di Eugenio Buffa di Perrero*
Ancora oggi le vie delle nostre città ci bisbigliano i loro segreti, nella speranza di trovare qualcuno che abbia ancora voglia di ascoltare. Se ci fermassimo un attimo potremmo trovare i fantasmi di artisti, industriali, soldati o semplici cittadini che scelsero Torino come palcoscenico per le loro vite.

Ci sono lapidi a Torino che raccontano tragedie, amori dolcissimi oppure l’inizio di imprese eccezionali, il cui epilogo non è ancora stato scritto. Una di queste lapidi si trova al numero 24 di Piazza della Repubblica: un immenso suk circondato dalle Alpi dove lingue sconosciute si mescolano agli accenti piemontesi, spezie colorate e profumi orientali.
Francesco Cirio, nato a Nizza Monferrato nel 1836 e arrivato da Parigi con qualche bagaglio di speranze, impiantò un rudimentale laboratorio per la conservazione e l’inscatolamento dei piselli. L’idea nacque probabilmente dalla gestazione francese. Oltralpe, già nel 1802, Nicolas Appert aveva aperto un piccolo stabilimento dove, con tecniche rivoluzionarie, il cibo era cotto e sigillato in bottiglie sterilizzate.
Il cammino delle invenzioni, si sa, può essere tortuoso: molte guerre si susseguirono in quegli anni e, con esse, la necessità di conservare il cibo per i soldati. Intanto Francesco Cirio si dedicava ai sapori e ai profumi degli ortaggi; bastò qualche mese e tutti lo soprannominarono il “Re di Porta Palazzo”. Ma Francesco sapeva che il suo regno poteva essere ancor più esteso così decise di trasferirsi al Sud, dove il rosso del sole si confondeva con quello dei pomodori. Morì a Roma nel 1900: forse esausto, probabilmente felice, come un cuoco che ha sfornato milioni di piatti prelibati.
*Si ringrazia per la concessione dell’articolo l’agenzia PROMOTUR VIAGGI S.R.L. di Torino
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