di Fabio Occhial

Con la profonda crisi delle istituzioni che seguì la morte di Giangaleazzo Visconti nel 1402, in Lomellina i nobili saranno il  più delle volte travolti da eventi ostili. Dal 1403  le spedizioni devastanti di Facino Cane provocarono la distruzione di molti castelli, la spoliazione di villaggi e terre, con una profonda destrutturazione della geografia signorile.

Veduta aerea di Breme, immersa nel tipico paesaggio agricolo della Lomellina

Il condottiero casalese stabilita nel 1409 una signoria su Mortara, superò le resistenze frapposte dai nobili locali; governò su Vigevano e incorporò le terre di Ottobiano, che gli saranno successivamente riconosciute dal conte di Pavia. Già creditore di importanti arretrati salariali dai Visconti da prima del 1403, ebbe in pegno le entrate e la giurisdizione della ricca terra di Breme, una delle più grosse della Lomellina.

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Le devastazioni recate dalle sue truppe in Lomellina determinarono una lunga crisi della società locale. Nel 1404, tornato dalla città di  Alessandria insorta, aveva predato la terra di Cairo e raso al suolo il castello di Frascarolo. Vennero abbattute le fortificazioni di Olevano e occupate le terre di Sant’Angelo e Cilavegna; sequestrati i possedimenti ai Confalonieri di Candia, nel 1406, Facino Cane trasferì – quasi a voler infierire ulteriormente sulla nobiltà autoctona– al suo armigero Andrea da Mantova diritti, castelli e proprietà tolte ad alcuni nobili locali.

Nel 1407 il castello di Albonese fu abbattuto e il castello di Langosco distrutto fino alle fondamenta durante le operazioni belliche di quegli anni. Nell’intera regione si diffusero  timore e insicurezza, il vecchio ordine venne fortemente destrutturato e per contrasto furono costruiti ridotti e nuove fortificazioni, in cui la popolazione rurale cercò rifugio durante le incursioni.

Passata la tempesta, vari gruppi nobiliari che erano stati vittime delle violenze e degli espropri di Facino Cane e successivamente dei bandi e delle confische di Filippo Maria, riuscirono a recuperare parte dei loro beni e della loro posizione solo con l’avvento degli Sforza; a differenza di altri territori del ducato, in Lomellina il calo di influenza delle grandi stirpi nobiliari fra Tre e Quattrocento contribuì a creare una sorta di vuoto che aprì la strada a una serie di nuove infeudazioni e all’impianto di nuove signorie.

Vigevano, città ducale, sarà eretta a marchesato nel XVI secolo con Gian Giacomo Trivulzio; Mortara, terra socialmente molto vivace, caratterizzata dalla presenza di potenti enti ecclesiastici non fu oggetto di concessioni feudali in senso stretto, costituì solamente più tardi, negli anni Ottanta, una sorta di feudo-appannaggio concesso a Ludovico il Moro fratello del duca. In Lomellina il precedente assetto signorile fu destrutturato e il numero elevato di investiture con la loro ampia diffusione geografica non implicarono però una copertura feudale totale e costante nel tempo e nello spazio: molte concessioni furono di  breve durata e con debole profilo giurisdizionale.

Dopo la  grande bufera politica del primo Quattrocento, Filippo Maria Visconti iniziò a concedere nuovi feudi a beneficio di condottieri, segretari, uomini d’affari, creditori a vario titolo della camera ducale, nobili forestieri, membri della corte, ma per lo più estranei alla regione. A parte il travaglio delle concessioni e delle revoche ai Beccaria corrispondenti a ritorni di obbedienza e alle nuove ribellioni, non risulta alcuna infeudazione ad esponenti dell’aristocrazia locale.


Francesco Hayez, studio per il dipinto “Il Conte di Carmagnola”, 1820, acquarello, Milano, Biblioteca Nazionale Braidense – fonte: wikimedia

I feudi costituiranno spesso  una “necessità” per condottieri che necessitavano  di uno status, di terre per alloggiare le loro milizie e di entrate. Dopo Facino Cane, sarà il conte di Carmagnola ad ottenere in Lomellina ampi diritti ed entrate fiscali a Candia, Villata e Langosco.  Colleoni riceverà  il feudo di Dorno, mentre il fratello di Facino Cane, Filippino, donerà al condottiero Angelo della Pergola la giurisdizione della contea di Biandrate e il feudo di Zeme.

Il lento processo di ricostruzione del ducato avviato da Filippo Maria Visconti dal 1412, difficoltoso ed osteggiato dalle pressanti necessità belliche, portò come accennato a molte infeudazioni dettate da motivi finanziari o clientelari. Ma nonostante il persistere di difficoltà strutturali e demografiche, l’agricoltura si stava riorganizzando e la regione cominciava a dare evidenti segni di ripresa economica. Le terre lomelline diverranno quindi nuovamente appetibili vista la relativa distanza da Milano e da Pavia, anche i potenti Borromeo se ne interessarono  acquistando un feudo lomellino.

Massima estensione dei domini viscontei nel 1402

Vitaliano Borromeo, mercante, banchiere e tesoriere ducale, ottenne la concessione di Palestro; La terra di Palestro, confine e luogo di passaggio verso la città di Vercelli, non era lontana dal grande stato dei Borromeo che stava prendendo consistenza nell’alto novarese e intorno al Lago Maggiore ed è verosimile che l’interesse per i feudi lomellini si possa riconnettere al progetto che questo grande casato di origini toscane coltivava nell’espansione verso il Piemonte.