di Arconte

Sulla «Gazzetta Piemontese» di martedì 26 settembre 1871, in prima pagina, si legge la notizia di un fatto di cronaca nera riguardante il Canavese.

Corio, 23. Ci scrivono:

«Il giorno 11 del corr. Verso le 10 pom., un tale Gaita Martino, mentre faceva ritorno da Levone Canavese in compagnia di Grivetto Pietro e Nepote Pietro, strada facendo slanciavasi contro il Grivetto al solo scopo di depredarlo d’una vistosa somma, e gli vibrava un colpo di pietra sulla testa stendendolo quasi esanime al suolo; poscia, dando di piglio ad un lungo coltello si rivolse contro al Nepote, e con molte ferite, fra le quali una al basso ventre, lo rendeva cadavere dopo poche ore.

L’omicida inseguito dalla forza pubblica, veniva il giorno dopo arrestato dal brigadiere dei R. carabinieri di Corio, coadiuvato nella non facile operazione da un altro carabiniere suo dipendente, con piena soddisfazione di questi abitanti».

Nei giornali di quegli anni non è certo frequente che fatti di cronaca nera possano occupare la prima pagina dei quotidiani, torinesi e italiani. Fa eccezione questa notizia, rassicurante se non altro per la pronta cattura del colpevole.

Le successive informazioni sul caso riportate dallo stesso giornale, permettono di inserire questa aggressione a scopo di rapina nel novero delle malefatte dei “parenti serpenti”.

L’aggressore, Martino Gaita detto Ton, contadino di 51 anni, e Pietro Grivetto, vittima del tentativo di rapina, sono infatti cugini. Il morto, Pietro Nepote, è il cognato di Pietro Grivetto. Sono tutti di Rocca di Corio, oggi Rocca Canavese.

L’11 settembre 1871 Pietro Grivetto, in compagnia del cugino Martino Gaita e del cognato Pietro Nepote, si è recato a Levone dove contava di vendere una sua bovina.

In verità, Grivetto ha delle pretese piuttosto elevate per il valore dell’animale ma Gaita si interpone come mediatore. Riesce a farglielo vendere a un negoziante che paga subito il prezzo convenuto di lire 202, 50, in presenza dei due accompagnatori.

Dopo aver ritirato il denaro, Grivetto, secondo l’uso dei venditori di bestiame, invita tutti i presenti a bere nel vicino albergo e poi si dispone a mettersi in cammino per tornare a Rocca di Corio. Gaita però, che forse medita già qualche brutto tiro, lo dissuade, dicendogli: «È ancor presto, non è ancora notte; hai fatto un buon contratto, vieni a pagarci ancora da bere all’Albergo di Roma dove si trova un vino eccellentissimo».

«Perdiamo troppo tempo – risponde Grivetto – con dei denari in saccoccia non conviene metterci sulla strada di notte».

«In compagnia nostra di che hai paura? Da me solo sono buono a difenderti da dieci rapinatori».

«Propriamente non ho paura, ma temo che mia moglie stia in apprensione».

«Dì piuttosto che sei avaro, che non vuoi pagarci altro vino… e sì che ti ho fatto fare un buon contratto… se non era per me non avresti ricavato un tale prezzo».

Tanto dice e tanto fa da indurre Grivetto a entrare nell’Albergo di Roma, dove vuotano un litro dopo l’altro e bevono fino alle nove della sera.

A quell’ora Gaita dice che è tempo di partire. Grivetto e Nepote sono abbastanza dubbiosi, in particolare Nepote che sconsiglia al cognato a mettersi per strada visto che la notte è molto scura e il cielo piovigginoso.

«Non ci dicesti, Grivetto – osserva Gaita – che tua moglie sta in apprensione se non giungi a casa di questa sera? Dunque andiamo: e tu, Nepote, se non vuoi venire, resta pur qui, noi andremo, neh Grivetto?».

«Sì sì, partiamo» risponde questi.

«Tu, Nepote – riprende Gaita – se hai paura resta pur qui».

«Oh, se andate voi altri ci vado anch’io».

I tre si mettono sulla strada per Rocca di Corio. Gaita cammina per primo, taciturno, gli altri due lo seguono cantarellando per farsi coraggio.

