Dopo l’articolo di Andrea Coda, guida turistica professionale, che ci ha illustrato le fasi costruttive del castello ducale di Agliè, legandole alla storia delle famiglie che si avvicendarono nella proprietà del sito, ora parte integrante del circuito delle residenze sabaude, andiamo alla scoperta dell’amplissima area verde che fa da contorno alla dimora e che si compone di parti distinte, il giardino pensile, il giardino all’italiana e il parco all’inglese

Testo e foto di Giovanni Dughera

Siamo nel Canavese, in Piemonte, terra di montagne, colline e laghi tra Ivrea e Torino.

Agliè: castello e veduta dal Theatrum Sabaudie, 1682

Agliè … è distante 13 miglia da Torino, donde si va per una bellissima e spaziosa strada. Giace … disteso sopra una vaga e ferace collina …Questo borgo fu già de’ Sammartini, ora appartiene, ed è luogo di delizia di S.A.R. il Duca di Ciablese, il quale vi edificò ed ampliò il castello, e vi fece fare il giardino, e il parco dal signor Benard con fontane, e statue, tra le quali si ammirano il Po,  e la Dora scolpiti in marmo dai fratelli Collini torinesi.

Questa la descrizione di borgo e castello ne “Notizie corografiche ed istoriche degli Stati di S.R.M. il Re di Sardegna” di Onorato De Rossi, 1786-1794.

Il castello, di origini medievali, venne trasformato nel 1656 dal conte Filippo San Martino D’Agliè, ad opera di un architetto di cui non conosciamo il nome, sebbene un’infondata tradizione lo attribuisca ad Amedeo di Castellamonte.

Filippo d’Agliè fu colto letterato e coreografo di spettacoli di danza, favorito della Madama Reale Cristina di Francia.

Facciata del castello di Agliè

Quel che è certo è che il Castellamonte “disegnò”, trasformandola, l’intera pianura torinese e canavesana, da territorio di foreste e di caccia per i Savoia qual’era, in “parco ornamentale”, immenso giardino nel quale incastonare le preziose gemme di una “corona di delizie” attorno alla capitale: castelli e palazzi sabaudi con i loro giardini e parchi, tra i quali il castello di Agliè.

Interessante la rappresentazione del castello e del parco d’Agliè che appare nel Theatrum Sabaudiae (1682): era questo una sorta di album di rappresentanza, nel quale i Savoia presentavano ai sovrani europei magnifiche tavole raffiguranti i loro castelli, oltre a Torino e altri luoghi.

Un regale “biglietto da visita”.

Nella tavola relativa ad Agliè vediamo le aree intorno al castello sistemate a giardino all’italiana, con raffinate siepi dal disegno arabescato, vialetti e fontane.

Scorcio del castello ducale con il profilo innevato delle montagne canavesane sullo sfondo

Nel 1764 i conti e marchesi d’Agliè vendettero castello e parco al Duca del Chiablese. E’ di quel periodo la riplasmazione del castello ad opera dell’ architetto Birago di Borgaro, mentre il paesaggista Benard disegnò nel 1775 un parco rettangolare e lunghissimo che doveva innestarsi lateralmente al giardino.

Il castello è un’imponente costruzione in cotto, dalla superficie lineare appena rimarcata da frontoni, cornicioni, balconi, volute architettoniche barocche, balaustrate in cotto e marmo che contornano il giardino e accompagnano i due simmetrici scaloni, punteggiati da putti d’epoca. Lo stile è quello tipico del barocco subalpino, austero negli esterni, aspetto che contribuisce a dare maggior risalto al giardino, suddiviso in un percorso storico, poiché la moda del giardino romantico, che spesso distrusse impietosamente i giardini all’italiana, ne lasciò qui intatta una parte; vediamolo seguendo un ordine.

Scorcio del giardino pensile cinto dalla balconata

Il giardino pensile, cinto da una balconata, e così chiamato perché sopraelevato rispetto al piano e virtualmente sorretto da telamoni, è un percorso serpeggiante tra aiuole di rose, Lagerstromie, una magnolia dai rami intrecciantesi, erba della pampa e altre essenze, una fontana con zampillo e il grazioso Belvedere colombaia, dal tetto di tegole multicolori in ceramica. Il panorama, visibile tra vasi di oleandri, spazia sui tetti di Agliè e sulle vicine montagne canavesane.

Dalla balconata si ha una visione a “volo d’uccello” dei composti e insieme fantasiosi disegni geometrici del giardino all’italiana di bossi, raccolto attorno a una fontana centrale, che appaiono da qui in pianta: il disegno trasposto dalla carta alla terra. Le siepi di bosso paiono racchiuse entro un quadrato imposto dalle mura e dalle quinte di alberi, entro il quale i capricciosi arabeschi vennero lasciati liberi di guizzare e insieme chiusi, fermati entro limiti sferici o oblunghi. La loro staticità, immobilità è solo apparente: il disegno delle siepi pare esprimere la regia di un coreografo e l’abilità dell’illusione del movimento della materia, qui vegetazione, caratteristica del barocco.

 

Il giardino all’italiana con i disegni arabescati formati dalle siepi di bosso

In realtà il giardino all’italiana, quando all’interno delle siepi di bosso presenta dei fiori in luogo della ghiaia, diventa alla francese, e qui spesso lo vediamo.

Scendendo nel parterre, dalla vasca rotonda, centrale, con zampillo le siepi, curvilinee e allungate, paiono fuggire in  tutte le direzioni donando un senso di spazialità, di ampliamento delle dimensioni e nello stesso tempo guidando l’occhio a punti focali: come la  grotta con un grande vaso di marmo bianco, che nella sua sfericità pare girare su un illusorio tornio, vivo, in lavorazione; i telamoni, una maschera grottesca e due nicchie con statue di divinità. Un’armoniosa, simmetrica e scenografica composizione in cotto e marmo coperta parzialmente da vite vergine.

