Tappa precedente: fortezza di Verrua Savoia e castello di Gabiano 

Il viaggio in Monferrato in compagnia di Giovanni Dughera ci conduce in questa tappa a visitare il borgo di Murisengo, noto per la tradizionale Fiera del Tartufo, che si tiene in novembre, per le importanti cave di gesso tuttora coltivate e per aver dato i natali a Luigi Lavazza, fondatore dell’omonima ditta di caffè, per poi toccare Villadeati, con lo scenografico castello in cui il tardo-barocco convive con accenni di neoclassicismo, e Montiglio, il paese delle meridiane, che merita una sosta sia per il castello, il cui parco è impreziosito dall’antica cappella di Sant’Andrea, sia per la pieve di San Lorenzo, insigne esempio di romanico astigiano. 

Scendiamo nella Valcerrina e andiamo in direzione Casale Monferrato, passando accanto alla fontana d’acqua solforosa “La Pirenta”: tali acque erano usate per curare malattie renali. A sinistra troviamo il bivio per Corteranzo, che conserva la chiesa di S. Luigi Gonzaga, del Vittone, con tre corpi sovrapposti, com’è tipico di certe opere dello stesso. Isolata tra le vigne, ha un fascino particolare.

Corteranzo - Chiesa di S.Luigi Gonzaga
Corteranzo – Chiesa di S.Luigi Gonzaga

Murisengo possiede un castello (X-XVII sec.) costituito da un massiccio e lineare corpo e da una torre, di inizio Cinquecento (mentre la merlatura è dell’Ottocento), che presenta vistose e possenti mensole in pietra. Questi elementi, che oggi paiono curiosi in quanto s’è persa coscienza della funzione originaria, fungevano da sostegno alla sommità aggettante della stessa torre, sporgenza necessaria sia per ottenere la massima efficacia dalla cosiddetta “difesa piombante“, sia quale ampliamento dello spazio calpestato, utile all’insediamento di un maggiore numero di armati o al migliore posizionamento di macchine da difesa. Nel castello Silvio Pellico scrisse nel 1813 la tragedia “Francesca da Rimini”.

Murisengo - il castello con la svettante torre dalle curiose mensole in pietra
Murisengo – il castello con la svettante torre dalle curiose mensole in pietra

Nel 1164 Murisengo fu feudo del marchese di Monferrato, Guglielmo, mentre nei secoli successivi appartenne alla famiglia Scozia, che nel 1510 appose sulla torre una lapide, ora perduta, che così recitava: Hostibus arx fortis/Sed amicis gratior aula me (Roccaforte per i nemici, ma corte gradevole per i miei amici). Gli Scozia tennero il castello sino al 1873, indi passò ai marchesi Guasco di Bisio. Pare che San Candido, martire della legione Tebea, abbia qui subìto il martirio. Encomiabili i restauri del castello e del vecchio abitato, che mettono in vista il mattone tufaceo, dal tiepido colore biondo. Spiace constatare che il “pallone” di plastica del campo sportivo abbia rovinato il bel paesaggio che si gode dall’alto.

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Panorama da Murisengo
Panorama da Murisengo

Indi giungiamo a Villadeati, il cui nome deriva dalla famiglia Deati, signori astigiani che videro un loro rappresentante come consigliere dell’imperatore Carlo V. Il castello-villa, definito ora tardo settecentesco ora di inizio Ottocento, è un esempio di tardo barocco che si fonde con gli albori del neoclassicismo: opera già attribuita al Magnocavalli, architetto operante nel casalese, in realtà l’autore è il parroco del paese, Tommaso Audisio.

Lo scenografico castello di Villadeati
Lo scenografico castello di Villadeati

Tre giardini pensili si fondono con l’austera teoria dei colonnati, mitigata questa severità dalla disposizione ad emiciclo, quindi curvilinea, dei vari corpi architettonici, costituiti da corridoi coperti, balconate, esedre, logge.

Villadeati - scorcio del borgo antico
Villadeati – scorcio del borgo antico

L’insieme appare molto scenografico ma lontano dalla raffinatezza del barocco più “antico”, sebbene sussista quella contrapposizione di volumi tipica del barocco definita “giustapposizione pulsante”, e cioè un’architettura convessa opposto a una concava, ad esempio, che movimenta l’insieme in un abbraccio con lo spazio circostante.  Nel parco emergono grandi cipressi, cedri del Libano e altre essenze sempreverdi formanti uno svettante ensemble verde, che accentua un apparentemente celato ritmo musicale del complesso.

