaggio caremense.

Chi desidera assaporare il Carema può rivolgersi alla Cantina dei Produttori di Nebbiolo di Carema, fondata nel 1960 da un gruppo di 18 soci, composta oggi da 79 viticoltori locali. Situata all’imbocco della Valle d’Aosta, la produzione del Carema è limitata al solo comune omonimo, come previsto dal disciplinare di produzione della DOC riconosciuta nel 1967.

Scorcio panoramico del borgo di Carema, circondato dai vigneti terrazzati
Scorcio panoramico del borgo di Carema, circondato dai vigneti terrazzati

Ma il Carema non è il solo vino “storico” del Canavese.

Anzi, nel Canavese c’è anche un vino leggendario, così antico che il suo nome pare derivare dalla Ninfa Albaluce. Dalle lacrime di questa creatura divina, si dice, nacquero i dorati grappoli di succosa uva bianca: l’Erbaluce, menzionata per la prima volta nel 1606 in un libro scritto da Giovanni Battista Croce, gioielliere presso il duca Carlo Emanuele I di Savoia.

La produzione di questo vino, che dal 2010 ha ottenuto la DOCG, è consentita nelle province di Torino, Biella e Vercelli, concentrandosi sulle colline intorno a Caluso.

Vigneti canavesani - foto di Paolo Barosso
Vigneti canavesani con il caratteristico ciabòt – foto di Paolo Barosso

Dall’uva bianca Erbaluce si ottengono tre tipologie di vino (Erbaluce di Caluso, Spumante e Passito), a dimostrazione del grande potenziale enologico di questo vitigno. Ancora poco conosciute, forse, sono proprio le ultime tipologie di questo vino: la versione spumantizzata e quella passita, ottenuta facendo appassire l’uva a basse temperature.

Infine, dal 1996, Erbaluce, Nebbiolo, ma anche Barbera, Bonarda, Freisa, Neretto di San Giorgio ed altre uve locali, concorrono alla denominazione d’origine Canavese che, come nel caso della DOCG Caluso, si estende parzialmente nelle provincie di Biella e Vercelli.

La ricchezza di materie prime del territorio (torcetti, nocciolini, paste di meliga…) ed una grande tradizione di ospitalità, esaltano ed integrano la tavolozza enologica canavesana.

Chi desidera assaggiare questi prodotti, può rivolgersi all’Enoteca Regionale dei Vini della Provincia di Torino, con sede in Caluso, in un percorso affascinante all’interno di antiche cantine risalenti al 1600 sapientemente ristrutturate, dove trovare esposti tutti i vini dei 31 Produttori presenti in Enoteca.

*Nota della redazione: per chi fosse interessato, si informa che il tour alla scoperta del Canavese e dei suoi vini (con degustazioni di Carema ed Erbaluce), originariamente previsto per sabato 11 aprile, è stato posticipato a sabato 18 aprile.

Per informazioni e prenotazioni contattare Eugenio Buffa di Perrero chiamando l’agenzia Promotur al numero 011 301 8888 o scrivendo a turismo@promoturviaggi.it