Le siepi di bosso, nel loro disegno, esprimono veri e propri virtuosismi che li accomunano all’Arte della Scrittura, del Disegno, ricordando gli impreziosimenti delle carte e incisioni d’epoca barocca.

La vasca rotonda con zampillo d’acqua al centro del giardino all’italiana: sullo sfondo la grotta con il grande vaso di marmo bianco

Gli scaloni simmetrici che scendono nel giardino, imponenti e ingentiliti negli angoli da rotonde e aggettanti balaustrate in pietra, sono punteggiati da vasi di agave, e sui parterres ghiaiosi antichi vasi di limoni e aranci , collocati come nella tavola del Theatrum Sabaudiae (1682), paiono scandire una parata di dame e cavalieri trasformati in agresti araldi del giardino.

Un grande parterre erboso con una vasca circolare dà rilievo alla facciata del castello, mentre lateralmente macchie di alberi ospitano un’enorme sequoia americana e un’altrettanto imponente  Liriodendron Tulipifera oltre a  un Cedrus Deodara dalla circonferenza di m. 4,70.

Il motto che impera nel giardino all’italiana è l’ordine, la simmetria, sebbene raffinata e gentile: esso rimanda, per il suo rigore formale, all’”etichetta”, al rigido cerimoniale che regolava la vita delle Corti europee d’età barocca.

Lo scalone che scende al giardino, ornato di putti e vasi di agave

Le serre, internamente tappezzate da ficus repens, ospitano d’inverno limoni, aranci, palme, clivie e altre varietà, e un’insolita collezione di vasi, attrezzi e macchinari da giardino d’epoca.

Accanto ad esse, le sale da thè, che si affacciano a livello del giardino pensile e di un parterre ghiaioso con i limoni, godendo di una suggestiva luce ombreggiata di verde poiché il giardino “entra” dalle ampie vetrate, accanto alle quali, esternamente, spalliere di rose ravvivano con i loro colori.

Dettaglio delle “sale da thè” con il disegno alla Bérain

Internamente le sale presentano decorazioni “a viticci, girali”, in bianco e blu, imitando così la porcellana coeva, e donando un senso di leggerezza, fragilità, delicatezza: pare d’essere dentro una tazza da thè. Figurette scherzose, grottesche si aggiungono e si affiancano a personaggi dai toni dorati.

Prevale qui il disegno, rispetto agli stucchi, dorature e rilievi plastici: è questo il disegno alla Bérain, di origine francese, ripreso in seguito dal torinese Meissonnier (1685-1750), che scrisse un libro “sulle piante e motivi vegetali come materiale per i disegnatori”. E’ presente anche nel vicino castello di San Giorgio Canavese.

Telamoni con maschera grottesca

Passando sotto un ponte immerso nel verde andiamo a scoprire il parco all’inglese, ma una sorpresa raffinata ci attende prima: la Fontana dei Fiumi, con un’esedra rocaille, opera del Birago di Borgaro, dal movimento semicircolare che avvolge nel suo abbraccio il laghetto con i gruppi statuari dei fratelli Collino (1770). L’esedra è coronata da balaustre ornate da trionfi, composizioni di fiori e frutta in pietra che si stagliano sullo sfondo di tigli e del cielo.

Due simmetrici leoni in pietra, più regali che feroci, paiono sorvegliare l’insieme.

Pare un teatro ove i figuranti, apparentemente statici nella fissità del marmo, posseggono invece una mobilità e plasticità che li rende veri attori di ciò che devono rappresentare: le acque della Dora che si gettano nel Po. Le divinità mitologiche emergono da un fitto intrico di tritoni, tartarughe, granchi, mostri acquatici, foglie, fronde e fiori di fantasia, blocchi di marmo che vogliono essere materia geologica.

Scorcio della Fontana dei Fiumi con uno dei leoni reggi-scudo in pietra sulla sinistra

Un ambiente arcadico ravvivato, occasionalmente, dai giochi d’acqua che fuoriescono da bocche di pesci e  vasi.

Il tema dell’acqua e della geologia sono forse un riecheggiare del tema leggendario-storico del Lago d’Ivrea, non lontano da qui, che viene tramandato nelle cronache di Pietro Azario, notaio e scrittore canavesano del Trecento? All’inizio del Novecento il geologo Federico Sacco riprende il tema, attribuendo allo scioglimento dei ghiacciai valdostani, in ere geologiche di 20.000 anni fa, la formazione del Gran Lago d’Ivrea, che avrebbe occupato l’attuale piana da Ivrea verso le pianure vercellesi e del quale resterebbero  solo più i laghi di Viverone e Candia: nelle alture attorno a questi l’Azario afferma esistessero al suo tempo anelli ai quali navigatori legavano le loro barche.

Il Belvedere colombaia con le tegole in ceramica variopinta e i rami della vecchia magnolia sulla destra

Il servizio è stato realizzato “su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Piemonte, Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici per le province di Torino, Asti, Cuneo, Biella e Vercelli”.

Bibliografia

  • Cavallari Murat – Tra Serra d’Ivrea, Orco e Po – Ist. Bancario Sanpaolo di Torino – 1976
  • Soprintendenza Beni Ambientali e Architettonici del Piemonte – a cura di D. Biancolini –Il castello di Agliè – Celid 1993

Per visite: castello di Agliè tel. 0124.330102 – sito web: www.polomusealepiemonte.beniculturali.it

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