di Paolo Barosso

Nella mostra “Neoclassicismi a Torino. Dal Settecento al giovane Antonelli”, allestita fino al 25 giugno 2023 negli spazi torinesi della Pinacoteca dell’Accademia Albertina, vengono esposti documenti, progetti, incisioni, cimeli e opere di scultura e pittura che, inserendosi nel più ampio percorso di scoperta e valorizzazione del patrimonio storico artistico del caveau dell’Accademia, si propongono di illustrare al pubblico l’evoluzione del movimento culturale del Neoclassicismo a Torino nei decenni a cavallo tra Settecento e Ottocento.

Punto di partenza dell’ideale itinerario è la figura di Laurent Pécheux, pittore francese originario di Lione che, recatosi a Roma per la sua formazione artistica, lasciò, come testimonianza del suo soggiorno in città, un taccuino su cui aveva disegnato tutto ciò che, nella capitale pontificia di metà Settecento, testimoniava la grandezza del mondo classico, dall’Apollo del Belvedere al Laocoonte, dall’Ercole Farnese al Gladiatore combattente dei principi Borghese, dimostrando così di aderire ai principi elaborati da Winckelmann e da Mengs, che costituiscono la base teorica del Neoclassicismo.

Nel 1777, diventando direttore dell’Accademia Reale torinese, il Pécheux portò a Torino quel bagaglio di principi e idee che troviamo codificati nei nuovi regolamenti accademici, pubblicati nel 1778 per volontà di re Vittorio Amedeo III di Savoia, e perfettamente riflessi nell’incisione di accompagnamento, raffigurante Minerva che incorona d’alloro lo stemma sabaudo, considerata come un vero manifesto dell’arrivo del classicismo tardo settecentesco nella capitale sabauda.

Le due terrecotte con la Vestale e il Ratto di Proserpina, opere dei fratelli Collino.

Il percorso prosegue con l’opera dei fratelli Ignazio e Filippo Collino, docenti di scultura, che, in sintonia con la direzione di Laurent Pécheux, mostrarono in molte delle loro sculture l’adesione ai canoni del Neoclassicismo. Ne costituiscono esempio le terrecotte preparatorie dei grandi bassorilievi in marmo della Galleria Beaumont nel Palazzo Reale di Torino, realizzate dai fratelli Collino a Roma nel 1764 e inviate a re Carlo Emanuele III di Savoia, e le due terracotte del Ratto di Proserpina e della Vestale che presero forma a Torino nel 1781, venendo utilizzate come modelli per le sculture in marmo volute da re Vittorio Amedeo III per farne dono al granduca Paolo, figlio dell’imperatrice Caterina ed erede al trono di Russia, in occasione del suo soggiorno torinese.

Nella vasta attività dei fratelli Collino, segnaliamo anche il gruppo scultoreo in marmo “La fama che incatena il tempo”, opera del 1788 destinata originariamente al mausoleo sabaudo di Saint-Jean de Maurienne in Savoia, ma poi collocato nel loggiato del Rettorato dell’Università di Torino.

Passando all’architettura, l’itinerario proposto dalla mostra mette in luce la figura di Filippo Castelli che, recandosi a Roma per gli studi nel 1757, maturò l’interesse per la classicità romana, eseguendo rilievi e disegni negli scavi di Ercolano e Pompei. Tornato a Torino, per decenni lavorò in Piemonte, assumendo l’incarico per la costruzione di una nuova torre comunale e per l’ampliamento dell’ala nord di Palazzo Civico e predisponendo, nel 1789, i bellissimi progetti per le Scuderie dei Principi di Carignano, la cui facciata è sopravvissuta ai gravissimi bombardamenti del 1943 ed è tuttora visibile come ingresso della nuova sede della Biblioteca Nazionale di Torino in piazza Carlo Alberto.

I progetti di Filippo Castelli per le scuderie dei principi di Carignano a Torino – La facciata verso il giardino a ponente.

Del periodo dell’occupazione napoleonica non sopravvive molto nelle collezioni dell’Accademia Albertina, forse per la volontà di cancellare il ricordo degli artisti che, in quegli anni, operarono come docenti della prestigiosa istituzione al servizio dell’impero, come il già citato Laurent Pécheux e lo scultore Giacomo Spalla. Nella sala dedicata a questa fase storica, un busto raffigurante Napoleone I, di collezione privata, è messo a confronto con un ritratto scultoreo di Filippo Asinari di San Marzano, plenipotenziario dei Savoia al Congresso di Vienna, eseguito da Giacomo Spalla, e affiancato a una scultura che rappresenta, all’età di cinque anni, Gabriella Meyneri, nipote dello stesso Spalla, autore dell’opera, in cui si firma, ancora nel 1813, “scultore di Napoleone I”.

Il busto di Napoleone I messo a confronto con il ritratto scultoreo di Filippo Asinari di San Marzano, opera di Giacomo Spalla.

L’attenzione si sposta poi sul periodo della Restaurazione, caratterizzata, sul piano culturale, da due eventi significativi, voluti da re Carlo Felice di Savoia: la riapertura ufficiale dell’Accademia delle Belle Arti nel 1824 e l’acquisto, nello stesso anno, della collezione Drovetti, con la conseguente creazione del Museo Egizio di Torino, avvenimenti ricordati nella composizione allegorica che accompagna i nuovi regolamenti accademici del 1825, ideata da Giovanni Battista Biscarra e litografata da Francesco Gonin.

