di Donatella Cane*

È noto che molti uomini della frazione Maddalene di Viù lavoravano a Torino come personale d’albergo e come facchini, sia in alberghi che presso imprese di trasporti e di traslochi. Chi faceva fortuna, talvolta, poteva mettersi in  proprio.

Facchini torinesi, stampa di Gallo Gallina (Torino, 1832)

Il mestiere di facchino era una tradizione consolidata, ricordata anche da una delle molte guide turistiche dedicate alle Valli di Lanzo, tra il finire dell’Ottocento e i primi del Novecento: quella di C. Ratti “Da Torino a Lanzo e per le (tre) Valli della Stura. Guida descrittiva, storica e industriale (per il villeggiante e l’alpinista)” (Torino, 1893).

Molto meno noto è il fatto che i facchini torinesi, fra i quali lavoravano appunto quelli provenienti da Viù, sono stati studiati da Cesare Lombroso (Verona, 1835 – Torino, 1909) professore di medicina legale nell’Università di Torino e pioniere nello studio della criminalità.

Cesare Lombroso (Verona, 1835 – Torino, 1909)

Nel caso dei facchini, però, la criminologia non c’entrava affatto.

Lombroso aveva iniziato a studiare nei facchini i loro “segni professionali” cioè le lesioni provocate dal loro lavoro in particolari punti del corpo: ispessimento e callosità della pelle della schiena, curvatura della schiena, modificazioni delle ossa vertebrali per l’azione continuata dei pesi portati e altre lesioni di questo genere. Uno studio benemerito, oggi definibile di “medicina del lavoro”, che però avrebbe portato il professor Lombroso a conclusioni perlomeno bizzarre e stravaganti.

Ma procediamo con ordine.

Nel 1879, Lombroso pubblica le sue ricerche sul “Giornale della R. Accademia di Medicina di Torino”, prestigiosa istituzione scientifica con sede in via Po. Scrive che, con la partecipazione del dottor Filippo Cougnet, suo collaboratore nel Laboratorio di medicina legale e psichiatria sperimentale dell’Università di Torino, ha studiato i “segni professionali” in 20 facchini del porto di Genova (camalli) ed in 75 facchini e 36 brentatori torinesi.

Dei 75 facchini, 7 sono descritti come nativi di Viù (il numero iniziale è quello dell’elenco esposto nello studio lombrosiano):

  1. P. Achille, anni 21 – da 8 anni facchino. Viù. Pesa 70 k.
  2. P. Angelo, anni 29 – da 10 ani facchino. Viù. Pesa 65 k.
  3. D. Paolo, anni 34 – da 12 anni facchino. Viù. Pesa 60 k.
  4. P. Camillo, anni 19 – da 2 anni facchino. Viù.
  5. B. Giovanni, anni 40. Viù.
  6. A. Bastiano, anni 46. Viù.
  7. Casalegno Michele, d’anni 26, facchino. Viù.

A questi aggiungiamo, come originario delle Valli di Lanzo:

  1. Francesia Giacomo di Ceres – brentatore, d’anni 40 (inserito fra i facchini, non sappiamo perché).

 

Brentatore, stampa di Gallo Gallina (Torino, 1832)

Lombroso e Cougnet avevano poi esaminato anche “36 robusti brentatori”, ma di questi non ci forniscono indicazioni circa la loro provenienza. Peccato, perché sappiamo che anche molti brentatori provenivano da Viù.

Fin qui, nulla di particolare: sono corrette osservazioni inerenti la “medicina del lavoro”, utili per la prevenzione o, almeno, la limitazione di queste lesioni in altri lavoratori.

Steatopigia o “cuscinetto posteriore”delle donne ottentotte

Ma nel loro lavoro, che dedicavano “a Carlo Darwin”, Lombroso e Cougnet andavano molto, troppo, oltre. Avevano osservato che in sei facchini torinesi, oltre alle lesioni prima descritte, erano presenti dei lipomi, cioè degli anomali ammassi di grasso al di sotto della pelle della schiena; in un caso questi lipomi erano numerosi.

Questo riscontro basta al vulcanico professor Lombroso per stabilire un ardito parallelo: in primo luogo con la steatopigia delle donne ottentotte, detta anche “cuscinetto posteriore”, costituito da un accumulo di grasso nelle natiche e nella regione esterna del femore. Le donne ottentotte lo usano come una culla portatile o una gerla su cui adagiare i loro figli lattanti per tutte le ore del giorno, mentre raccolgono le uova di struzzo ed eseguono i lavori casalinghi.

Ma non basta, Lombroso collega il lipoma dei facchini alle gobbe del “camello” (Lombroso lo chiama proprio così!), gobbe che sarebbero frutto dell’attività di trasporto cui questi animali sono stati sottoposti fin dai tempi più remoti. E ancora, Lombroso coinvolge nel suo ragionamento anche lo zebù che, sul collo, ha una gobba. Anche la gobba dello zebù deriva dai pesanti carichi che l’animale trasporta. Lombroso stesso ammette che a quest’ultima sua affermazione si possano opporre numerosi argomenti contrari, che però lui ritiene di avere confutato in modo convincente.

Quindi, per dirla con le sue parole: “Ed ecco come nella natura tutto si viene a congiungere e ravvicinare dai punti più diversi, sicché un tumoretto professionale dell’uomo (lipoma) spiega un carattere anatomico degli animali e questo, a sua volta, mentre ci dà la chiave dell’anomalia di una nostra razza, funge, quasi da lapide archeologica di un’epoca umana, che era, forse, lontana le centinaia di secoli da quella della scrittura”.

Un bel volo pindarico: ecco perché dicevamo che le conclusioni del lavoro del professor  Lombroso (pubblicato col titolo “Studi sui segni professionali dei facchini e sui lipomi delle ottentotte, camelli e zebù”) appaiono oggi perlomeno bizzarre e stravaganti.

Lombroso era però affezionato a questi suoi studi, cui avevano inizialmente dato un apporto anche alcuni viucesi: nel 1891 pubblica, sempre in collaborazione con Cougnet un libro intitolato “Studi sui segni professionali dei facchini, il cuscino posteriore delle ottentotte, sulla gobba dei camelli, sulla gobba dei zebù”, che espone la casistica del 1879. L’anno seguente ne appare una seconda edizione.

Frontespizio della pubblicazione di Lombroso e Cougnet (1879)

Ma non basta.

Sempre nel 1892, Lombroso pubblica a Torino la seconda edizione del suo libro “L’uomo bianco e l’uomo di colore. Letture su l’origine e la varietà delle razze umane”. Al testo sono unite sette Appendici: quattro riportano le idee lombrosiane sui segni professionali dei facchini (Appendice II), sul cuscino posteriore delle ottentotte (App. III), sulla gobba dei camelli (App. IV) e sulla gobba dei zebù (App. V).

Cesare Lombroso

Inutile dire che le idee di Lombroso sulle razze umane (e su molti altri argomenti) appaiono oggi superate se non peggio.

Ma ci fa piacere pensare che il professore abbia per molti anni esposto con convinzione idee che erano nate nella sua mente vulcanica dalla osservazione delle lesioni che il faticoso lavoro quotidiano aveva provocato nei facchini torinesi, alcuni provenienti da Viù.

Questo testo è stato pubblicato su Neos News, n. 1, gennaio 2009, pp. 23-25

*Donatella Cane, ricercatrice e studiosa di tradizioni popolari delle Valli di Lanzo (Torino, 1949-2013)

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