di Paolo Barosso

Nel cuore dell’Alto Monferrato ovadese, lungo la linea di comunicazione tra le città di Acqui e Ovada, s’incontra il paese di Trisobbio, dominato dalla mole turrita d’uno dei numerosi castelli che punteggiano quest’area del Piemonte meridionale così fittamente fortificata nei secoli del Medioevo.

Le origini di Trisobbio, Tërseubi o Tarsobi nella variante locale della lingua piemontese e Trexoblo/Trixoblo nelle più antiche attestazioni scritte del toponimo, risalenti alla metà dell’XI secolo, si perdono nella notte dei tempi. L’ipotesi etimologica più “popolare”, che fa derivare il nome del borgo da tre famiglie di uomini “sobri” indicati dalla tradizione come i fondatori della comunità, si accompagna alla tesi dello storico Geo Pistarino, che ritiene plausibile un’antica presenza etrusca, adducendo quale indizio linguistico il suffisso TAR, tipicamente etrusco, riscontrabile nella versione piemontese del toponimo, Tarsobi.

L’appetibilità strategica dell’insediamento di Trisobbio, a lungo conteso nel periodo medievale tra alessandrini, genovesi e monferrini, dipendeva soprattutto dalla sua dislocazione lungo due importanti percorsi di collegamento dell’alto Monferrato con la costa ligure: la prima, nota come via Aemilia Scauri, era quella più lunga, ma anche la più frequentata, che connetteva Acqui con Vado, mentre la seconda percorreva la valle Stura, congiungendo Ovada e Genova.

Il paese, collocato alla sommità della collina, si presenta al visitatore come un tipico insediamento di crinale, con un impianto urbanistico “avvolgente” – un unicum nella zona – formato dalla successione regolare di tre anelli concentrici, con una conformazione tale da far ipotizzare la possibile derivazione dell’abitato da un castellaro ligure di età pre-romana.

Il vertice è occupato dal magnifico castello, in perfetto stato di conservazione grazie all’intervento nel primo Novecento dell’architetto e medievista d’origine portoghese, ma piemontese d’adozione, Alfredo D’Andrade, chiamato nel 1913 a dirigere il cantiere di restauro dell’edificio su iniziativa della famiglia Spinola. I lavori restituirono alla struttura, descritta in stato di degrado e di rovina, l’aspetto originario del XIII secolo, periodo a cui è fatta risalire la prima campagna edificatoria del sito fortificato, con le successive modifiche apportate nel corso del XV secolo, quando il castello rientrava nei possedimenti feudali della potente e ramificata signoria malaspiniana.

Nelle intricate vicende del castello si riflette la storia della comunità di Trisobbio. Nel primo Duecento, la proprietà del feudo risultava ripartita tra due famiglie di ceppo aleramico, i marchesi del Bosco e i marchesi di Occimiano, con una terza parte intestata ai signori di Belforte Monferrato.

La cessione di metà dei diritti sulla villa e sul castrum di Trisobbio decisa dai signori di Occimiano in favore del comune di Alessandria, di cui essi divennero cittadini, alla fine del XII secolo e la donazione della quota spettante ai marchesi del Bosco al comune di Genova, formalizzata nel 1217, fece sì che si creasse una situazione di gestione in condominio del feudo e del castello, foriera di gravi contrasti, con la agguerrita competizione di alessandrini, genovesi e monferrini per il controllo di Trisobbio.

Nel 1224 si ebbe infatti l’occupazione militare degli alessandrini, ma di lì a poco intervenne nella controversia l’imperatore Federico II che, alla ricerca di alleati, dapprima convalidò i diritti dei del Bosco su Trisobbio, riconoscendo indirettamente le pretese di Genova, e, verso il 1240, investì del dominio eminente sulla località il marchese del Monferrato.

La posizione dei marchesi monferrini venne riconosciuta anche dall’accordo del 1419 con il comune di Genova, che rinunciava, in favore del Monferrato, a qualsiasi diritto su diverse località della zona, inclusi quelli insistenti in castro et loco Trisobii, e fu ribadita dal trattato stipulato nel 1471 tra il duca di Milano e Guglielmo VIII del Monferrato, che sanciva altresì la disgregazione della signoria malaspiniana, avviata al declino.