Montiglio. Il nome deriva forse da Mons tilius. L’abitato di Montiglio, torre, castello e campanile è un armonico ensemble in cotto e mattoni tufacei,  disposto in maniera tale da sembrare  voglia scivolare verso il cielo e l’ampiezza della valle. Il castello venne costruito nel XII secolo da signori locali legati al Marchese del Monferrato e allo stato attuale l’aspetto esterno si data al XV secolo, mentre l’interno è “rivestito” della raffinatezza settecentesca: in particolare si nota, nella sala della musica, un affresco in una nicchia della torre, che presenta rovine classiche in un paesaggio di gusto boschereccio: l’Arcadia, lo stesso clima intellettuale e poetico delle rovine italiane del centro e sud Italia visitate dai viaggiatori europei del Grand Tour.

Castello Montiglio – Paesaggio boschereccio con rovine (‘700) -da A.C.I.- T.Nicolini, T.Forno -I castelli del Piemonte – LEA 1967
Castello Montiglio – Paesaggio boschereccio con rovine (‘700) -da A.C.I.- T.Nicolini, T.Forno -I castelli del Piemonte – LEA 1967

Gli ultimi nobili che l’abitarono furono i Cocconito.

Il castello venne frequentato da famosi trovatori al tempo dei Marchesi del Monferrato.

Castello di Montiglio
Castello di Montiglio

I trovatori, poeti-musicisti di origine provenzale e quindi di lingua d’oc fiorirono in Provenza (XI-XIII sec.), in piena epoca cavalleresca: all’inizio erano principi, castellani e dame,  ma furono spesso i giullari, uomini di corte ora buffoni ora poeti, erranti, a portare le liriche a tema d’amore nei castelli. Le poesie erano legate alla tradizione cortese del Medioevo e ai costumi feudali ed influenzarono Dante e il “dolce stil novo”.  Ricordiamo la celebre canzone Kalenda Maya, scritta dal trovatore Rambaldo (Raimbaut) di Vaqueiras (1200) per Beatrice di Monferrato, anche se lo troviamo nel castello di Pontestura (AL), in altra parte del Monferrato, ma potrebbe essere passato anche da Montiglio…

Il vasto panorama da Montiglio
Il vasto panorama da Montiglio con le Alpi innevate sullo sfondo

Il castello è curioso per le persiane, gelosìe in piemontese, con strisce diagonali, tipico motivo medievale, che movimentano l’aspetto globale, possente ed elegante insieme, del castello. Nel parco del castello si trova la cappella di S. Andrea, in parte romanica e in parte gotica, con il maggior ciclo di affreschi trecenteschi del Piemonte, che rappresentano episodi della Passione e Sepoltura di Cristo: l’autore è il Maestro di Montiglio.

Cappella di Sant'Andrea - dettaglio del ciclo di affreschi trecenteschi
Cappella di Sant’Andrea – dettaglio del ciclo di affreschi trecenteschi

Nonostante siano lacunosi a causa di tracce di calce, che veniva gettata sui muri in tempo di peste per evitare contagi, gli affreschi sono singolarmente vivi nei colori, espressioni e movimento delle figure (restauro laboratorio Nicola).

Nel cimitero è affascinante la Pieve di S. Lorenzo (XII secolo), meno ricca di S. Fede, ma più elegante con le sue finestre, i suoi misteriosi visi e altri disegni scolpiti nell’arenaria alternata a cotto: archetti con testine, palmette e intrecci. Vediamo anche motivi decorativi di fantasia: denti di lupo, billettes, damier (motivo a scacchiera come nel gioco della dama), cornici modanate. All’interno vi sono capitelli con intrecci vegetali, sirene, animali e mostri, foglie d’acanto. La sapienza che ebbe l’Uomo medievale a modellare questi disegni, spesso sinuosi, avvolgentesi in un ciclo continuo, qui pare illusoriamente  essere stata mediata dal movimento delle colline, nel loro continuo alternarsi curvilineo, morbido, leggero, e dalle forme vegetali. Il bianco dell’arenaria era fornito dalle cave della zona e le chiese romaniche astigiane, sempre in cotto e arenaria, si integrano quindi armoniosamente in questa terra.

Montiglio - pieve di San Lorenzo
Montiglio – pieve di San Lorenzo

Secondo lo scomparso studioso A. Cavallari Murat, la scansione ritmica di archetti pensili è una sorta di pagina architettonica, dove il sinfonico susseguirsi degli archetti ha come un corrispettivo nella coeva musicalità gregoriana: delle “frasi musicali” scritte con la pietra. Il canto gregoriano è proprio della liturgia cattolica romana.

Pieve di San Lorenzo - dettaglio dell'abside
Pieve di San Lorenzo – dettaglio dell’abside

Montiglio è il paese delle meridiane, ben cinquanta ne conta il territorio comunale, poiché è nativo di qui Mario Tebenghi, il “signore delle meridiane”, appassionato e abilissimo restauratore e costruttore di meridiane, unico forse in Italia.

Testo e foto di Giovanni Dughera

Mario Tebenghi e le sue meridiane
Mario Tebenghi e le sue meridiane

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