Di: Giorgio Enrico Cavallo

Sylvestre_Ein_guter_TropfenChi ch’a l’ha na bon-a cròta a va nen a l’osterìa, recita un vecchio adagio piemontese. E chi aveva una cantina migliore di quella del Re? Sulla mensa dei Savoia non mancava mai il vino più raffinato, e come poteva essere altrimenti, su una tavola regale?

Il bere costituiva infatti una vera e propria cerimonia, che coinvolgeva decine e decine di persone; il tutto, per il diletto della gola del sovrano. E certamente Sua Maestà non poteva bere quello che oggi chiameremmo “vino da pasto”: il Re poteva disporre del “vino da bocca”, insieme agli alti funzionari della corte e dell’aristocrazia; tutti gli altri, invece, riempivano i bicchieri di un vino comune, spesso il semplice barbera.

Ma come si arrivava a versare un fresco nebbiolo nel calice di Sua Maestà? Per capire i passi di questo processo basta scandagliare un poco i documenti conservati presso l’Archivio di Stato, a Torino.

Il percorso partiva naturalmente dalla campagna; anzi, dalla vigna: per portare sulla tavola di Carlo Emanuele III o di Vittorio Amedeo III il ricercato nebbiolo partivano dalle cantine piemontesi centinaia e centinaia di botti. Gli inventari rivelano che era molto gradito il vino dell’Astigiano e del Roero, allora chiamato in modo indistinto (parte del Monferrato o dell’Astigiano): da Santo Stefano “Rovero”, Corticelle (oggi Cortiglione), Castelnuovo Calcea, Agliano, Albugnano e altri borghi arrivavano a Torino impressionanti quantità di “carra” di vino. Sulla tavola del re avrebbero quindi fatto la loro comparsa Nebiolo“, “Dosset” e anche “Erbalus”, dal Canavese.

Quando botti – o bottiglie, in molti casi – giungevano a Torino, entravano sotto il controllo delle cantine reali. A sovrintendere alle operazioni dei cantinieri c’era un “capo somigliere”. Costui, spesso un enologo ante litteram, proveniente non di rado da terre di provata tradizione vinicola, realizzava gli acquisti, e gli archivi sono pieni di dichiarazioni che certificano l’avvenuta compera del vino di qualità: “Dichiaro io sottoscritto di aver provvisto per la cantina di S. M. diretta dal sig. Carlo Emanuele Gandolfo brente trentotto di vino nero, convenuto sul posto nel luogo di S. Stefano Rovero lire cinque, soldi otto, denari quattro cad. brenta ris. In tutto l. 205.16.8”, specificava tal Giovanni Bassino, il 5 ottobre 1775.

Monsù Gandolfo controllò per anni le cantine di Sua Maestà: indubbiamente, sapeva fare il suo lavoro. E non solo: aveva anche l’incarico di occuparsi della cristalleria: “Li Sommiglieri sono tenuti di somministrare mediante queste [1000 lire, nel 1763, nda] i vetri e i cristalli alla tavola delle persone Reali, e alla tavola del Gran Maestro, ma non sono tenuti somministrarli alla tavola del Maggiordomo e per questa somministranza come altresì per quella del sale, ed aceto e alle tavole, si pagano lire 100 a Credenzieri e Mastri di Stato”. Sul Duboin, raccolta che contiene leggi ed editti del vecchio Regno di Sardegna, scopriamo che i Somiglieri di bocca di Sua Altezza Reale “servono anch’essi a settimane, e sono quelli, li quelli hanno la cura del vino della persona, e della coppa, e bicchieri […]”.

Nelle cantine del Re il vino veniva quindi custodito per dissetare la reale gola del sovrano e della sua famiglia. Le disposizioni del 1775 rilasciate da Carlo Emanuele Gandolfo sono chiare: a coloro che lavoravano nella Cantina del Re era fissata una quantità di vino che potevano “levare giornalmente per il loro uso”. Gli addetti alla cantina dovevano quindi “avere tutta la cura non solo del vino in cantina, che de’ cristalli e vetri appartenenti al capo somigliere, trovandosi il medesimo assente od impedito di custodirvi”. In tempo di vendemmia gli addetti non potevano fissare il prezzo delle uve, senza il consenso del capo. E, soprattutto, visto che quando il gatto non c’è, i topi ballano: “In qualunque uscita, che farà la Real Famiglia da Torino, non si debba smaltire in verun conto d’alcuna sorta di vino senza del sud. Capo Somigliere”. Gli alzatori di gomito erano avvisati.

Junger_Mann_am_WeinkühlerEd eccoci alla tavola. Qui l’etichetta era d’obbligo. I somiglieri di bocca dovevano tenere il vino e l’acqua per il Re e la sua famiglia, “quando l’A.S.R. dimanda a bere, e quando il Gentiluomo di bocca va al buffetto a pigliare il vino per S.A.R., il Somigliere di settimana [il loro lavoro era infatti suddiviso per settimane, nda] deve prima farne l’assaggio, bevendo un poco di vino, e un poco d’acqua avanti di versarli nel bicchiere di S.A.R. alla presenza del Gentiluomo di bocca che serve alla coppa, ed avendo consegnato la coppa all’accennato Gentiluomo di bocca, deve seguitarlo fino vicino alla tavola per ripigliarla subito che S.A.R. abbia bevuto”.

Eh, sì, il lavoro del Somegliere (in tutto, erano quattro) era sì di prestigio, ma pur sempre destinato a restare nell’ombra. Coloro che apparivano, agli occhi del Re, erano i Gentiluomini di Bocca, che a loro volta dipendevano da un Primo Maggiordomo, che sottostava al Gran Maestro di Cerimonia. E così via. Il tutto per porgere un bicchiere di rosso nebbiolo al sovrano. Nella speranza, naturalmente, che fosse di suo gradimento. E come poteva non esserlo, dopo essere passato per tante mani e tante supervisioni? Sì, la cantina del re era sempre la migliore: di certo, il sovrano non doveva andare all’osteria…