Per il ciclo Storie Novaresi, Paolo Nissotti ci presenta la descrizione del Funerale di Veveri, momento di lutto e di preghiera per chi seguiva il corteo, ma anche occasione di “chiacchiericcio” per gli abitanti che assistevano al suo passaggio…..
Per chi non fosse della zona novarese, Veveri è una frazione a circa tre chilometri dal centro cittadino.
A congiungerla con la città, c’è un lungo e rettilineo stradone denominato Corso della Vittoria. Oggi quasi completamente edificato, attraversava, un tempo, ampi spazi campestri e la strada non era asfaltata, bensì in polverosa terra battuta. Partiva, dunque, il mesto corteo e lasciamo alla vostra immaginazione il tentativo di ricostruire il lato scenico dell’evento, specie in una afosa giornata estiva.
Davanti, il carro funebre completamente nero con relativi pennacchi e trainato da un paio di cavalli rigorosamente neri. Dietro, i partecipanti. La vedova, giustamente in lacrime, così come i parenti più stretti. Poi conoscenti e amici tutti, ovviamente in nero. La vedova, di solito anziana, si sforzava di mantenere il passo del carro, nonostante il dolore per la perdita e, più prosaicamente, il fastidio per quelle stramaledette scarpe della festa usate molti anni prima e che erano diventate, con il tempo, strette. Così era anche per tutti gli altri e il camminare era diventato un ciondolare alla ricerca del punto meno doloroso dove poggiare il piede.

I vestiti neri rivelavano che il corteo era in movimento da tempo, mostrando un velo di polvere sempre più evidente. Dai volti scendevano lacrime e gocce di sudore, che segnavano con righe nere il volto di tutti. L’apparizione aveva aspetti decisamente felliniani. E così il funerale faceva il suo ingresso tra le prime case popolari di ringhiera di Corso della Vittoria. Immancabile il richiamo. “Doni, doni, al riva al fineral da Vevar..!!”
Chi ai davanzali, chi sui pontili o dai portoni, era tutto un apparire di volti che contemplavano il tutto. Contemplavano e commentavano: “oh povra dona, adess l’è dimparlè“, “Cul la a g’ha da vess al fradel“, “Va cum l’è vistì cula lì“, “Ma cula da fianc as guarda mia al spec?“, “Cula da drera mi la cunussi.. l’è na giblon..!!” e via discorrendo…
Se è vero, come è vero, che il tutto per qualche momento diventava un vero e proprio spettacolo buono per qualche insana maldicenza e per del pettegolezzo da cortile, è anche vero che, una volta passato il corteo, non mancavano i segni della croce, i requiem aeternam borbottati frettolosamente e qualche istante di sincero silenzio a ponderare sul dolore e sulla vacuità della vita.
Paolo Nissotti
