Una sosta nel borgo canavesano alla scoperta di una testimonianza importante della civiltà megalitica, il cosiddetto menhir di Lugnacco, e del raro campanile-androne della pieve di Maria Vergine

All’imbocco della quieta Valchiusella, nelle adiacenze del cimitero di Lugnacco e a poca distanza dalla pieve romanica di Maria Vergine (che oggi svolge funzioni di parrocchia, la più antica della valle), sorge una stele megalitica, impropriamente definita menhir di Lugnacco (il termine menhir è la rielaborazione ottocentesca di due vocaboli bretoni utilizzati in quella regione dell’attuale Francia per designare pietre infisse nel terreno, grezzamente lavorate e disposte in circolo, allineate o anche isolate, la maggior parte delle quali risalente al Neolitico).

Valchiusella - veduta della borgata Fondo
Valchiusella – veduta della borgata Fondo

Il megalitismo del Neolitico (prolungatosi in alcune regioni sino all’Età del Bronzo), implicante l’uso di blocchi lapidei di grandi dimensioni per erigere monumenti, anche con valenza sacrale, è un fenomeno che coinvolge l’intera Europa Occidentale, portando gli uomini del tempo ad acquisire notevoli competenze nella lavorazione delle pietre, nell’intaglio e nel posizionamento delle stesse sul terreno (come si evidenzia nel caso dei Triliti di Stonehenge in Inghilterra). L’abilità nella lavorazione del materiale lapideo si manifestò anche nella creazione di utensili come le affilatissime asce in pietra verde ritrovate in gran quantità in Piemonte.

Sempre in questo periodo, ma anche in epoche più recenti, le rocce di grandi dimensioni o dalle forme particolari, come i massi erratici della bassa Valsusa studiati dal punto di vista scientifico da Bartolomeo Gastaldi (cui è intitolato il celebre masso di Pianezza), divennero oggetto di culto, la cosiddetta saxorum veneratio, in quanto si riteneva che queste formazioni litiche costituissero un ponte di collegamento tra il mondo terreno e la dimensione soprannaturale.

Così l’atto della donna che appoggiava o strusciava il ventre contro la pietra era concepito come gesto propiziatorio della fertilità (è il caso della celebre Pera d’la Pansa sulla rocca di Cavour), mentre il comportamento rituale dei pellegrini che, saliti al santuario di San Besso sopra Campiglia Soana, compiono più giri attorno al grande masso che sovrasta la chiesa o vi staccano frammenti di pietra da tenere con sé come talismano è da interpretarsi come sopravvivenza di pratiche cultuali arcaiche legate alla saxorum veneratio (studiate dall’antropologo francese Robert Hertz nel primo Novecento).

La stele megalitica di Lugnacco
La stele megalitica di Lugnacco

Dapprima semplici blocchi lapidei non lavorati o rozzamente modellati, le pietre infisse nel terreno per probabili motivazioni cultuali assunsero in una fase più avanzata l’aspetto di steli lavorate con maggiore accuratezza e infine di figure antropomorfe, legate a pratiche propiziatorie della fertilità agricola oppure utilizzate, in epoca più tarda (Età del Ferro), come segnacoli funerari.

L’uso funerario trova attestazione nelle tombe a tumulo ritrovate nell’area compresa tra Val d’Aosta, Torinese, Canavese e Biellese, risalenti all’VIII/VII secolo a.C. e spesso contrassegnate da steli monolitiche: l’usanza rivela influssi della cultura transalpina di Hallstatt (prima Età del Ferro). Sulla base di queste indicazioni si è anche ipotizzato che il monolite di Lugnacco, tra l’altro ritrovato in una zona che tuttora è destinata ai defunti e che potrebbe avere assolto tale funzione anche in tempi remoti, sia stato pensato in origine come segnacolo funerario e sia quindi databile ad un periodo successivo a quello di norma indicato, e cioè all’Età del Ferro in luogo dell’Età del Bronzo (tra il 2300 e il 700 a.C.) cui in genere si fa risalire. In realtà non esistono elementi concordanti a sostegno di questa ipotesi, ed è anche plausibile che il monolite, adibito in origine a funzioni cultuali, sia stata poi reimpiegato in epoca più tarda come stele funeraria.

