Il castello di San Giorgio Canavese, circondato da un vasto parco e sito su una lieve altura dominante l’abitato, è un complesso di edifici realizzati in epoche diverse in cui sono ravvisabili due nuclei principali, il primo più antico, di cui rimangono non corpose tracce, risalente al XII-XIV secolo, il secondo più recente, realizzato tra XV e XVI secolo con importanti ampliamenti e abbellimenti apportati nel corso del Settecento. L’edificio, sorto come fortezza per scopi difensivi, epicentro dell’area di influenza dei conti novaresi di Biandrate, filo-monferrini e alleati storici dei Valperga contro i San Martino (sino a che la pace di Cherasco non sancì nel 1631 il passaggio del feudo sotto i Savoia), venne poi trasformato nella raffinata residenza di campagna che possiamo tuttora ammirare. 

di Giovanni Dughera

Nel secentesco castello di San Giorgio Canavese, ricostruito sui resti della fortezza medievale, vigono una geometria e un ordine formale particolari: è di casa qui la gentilezza, quella dei fastigi dalle forme curvilinee, ricadenti con grazia, del corpo centrale che pare avanzare verso il visitatore con garbo, per poi ritirarsi e riemergere nei due corpi laterali e nella cappella: è il movimento del barocco.

Veduta del corpo principale con l’elegante portale d’ingresso e l’arme dei Biandrate di San Giorgio dipinta in alto

La raffinatezza del traforo in ferro battuto del cancello, ornato ai lati da due slanciati obelischi, ci conduce nel parco. In esso vecchi alberi sono raccolti in un parterre, uno spazio di forma quadrata terrazzato, contornato da balaustre in cotto, interrotte a un tratto da un raffinatissimo palazzotto in miniatura, con decorazioni colorate che contornano finestre e porte: la Gloriette, un belvedere dal tetto di tegole in ceramica multicolori che brillano al sole, così garbato anche nelle sinuose scalette laterali, simmetriche, che conducono nel giardino sottostante. Questo è in discesa, come una pagina di un immaginario libro alla quale, nell’atto di essere girata, venga imposto di fermarsi a metà altezza.

La “Gloriette” vista dal basso

Una pagina preziosa con su vergati disegni vegetali, le siepi di bosso che ne ornano il contorno, i melograni piantati ordinatamente sullo stesso piano in filari, con la diligenza di uno scolaro “giardiniere” che segua la riga del quaderno.

Scorcio del laghetto a spicchio d’arancia

E in basso, un prato in piano come un’altra pagina verde, ingentilita da un lato da un padiglione dall’aspetto vagamente orientale, le cui vetrate si aprono su di un delizioso laghetto a spicchio d’arancia, solcato da anitre e dal quale spuntano canne. Blu e verde smeraldo dell’acqua paiono vetri preziosi che il maestro stia soffiando, e alberi esotici, strani, i Taxodium disticum dalle radici che spuntano tutt’intorno, si specchiano colorando di riflessi rossastri la superficie del laghetto.

La raffinatezza di questo parco si accompagna all’originalità degli interni del castello.

Veduta degli interni

Qui, a differenza di stucchi, dorature, trompe l’oeil che decorano gli altri castelli, emerge una particolare ornamentazione risalente a metà Settecento: il disegno alla Bérain. Di origine francese, si affida qui a due soli colori, il bianco e il blu, dipinti a viticci e girali che paiono rincorrersi: è anche un riferimento alle porcellane, e infatti pare di sentirne la fragile delicatezza, come essere dentro una tazza da thè.

Sala con decorazione alla Bérain

Il disegno ha una raffinatezza dal tratto lieve, sottile, come di una mano che in preda all’estasi creativa mai si fermi e produca una linea continua che si imbizzarrisce in volute, giri, svolazzi arrestandosi poi a comporre fantasiosi sedili, lampadarietti, quasi leggiadre altalene su cui poggiano esserini misteriosi, scimmiette, uccelletti, aironi, disposti sul filamento blu dipinto sull’etereo sfondo bianco.

Volta con disegno alla Bérain

Il ricamo si interrompe poi in cornici che racchiudono quadri dipinti sulla parete in grisaille, raffiguranti allegorie dei quattro elementi: acqua, aria, terra, fuoco. Prevale qui il disegno, rispetto agli stucchi, dorature e rilievi plastici:  è il disegno alla Bérain, di origine francese, ripreso in seguito dal torinese Meissonnier (1685-1750), che scrisse un libro “sulle piante e motivi vegetali come materiale per i disegnatori”.

Decorazioni alla Bérain sul soffitto di una delle sale

Disegni alla Bérain si trovano anche nella sale da thè del castello di Agliè, non lontano da qui.

Il vasto salone da ballo presenta figure dipinte in trompe l’oeil tutt’intorno  e una balconata in alto, dalla quale si osservavano i ballerini sottostanti.

Dettaglio del Salone da Ballo

La spiegazione dei tratti così originali che abbiamo sinora descritto di parco e castello sta nel nome della casata a cui appartenne: i marchesi Biandrate di San Giorgio, una delle più potenti famiglie nobili piemontesi, che amò distinguersi dalle altre con questa proprietà, che ha ben in vista sulla facciata un grande stemma della famiglia.

Il castello è aperto da maggio a settembre, domenica e festivi. E’ disponibile per meetings, congressi, matrimoni. Tel. 0124/32429

L’ampio Salone da Ballo con le figure in trompe l’oeil dipinte alle pareti

Tutte le foto pubblicate sono di Giovanni Dughera