di Paolo Barosso

Il paese di Mergozzo, affacciato sulle sponde dell’omonimo lago, è il primo comune dell’Ossola che s’incontra provenendo da Verbania, a pochi chilometri dalle celebrate località turistiche del lago Maggiore e del Golfo Borromeo.

Il capoluogo è adagiato nell’angolo nord-occidentale del lago, con le abitazioni del rione “Riva” disposte ad anfiteatro, mentre altre case, aggrappate alle falde granitiche del Montorfano, si raggruppano attorno a un edificio di epoca medievale, detto il “Castello”, formando il nucleo primigenio del paese, denominato “Sasso”.

Il lago e il paese sono circondati dai monti: da un lato il Montorfano, alto poco meno di 800 metri, che, ergendosi solitario all’imbocco della val d’Ossola, sovrasta la piana alluvionale di Fondotoce, dall’altro le prime propaggini della selvaggia val Grande, tra cui spiccano le creste frastagliate dei Corni di Nibbio.

Scorcio di Mergozzo – ph Filippo Spadoni

Le fortune economiche del paese ossolano sono legate alla pietra e all’attività estrattiva che, sin da tempi antichi, si pratica sulle montagne circostanti, dal granito bianco e verde del Montorfano al marmo di Candoglia.  ll granito trae il nome dal latino granum, cioè fatto a grani, ma nella parlata locale, tra Ossola e Verbano, è chiamato anche “miarolo” o “migliarolo”, vocabolo derivante dal termine “miglio” perché l’aspetto della pietra, con la sua struttura granulare, ricorda appunto i chicchi del cereale. 

Nella provincia piemontese del VCO sono presenti tre varietà di granito: il rosa di Baveno, il verde di Mergozzo e il bianco di Montorfano.

La piana alluvionale di Fondotoce separa il lago di Mergozzo dal lago Maggiore – ph Filippo Spadoni

L’impiego in edilizia del granito bianco di Montorfano è già attestato nel Medioevo, come testimoniano i numerosi edifici religiosi d’impianto romanico presenti in zona, costruiti con rocce granitiche ricavate da “trovanti”.

La frazione di Montorfano, una manciata di case alle pendici del monte, è impreziosita infatti da un gioiello di architettura romanica in pietra, la chiesa di San Giovanni Battista, innestata alla fine dell’XI secolo sulle fondamenta d’un complesso battesimale paleocristiano datato al V-VI secolo. Gli esordi dell’estrazione e lavorazione del granito di Montorfano per uso commerciale si fanno risalire al XVI secolo, ma solo con le innovazioni tecniche introdotte da fine Settecento, come l’invenzione della polvere nera usata nel taglio della roccia, si diede impulso al settore.

L’architettura romanica e il granito del Montorfano – collage fotografico dal sito internet “Ecomuseo del granito di Montorfano”

Troviamo il granito bianco di Montorfano in molte architetture piemontesi, anche a Torino, dove questa pietra venne adoperata nella costruzione di portici e colonnati e per l’elegante ponte sul fiume Po dedicato alla principessa Isabella di Baviera (ponte Isabella). Il granito verde di Mergozzo si trova invece nella facciata dell’albergo Principi di Piemonte e nella pavimentazione del Cimitero Generale di Torino.

Il marmo estratto in località Candoglia deve invece la propria fama all’uso esclusivo che si fece di questa pietra nel cantiere del Duomo di Milano, grazie a un privilegio concesso da Gian Galeazzo Visconti nel 1387.

Veduta del paese di Mergozzo adagiato sulla sponda nord-ovest del lago – ph Filippo Spadoni

La “Veneranda Fabbrica del Duomo” gestisce tuttora l’estrazione del marmo, impiegandolo, quando necessario, per la sostituzione e riparazione degli elementi scultorei danneggiati o da restaurare. Le varietà adoperate erano essenzialmente tre: il marmo rosa, il più ricercato, e le varietà bianca e grigia.

Secondo la tradizione, le modalità di trasporto dei marmi locali da Candoglia a Milano, effettuata tramite imbarcazioni che sfruttavano le vie d’acqua, il lago Maggiore, il Ticino e i Navigli, sono all’origine dell’espressione idiomatica “viaggiare a ufo”, cioè senza pagare, a sbafo.

Il Montorfano visto dal lago

Le barche in questione, infatti, erano esentate dal versamento dei dazi normalmente applicati alle merci: per segnalarle ai gabellieri, che riscuotevano il dazio alla conca di Viarenna, le barche riportavano la scritta “AD USUM FABRICAE AMBROSIANAE”. Dall’acronimo di questa formula, A.U.F.A., sarebbe derivato il modo di dire “viaggiare a ufa”, poi mutato in “ufo”, per indicare appunto chi approfitta di un trasporto senza pagarlo.

Il paese di Mergozzo, con il suo reticolo viario imperniato sull’asse centrale chiamato “ruga”, racchiude diversi elementi d’interesse, dalla chiesa romanica di santa Marta, risalente al XII secolo, alla parrocchiale della Beata Vergine Assunta che, eretta nel Seicento sul luogo d’una preesistente chiesa medievale, conserva tra le opere d’arte una pala d’altare eseguita nel 1623 dal pittore novarese Carolus Canis, raffigurante la Madonna del Rosario con il paese di Mergozzo adagiato ai suoi piedi. Nell’opera compare un elemento significativo, determinante per la datazione del maestoso albero plurisecolare che oggi prospera sulla piazza del paese, a pochi metri dalle rive del lago.

La piazza di Mergozzo con il plurisecolare olmo campestre

La pianta, registrata nell’elenco degli alberi monumentali del Piemonte, è un olmo campestre, appartenente alla specie Ulmus minor, caratterizzante da sempre il paesaggio agrario piemontese e usata in passato a scopo ornamentale, ma falcidiata negli ultimi decenni dalla grafiosi, malattia responsabile della distruzione di molte imponenti alberate europee. Si ritiene che l’olmo di Mergozzo abbia superato i 400 anni di età e un sicuro indizio è fornito proprio dalla pala d’altare del Canis, in cui, nella rappresentazione del paese di Mergozzo, si può facilmente riconoscere il nostro olmo, ancora giovane.

Il paese di Mergozzo in una cartolina d’epoca

Dedichiamo infine un cenno alle tradizioni gastronomiche di Mergozzo, influenzate dalla presenza del lago con le diverse specie ittiche commestibili che ne popolano le acque. Tra queste è particolarmente ricercato il persico reale, ma vi sono anche agoni, alborelle, bottatrici, carpe, cavedani, coregoni, lucci, salmerini, trote lacustri e rari esemplari di barbo e savetta.

L’aggiunta del Marsala nell’impasto della Fugascina – immagine tratta dal sito internet del ristorante e forno “La Fugascina” di Mergozzo

Specialità dolciaria tradizionale è la Fugascina di Mergozzo, biscotto di forma quadrata e piatta, dolce e friabile, frutto di un impasto di burro, zucchero, farina di frumento, rosso d’uovo, aromatizzato con scorza di limone grattugiata e l’aggiunta di un bicchierino di marsala o, in alcune varianti, di grappa.

Paolo Barosso