Il paese di Trisobbio seguì le sorti del marchesato del Monferrato fino al 1708, l’anno che decretò la definitiva incorporazione dei possedimenti monferrini, elevati a ducato sotto i Gonzaga di Mantova, nei territori del ducato di Savoia, concretizzando un’aspirazione a lungo coltivata dalla dinastia sabauda e finalmente portata a realizzazione da Vittorio Amedeo II.

La presenza dei Malaspina come feudatari di Trisobbio, subentrati ai marchesi del Bosco per via ereditaria, si consolidò nel corso del Trecento, con il riconoscimento della loro posizione sia da parte di Genova che del Monferrato. La comparsa sulla scena dei marchesi Spinola, facoltosa famiglia d’origine genovese, risale invece alla seconda metà del Cinquecento, quando diversi piccoli feudi monferrini vennero venduti dai Gonzaga di Mantova per finanziare la loro sfarzosa corte. Fu così che gli Spinola divennero signori di Trisobbio e di altre terre vicine, delineandosi una complessa situazione geopolitica che registrava la presenza nell’alto Monferrato di un “grosso blocco feudale della presenza territoriale ed economica genovese” nel quadro dei confini politici di un altro Stato, quello monferrino (Mariangela Toselli in Guida di Trisobbio).

Oltre al castello, tra gli edifici di pregio che spiccano nel cuore antico di Trisobbio è impossibile non notare l’austero palazzo De Rossi Dogliotti, oggi aulica sede municipale, un vasto complesso edilizio cui si pose mano nel corso del Cinquecento, come dimostra il disegno della facciata, ispirato ai criteri di armonia, compattezza ed equilibrio tipici dell’arte rinascimentale, unificando in un unico organismo architettonico d’aspetto signorile un gruppo di preesistenti cellule abitative di impianto medievale.

Nei secoli successivi si effettuarono ulteriori interventi di ammodernamento, ciascuno dei quali lasciò la propria impronta nel palazzo, dall’ingentilimento barocco delle forme all’arricchimento decorativo degli interni di gusto ottocentesco.

Il patrimonio architettonico religioso di Trisobbio comprende la bella chiesa parrocchiale di Nostra Signora Assunta, di linee barocche, che mostra affreschi interni realizzati nella seconda metà dell’Ottocento e dovuti ai fratelli Ivaldi, artefici di importanti decorazioni pittoriche in edifici ecclesiastici sparsi per tutto il Piemonte, la chiesa medievale di Santo Stefano, posta in cima a un’alta collina al di fuori dell’abitato, che fu la prima pieve del borgo, già citata in un documento dell’XI secolo, e la chiesa della frazione Villa Botteri, che conserva un affresco, di recente riscoperto, raffigurante un personaggio identificato, in base ai tratti iconografici, come San Bovo, figura di santo soldato (nativo della Provenza, combatté contro gli invasori Saraceni nel corso del X secolo) e pellegrino (fece voto del pellegrinaggio annuale a Roma, presso la tomba di San Pietro), ma strettamente legato all’ambiente contadino. Un tempo molto venerato in diverse zone rurali dell’Alessandrino in veste di protettore del bestiame, San Bovo, forse anche per un gioco di parole con il nome, è solitamente rappresentato in compagnia di un bue, ritratto come emblema dello stendardo issato dal santo oppure accovacciato ai suoi piedi.

Il territorio di Trisobbio, come tutto l’alto Monferrato ovadese, è rinomato per la ricca e variegata produzione enogastronomica, che comprende i vini tipici dell’area, tra cui spicca il Dolcetto di Ovada DOCG o Ovada DOCG, le specialità a base di carne bovina di pregiata razza piemontese e i prodotti da forno, come i prelibati grissini prodotti dall’azienda I Grissinari, che ha laboratorio e punto vendita nel paese.