Quando sono ormai giunti nel territorio di Rocca di Corio, in una località chiamata il Pit, dove si trova un albero di noce rigoglioso e ampio con i rami che si protendono quasi fino a terra. Qui Gaita, dopo aver raccolto una grossa pietra, si ritira sotto il noce come se dovesse espletare un bisogno fisiologico. Gli altri due, passandogli vicino, gli dicono: «Ti faccia buon pro».

Gaita, senza rispondere, lancia con tutte le sue forze la pietra contro Grivetto che, colpito in fronte, crolla tramortito a terra e nel cadere grida: «Ahimè!».

«Che cosa ti avvenne?» gli domanda Nepote.

Ma ha appena pronunciato queste parole che Gaita gli si avventa addosso con un coltello e gli vibra tre colpi mortali, stendendo anche lui al suolo. Quindi fa per prendere i soldi a Grivetto ma, alle grida dei due feriti, risponde la voce di una donna che chiede: «Che cosa c’è?».

Spaventato, Gaita scappa via senza aver avuto il tempo di prendere i soldi.

I lamenti dei due feriti si fanno più forti e la donna chiede soccorso. Così gli abitanti della vicina cascina del Pit escono e vanno a raccogliere i feriti Nepote e Grivetto.

Localizzazione della “cascina del Pit” nel territorio di Rocca di Corio, oggi Rocca Canavese

Nepote, che perde sangue da varie ampie ferite, riesce ancora a dire che il suo assassino è Gaita e poi muore. Gli verranno riscontrate tre profonde coltellate al braccio destro, una alla mano destra, nonché un’altra ferita al fianco sinistro, mortale perché penetrante nell’addome con lesione dell’intestino.

Grivetto, grazie alle cure che gli vengono prestate, a poco a poco riprende i sensi ma sviene di nuovo quando apprende la morte del cognato. Dopo alcune ore, torna in sé e racconta l’accaduto ai presenti, ai carabinieri e agli inquirenti, accusando Gaita. Il sasso che gli è stato scagliato contro e che lo ha fatto stramazzare a terra privo di sensi, gli ha soltanto provocato una ferita lacero contusa alla spina nasale e alla gobba frontale sinistra, guaribile in otto giorni senza altre conseguenze.

Gaita, come già detto in apertura, viene arrestato il giorno seguente dai carabinieri di Corio.

Anche se nega le accuse delle sue vittime, viene incriminato per mancata rapina con omicidio a danno di Pietro Nepote e con ferimento di Pietro Grivetto.

È processato nel novembre del 1872 dalla Corte d’Assise di Torino, presieduta dal conte Roasenda, esperto magistrato che con grande perizia e pazienza sa condurre il dibattimento in modo che verità e giustizia possano trionfare. La parte civile, rappresentata dall’avvocato Palberti, dimostra la colpevolezza dell’accusato e chiede che venga condannato al pagamento dei danni provocati.

Il Pubblico Ministero, barone Bichi, chiede ai giurati un verdetto di morte, senza le circostanze attenuanti. L’avvocato difensore Benevolo fa una eloquente difesa ma, di fronte alle prove che sono emerse nel dibattimento, non può salvare Gaita dalla pena di morte a cui viene condannato.

La nostra ricostruzione di questo episodio criminale canavesano è basata sul resoconto del processo pubblicato dal cronista giudiziario Curzio nella sua Rivista dei Tribunali della «Gazzetta Piemontese» di sabato 23 novembre 1872. Le disposizioni preventive antivirali hanno fino ad ora impedito la consultazione dei documenti relativi. È molto probabile che la pena di morte sia stata commutata dal Re nei lavori forzati a vita.

A commento di questa vicenda, premesso che è molto difficile provare un minimo di simpatia per l’accusato, viene alla mente la «roba» come la intende lo scrittore Beppe Fenoglio nel suo romanzo La Malora (Torino, 1954). La «roba» è costituita da denaro, case e terreni, desiderati in modo ossessivo da chi ne è privo, con invidia morbosa verso chi li possiede.

È poi d’obbligo la citazione della novella «La roba» di Giovanni Verga, troppo nota per richiedere ulteriori commenti.