Le streghe, figure che secondo la tradizione “stringevano un patto con il diavolo per ricavarne dei vantaggi o arrecare ad altri dei danni (finendo con il tramutarsi esse stesse in esseri demoniaci)“, popolano l’immaginario collettivo piemontese e compaiono come presenza costante e inquietante nel folclore popolare, nei racconti ripetuti durante le vijà, veglie serali che si tenevano al caldo delle stalle, e nelle leggende alpine. Il nome con cui sono note è masca o strìa a seconda delle zone del Piemonte. Mentre il termine strìa è di origine latina, derivando da striga, a sua volta legato a strix, che significa civetta, il sostantivo masca è tratto dalla lingua dei Longobardi, essendo attestato per la prima volta in una prescrizione dell’Editto di Rotari, collazione di norme emanata dall’omonimo re longobardo nel 643. Collegandosi a questo contesto culturale, Paolo Nissotti ci racconta, in una nuova puntata del viaggio alla scoperta delle tradizioni della novaresità e in generale del Piemonte orientale, la triste vicenda umana di Gatina, ambientata nella Valsesia ottocentesca

E’ una vicenda alquanto nota nelle nostre zone e riguarda la famosa Strìa Gatina che doveva, con ogni probabilità, il suo soprannome al gatto, animale spesso abbinato alle pratiche occulte. Residente a Cervarolo, poco distante da Varallo Sesia, si chiamava in realtà Margherita Guglielmina De Gaudenzi e viveva con la figlia appena fuori dal paese.
Durante accese discussioni all’osteria, tale De Gaudenzi (omonimo) sostenne che la colpa di un gravissimo malanno che aveva colpito il compaesano Battista Folghera era da imputarsi proprio alla Gatina, e che, se qualcuno lo avesse aiutato facendogli compagnia, avrebbe trovato il coraggio per andare dalla Strìa e farle disdire la maledizione da lei lanciata contro il compaesano.
Gaudenzio Folghera, fratello dell’ammalato, accettò e i due partirono per la spedizione punitiva. Entrarono nella casa della presunta colpevole, e poichè questa si mise ad urlare, la massacrarono di botte, uccidendola. E’ il 22 Gennaio 1828. Una data, dunque, non lontanissima e che non si perde nei tempi oscuri dell’Inquisizione.
E, poichè la Storia e’ maestra di vita, non mi dispiace aggiungere a questa nota vicenda qualche considerazione personale.

Com’è noto, streghe e stregoni non esistettero mai e furono solamente persone perseguitate in un periodo oscuro della Chiesa. Ma non è contro la Chiesa che intendo rivolgermi (ché già in molti – e forse troppi – l’hanno fatto), bensì contro l’uso infame della tecnica retorica della demonizzazione. Nella Storia sono frequenti i casi dell’uso di questa tecnica, anche in tempi molto antichi.
Per quel che riguarda i tempi moderni e’ fin troppo facile ricordare il Nazionalsocialismo tedesco (Nazismo), che propagandava le immagini di Ebrei come rapaci ragni pelosi e così via. In ogni guerra, ai soldati, viene impressa nella mente l’immagine del nemico come truce delinquente pronto a stuprare mogli e figlie e a rubare la terra. Il tutto rappresentandolo con tratti somatici, per l’appunto, demoniaci.
Questa tattica ha causato, prima di ogni ideologia buona o cattiva, innumerevoli morti e perseguitati. Un’ultima considerazione ci dice che il fatto sopra narrato avvenne in tempi già ben lontani da quelli dell’Inquisizione. Eppure tutto quel marciume lanciato addosso alle povere donne (e anche uomini) non si era ancora minimamente dissipato. Difficile, dunque, se non quasi impossibile distruggere, in tempi brevi, quella disinformazione così proditoriamente attuata
Paolo Nissotti