Il Masso erratico presso la precettoria di Sant'Antonio di Ranverso - Valsusa
Il Masso erratico presso la precettoria di Sant’Antonio di Ranverso – Valsusa

Quanto al legame delle steli megalitiche con riti propiziatori della fertilità agricola, si trova traccia di queste credenze anche in pratiche più recenti di magismo contadino. E’ il caso delle arenarie scolpite in forma antropica ritrovate a Vesime (At), forse usate come pali di testa delle vigne. È probabile che i picapère itineranti, nel realizzare queste sculture, si siano richiamati a pratiche ataviche che assegnavano alle figure di pietra poste a lato della vigna funzioni profilattiche e propiziatrici del raccolto. Queste credenze, sopravvissute ai secoli, richiamano il principio, d’origine preistorica, che impone all’uomo, prima di qualsiasi intervento turbativo dell’equilibrio ambientale, come il dissodamento, di celebrare riti di conciliazione per garantirsi la benevolenza delle forze naturali. Da qui la pratica arcaica di collocare ai bordi del campo e poi della vigna manufatti in pietra, menhir o steli, offerti in omaggio al genius loci: lo spirito, prendendo dimora nella figura di pietra, si rende visibile, ma anche controllabile dall’uomo.

La stele di Lugnacco, riscoperta nel 1975, era stata riutilizzata in epoca cristiana come soglia d’ingresso dell’area cimiteriale antistante la pieve romanica di Santa Maria. Il Gruppo Archeologico Canavesano (GAC), che ne curò il recupero e il riposizionamento nel luogo in cui oggi si trova, la datò all’Età del Bronzo. Verso la fine degli anni ’80 si ritrovarono prima a Chivasso e poi a Mazzé, in prossimità della diga sulla Dora Baltea, due steli affini a quella di Lugnacco, sia come forma che come datazione, e accomunate anche dallo stesso destino di riutilizzo o di damnatio memoriae: il menhir di Chivasso venne reimpiegato nel Medioevo presumibilmente come berlina per i condannati, mentre quello di Mazzé venne fatto rotolare sino alla Dora per nasconderlo alla vista, essendo ritenuto oggetto di pratiche cultuali superstiziose.

La pieve della Purificazione di Maria Vergine a Lugnacco
La pieve della Purificazione di Maria Vergine a Lugnacco

La vicina pieve romanica, dedicata alla Purificazione di Maria Vergine e fondata come spesso accadeva su un luogo di culto già frequentato in epoca celtica e probabilmente anche in fasi più antiche, presenta una struttura particolare, caratterizzata dallo schema del “campanile-androne”, situato al centro della facciata e inglobante un portico che dà accesso alla chiesa, una soluzione di ascendenza francese (dove viene detto clocher-porche, cioè campanile-atrio o campanile-porticato) che trova però riscontro in alcune chiese romaniche di area canavesana. Tra queste, oltre alla pieve di Lugnacco, segnaliamo per valore storico-artistico la chiesa di Santo Stefano di Sessano, risalente all’XI secolo, unico edificio superstite del villaggio alto-medioevale di Sexiano/Sessano, poi distrutto da un movimento franoso e abbandonato dagli abitanti, che si trasferirono nell’odierna Chiaverano. In base a studi condotti dal Paviolo la pieve di Lugnacco sorse sulle fondamenta d’un più antico edificio di culto cristiano, originario del V secolo.

Testo a cura di Paolo Barosso

Fonti bibliografiche e siti internet:

Gruppo Archeologico Canavesano – 1980, Archeologia in Canavese, Broglia Ivrea

Claudia Bocca e Massimo Centini – 1991, Le grandi pietre. Viaggio tra i massi erratici dell’anfiteatro morenico di Rivoli, Susa libri

www.valchiusella.org

La chiesa romanica di Santo Stefano di Sessano nei pressi di Chiaverano
La chiesa romanica di Santo Stefano di Sessano nei pressi di Chiaverano