di Arconte

Dopo il contributo anonimo dedicato ai barabba di Torino, pubblicato nel 1898, e analizzato nella prima parte di questo articolo, la rivista scientifica «Archivio per lo studio delle tradizioni popolari» a distanza di due anni, nel 1900, riporta un ulteriore studio, questa volta esplicitamente firmato da Giovanni Saragat che contiene una analisi più approfondita e con interessanti risvolti sociologici.

Leggiamo:

I «BARABBA» IN TORINO

NUOVI APPUNTI.

Il tipo del barabba torinese è strano e diverso dal tipo del delinquente di ogni altra regione d’Italia. Il camorrista napoletano, il teppista di Milano, il mafioso di Sicilia è un delinquente che trae fonte di esistenza dalla delinquenza ed è pervertito in tutto l’essere suo.

Il barabba no: esso è un operaio che lavora il più spesso normalmente tutta la settimana e dal lavoro trae sostentamento; e non è raro il caso che il capo-fabbrica, il principale, lo stimino laborioso e perbene.

Ma fuori del lavoro, nelle domeniche all’ osteria, nei suoi circoli, con le amanti del suo ceto, si rivela in tutto l’animo suo perverso, ubbriacone e sanguinario, capace, come egli ripete spesso, di fare una bottoniera nella pancia del primo passante che non ha mai visto né conosciuto, cosi… per dar prova di valentia coi suoi compagni mostrando loro come egli sappia dire una coltellata. E nel darla, misura e pondera tutta la portata anatomica del suo corpo, e perciò lo dirige all’inguine dove riesce fatale.

Con le donne è prepotente e manesco e non è raro che la sua amante se la conquisti con la violenza, salvo ad affezionarlesi quando essa, poco diversa da lui nella volgarità del sentire, le si associa, devota compagna nelle scampagnate domenicali e nei bagordi all’osteria ed al circolo, dove, non è raro che i balli finiscano a coltellate fra i soci per gelosia delle rispettive madame. Queste poverette, giovani operaie anch’esse, sentono il dominio della violenza ed amano l’amante in rapporto diretto alle busse che ne ricevono, e se, vedendole picchiare in pubblico, farete la imprudenza di volerle difendere, può capitare di sentirvi a dire dalla ragazza: – «Lei vada per la sua strada. Pinot o Giovannin è il mio amante ed ha diritto di picchiarmi.»

E ricomincerà a strillare come un’aquila sotto la violenza delle busse del gentile amante non appena voi vi sarete allontanato.

Cosi fra lavoro, bagordi e amori selvaggi, vive e vegeta la mala genia del barabba, minaccia perpetua dei pacifici cittadini, sfuggendo alla vigilanza della questura, che non deve vedere in questi giovanotti se non l’operaio che si diverte nelle sue ore di riposo.

Le cronache dei giornali registrano al lunedì parecchi ferimenti, avvenuti nel giorno, del signore per mano d’ignoti, e fra i feriti vi sono parecchi barabbi per mano di loro colleghi; ma i colpiti, pur sapendo chi è l’autore del ferimento, non lo denunziano, attendendo a saldare il conto privatamente col feritore non appena la ferita si sia rimarginata.

 

Se la ferita riuscirà mortale e si scoprirà l’autore del delitto ed egli non riuscirà a mettersi in salvo oltre le Alpi, si farà il processo ed a lui non mancherà il conforto delle deposizioni del principale della fabbrica, che in coscienza attesterà come l’imputato è un ottimo giovine, laborioso, che non ha mai dato luogo a lagnanze nella fabbrica. Ha un solo difetto, il vino cattivo quando è ubbriaco, ed allora… maneggia il coltello, il malaugurato coltello che non manca mai dalle tasche di ogni operaio che si rispetta.

Se invece è riuscito a valicare le Alpi a tempo ed a recarsi in Francia, porterà colà, in Marsiglia ed in Lione, tutte le sue abitudini barabbesche; fra queste, quella di maneggiare il coltello con quanto vantaggio del bel nome italiano, lo lascio pensare a voi.

Colà nella lotta per la vita, col crescere dell’età, le qualità dell’operaio buono prendono talvolta il sopravvento, e quando siano finiti gli anni necessari per la prescrizione del reato non è raro che egli ritorni in patria colto ed educato ed il barabba di un giorno ricominciando una nuova esistenza diventi magari un bottegaio ed un industriale rispettabile, candidato magari, e presidente di una società operaia.

G. Saragat

 

Appare evidente la maggior profondità di questa analisi dei barabba torinesi rispetto a quella esposta in precedenza soprattutto per quanto riguarda i complessi legami di questi devianti col mondo del lavoro.

Occorre tenere presente che a Torino, fin dagli anni ’70 dell’Ottocento, vengono indicati dai giornali cittadini come «barabba» quegli operai, di solito più giovani, che mostrano una scarsa assiduità al lavoro che inizia con la «lunediana», cioè l’assenza dal lavoro al lunedì per prolungare l’ubriacatura della domenica che rappresenta un consolidato rito collettivo dei lavoratori torinesi, anche di quelli migliori sul lavoro.

Questi operai, che i giornali definiscono «lunedianti», lavorano solo saltuariamente, conducono vita sregolata, frequentano le osterie, si ubriacano, assumono atteggiamento provocatorio nei confronti di pacifici torinesi, compiono atti di teppismo gratuito e, talora, praticano attività illecite fino a diventare dei piccoli malavitosi.

Il fatto che questi giovani devianti spesso appartengano, o siano ancora contigui, all’ambiente degli operai torinesi, rappresenta l’aspetto peculiare del fenomeno dei barabba. Il sentire comune li percepisce come “estranei” ad un valore fondante della cultura torinese, la tradizionale disciplina militare rinnovata nella coesione delle varie classi sociali che esige dagli operai autodisciplina, affezione e rispetto verso il “padrone” ed attaccamento al lavoro.

Questo complesso fenomeno è stato assai poco studiato. Qualche scrittore lo ha persino minimizzato. Giovanni Saragat documenta come sia ancora vitale all’inizio del Novecento. Non a caso questa sua pubblicazione e la precedente del 1898 – forse troppo sbrigativamente a lui attribuita ma comunque significativa – sono ancora oggi ricordate da studiosi “addetti ai lavori” come storici, antropologi, sociologi, per lo studio e l’analisi del fenomeno dei barabba torinesi.

Giovanni Saragat appare quindi non solo come il brillante e spiritoso cronista giudiziario Toga-Rasa, ma anche come uno studioso intelligente che ha colto l’importanza di un fenomeno di devianza giovanile, lo ha esaminato dal punto di vista antropologico ed ha garantito la salvaguardia delle sue osservazioni con la pubblicazione su una prestigiosa rivista del settore.

Bibliografia

Baronti G., Coltelli d’Italia, Padova, 1986 e 2008.

Bravo G. L., Vita quotidiana e tradizioni popolari in Levra U. (a cura di), Storia di Torino. Da capitale politica a capitale industriale (1864-1915), Vol. VII, Torino, 2001.

Bravo G. L., Italiani. Racconto etnografico, Roma, 2001.

Saragat G., I «barabba» in Torino: nuovi appunti, «Archivio per lo studio delle tradizioni popolari», XIX (1900), pp. 183-85.

 

 

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