Sul piano urbanistico, la serie di “Vedute di Torino da Nord, da Sud, da Est e da Ovest”, dipinta tra il 1818 e il 1822 da Luigi Vacca, mostra bene, con fedeltà topografica, la Torino della Restaurazione, aperta verso l’esterno in quanto rimasta orfana della cortina muraria smantellata in applicazione dell’editto di Milano del 23 giugno 1800, voluto da Napoleone per il disarmo delle aree conquistate. Grazie all’opera di Luigi Vacca, che fu scenografo oltre che pittore, il gusto neoclassico conquistò anche i palchi dei principali teatri di Torino, il Regio e il Carignano, come dimostrano i bozzetti, esposti in mostra, che riproducono alcuni interessanti progetti di sipari teatrali.

Dettaglio della Veduta di Torino da Est (1818-1822), opera del pittore Luigi Vacca.

Prima di passare a un capitolo fondamentale del racconto della mostra, incentrato sul giovane Alessandro Antonelli, l’esposizione illustra l’opera, negli anni della Restaurazione, di architetti in stretta relazione con l’Accademia delle Belle Arti: Giuseppe Maria Talucchi, cui si deve tra il 1826 e il 1828 la costruzione della cosiddetta “Rotonda Talucchi”, posta al centro del cortile dell’Accademia, e Ferdinando Bonsignore, che progettò la chiesa della Gran Madre di Dio, ispirata al Pantheon romano. Nel vasto panorama dell’architettura ecclesiastica torinese, a prevalente impronta barocca, vi sono alcune presenze neoclassiche su cui si sofferma il percorso espositivo, come il pronao della facciata di San Filippo Neri, progettato proprio da Talucchi, e la chiesa di san Massimo, disegnata da Carlo Sada e inaugurata negli anni Cinquanta dell’Ottocento.

Interessante è poi la sezione della mostra focalizzata sui primi anni di regno di Carlo Alberto, il sovrano che nel 1833 donò all’Accademia delle Belle Arti l’attuale sede. E’ questo il periodo in cui l’applicazione dei canoni del Neoclassicismo si integra con i segni anticipatori della ventata di Verismo e Romanticismo che avrebbe raggiunto l’apice nella statua equestre del Caval ëd Bronz, al centro di piazza San Carlo, opera di Carlo Marocchetti del 1838. Risalente agli anni Trenta dell’Ottocento è il bassorilievo di Carlo Marocchetti che ritrae il pittore Giuseppe Monticoni, sottosegretario dell’Accademia, con i capelli scompigliati, in una postura che, pur ancora aderente ai canoni neoclassici, svela l’incipiente influsso romantico e verista.

La chiesa neoclassica di San Massimo in Torino (architettura di Carlo Sada, 1853) in una litografia di Giuseppe Gatti.

Tra i principali protagonisti di questa stagione culturale torinese sospesa tra Neoclassicismo e Romanticismo vi fu l’artista poliedrico Francesco Gonin, conosciuto per le illustrazioni dei Promessi Sposi del Manzoni (1840) e per gli affreschi della Sala d’aspetto Reale della stazione torinese di Porta Nuova (1864). Pioniere della tecnica della litografia, il Gonin subì, nella sua opera, il fascino dei grandi autori del classicismo bolognese del Seicento, come Giovanni Maria Viani e Guido Reni. Di lui è esposto un bellissimo ritratto femminile inedito, disegnato nel 1849, che raffigura una ragazza dall’acconciatura ancora ispirata ai modelli greco-romani, evidenziando l’interesse sempre vivo del Gonin per l’arte classica.

Ritratto femminile inedito, opera di Francesco Gonin (1849).

Il percorso narrativo giunge, così, a una delle figure cardine dell’arte e dell’architettura torinese, Alessandro Antonelli. Allievo di Ferdinando Bonsignore all’Università di Torino, dove si laureò in Architettura civile, l’Antonelli vinse, grazie ai progetti esposti in mostra, il concorso dell’Accademia per il Pensionato romano che si teneva, per l’Architettura, ogni sei anni. Tra questi, spicca il progetto per la biblioteca neoclassica, che riflette gli insegnamenti del Bonsignore, specialmente nel corpo centrale a cupola.

Dettaglio dei progetti di Alessandro Antonelli per il rifacimento di piazza Castello in chiave neoclassica – il prospetto del Teatro Regio.

Come saggio finale del Pensionato romano, Antonelli elaborò un progetto, poi ufficialmente presentato all’Accademia torinese, destinato a suscitare molto scalpore, perché prevedeva il radicale rifacimento in chiave neoclassica (in un “purgato stile Greco-Romano”) della zona del comando di piazza Castello a Torino, con la demolizione di Palazzo Madama e delle Segreterie Alfieriane, l’allineamento e uniformazione architettonica del Palazzo Reale e del Palazzo del Consiglio di Stato, la costruzione due facciate identiche per la chiesa di San Lorenzo e il Teatro Regio, nonché, soprattutto, l’edificazione al centro di tutto il complesso di una nuova grandiosa cattedrale di San Giovanni Battista.

Dettaglio dei progetti di Alessandro Antonelli per il rifacimento di piazza Castello in chiave neoclassica – la facciata della nuova cattedrale di San Giovanni Battista.

L’itinerario espositivo si conclude con un’installazione multimediale immersiva che, nella sala dove sono esposti alcuni progetti preparatori dell’Antonelli, tutti donati all’Accademia, proietta sulle pareti un’incisione del progetto antonelliano per piazza Castello, con alcuni visitatori in abiti della Torino del 1832 che, all’improvviso, compaiono sulla scena commentando, con giudizi ora critici ora favorevoli, i disegni esposti nella mostra, creando una rete di rimandi alle sensazioni suscitate dai disegni nel visitatore contemporaneo. Le riprese live action, molto coinvolgenti, vedono come protagonisti i rievocatori dell’Associazione culturale Le Vie del Tempo, presieduta da Alessia Giorda.