di Alessandro Mella

Ci sono eventi che, anche se considerati minori dalla storiografia, finiscono per restare nei vivi ricordi delle popolazioni delle nostre città. Torino nel corso della sua lunga storia subì tantissimi celebri incendi di cui s’è tanto e doverosamente scritto. Meno spazio fu dedicato ad un rogo che stuzzicò la mia fantasia quando, tanti anni fa, nel monologo del cantautore piemontese Gipo Farassino [1] se ne dava un breve cenno.

Il brano si intitolava ’L trenin ‘d Leinì [2].  Con il tempo il ragazzino curioso di tanti fa crebbe e nel ricordo di quel vinile volle scoprire qual’era l’incendio di Porta Palazzo che, nel pezzo, i venditori disonesti citavano nelle loro grida per vendere merci sporcate di nero fumo e spacciate per reduci della furia di quelle fiamme. Lo stesso che aveva causato la scomparsa di un immagine ormai lontana della Torino antica. L’incendio c’era stato davvero ed un buon resoconto comparve sul quotidiano torinese “La Stampa” del 19 Giugno 1910[3].

Veduta del mercato di Porta Palazzo (Collezione Privata)
Veduta del mercato di Porta Palazzo (Collezione Privata)

Porta Palazzo è una località ben nota a chiunque abbia vissuto anche solo parte della propria vita a Torino. L’enorme piazza ottagonale ospita, da quasi due secoli, il più grande mercato all’aperto d’Europa ed oggi vi confluiscono le più diverse culture che vivono nel capoluogo sabaudo. È facile comprendere come un luogo simile sia stato lungamente al centro delle attenzioni della popolazione, sempre intenta da decenni e decenni a cercare tra le sue bancarelle l’articolo migliore, e come esso abbia influito sulla quotidianità e la vita della città piemontese pur mutandosi e cambiando nel corso dei tempi.

Fin dal 1830/1835 circa la zona era meta dei mercanti e della popolazione che vi comperava cibarie, stoffe (un tempo tanto preziose) e tanti altri beni di consumo. Tanto bastò a rendere il luogo particolarmente popolare anche ai molti forestieri che vi giungevano dalla provincia e non solo.  All’inizio del ‘900 il mercato era costeggiato, tra l’altro, da un piccolo treno che percorreva la tratta da Leinì a Torino e viceversa. Secondo la leggenda furono proprio le faville proiettate dalla locomotiva a scatenare la furia distruttiva del fuoco il 18 Giugno 1910 che, nei pressi della Piazzetta Milano, distrusse parecchie bancarelle lasciando il proprio sfumato ricordo nella memoria della città.

Veduta del mercato di Porta Palazzo (Collezione Privata)
Veduta del mercato di Porta Palazzo (Collezione Privata)

Tutto ebbe inizio attorno al mezzogiorno quando il momento di pausa concedeva ai mercanti, levatisi all’alba, un istante di riposo ed il tempo per poter mangiare qualcosa. Erano passati pochissimi minuti dal passaggio del già citato treno quando, forse per le fiamme e la faville da esso sprigionato, forse per l’incauto uso di una macchina a spirito usata per cucinare tra i banchi, si scorsero le prime fiamme e la gente iniziò a gridare a gran voce: “Al fuoco!”.

Da un banco in prima fila, verso il centro della Piazza, esso s’avviava verso quelli circostanti velocemente divorando le stoffe ed i tendaggi che vi si vendevano. In pochi minuti, complice un poco provvidenziale venticello, più di dieci banchi vennero investiti dalle fiamme mentre la brezza spargeva ovunque brandelli infuocati che altro non facevano che contribuire ad allargare ulteriormente il già vivace rogo. Le testimonianze concordarono su come in un tempo contabile sulle dita d’una mano l’incendio fosse cresciuto al punto da scatenare un pandemonio ed il caos generale.

Il mercato dopo l'incendio (da Immagini di Torino d'Altri Tempi La Stampa - Si ringrazia www.mepiemont.net)
Il mercato dopo l’incendio (da “Immagini di Torino d’Altri Tempi” La Stampa – Si ringrazia www.mepiemont.net)

Il panico s’impadronì dei mercanti in fuga e delle donne invocanti soccorso al punto che, sulle prime, nessuno pensò di allertare i pompieri che avevano sede nella caserma delle Tre Fontane di S. Barbara[4]. Ci volle la prontezza di spirito di due guardie civiche perché l’allarme fosse dato e prontamente i vigili del fuoco potessero portarsi sul luogo del sinistro con i loro automezzi. Furono subito disposte una decina di lancie da incendio alimentate dalle relative condotte.

Tuttavia l’azione spengitrice dell’acqua danneggiava le merci e quanto poco ancora si potesse recuperare per cui vennero immediatamente ridotte al fine di limitarsi a contenere le fiamme ed impedirne un ulteriore allargamento ai banchi risparmiati dal rogo che ancora non aveva fatto a tempo a raggiungerli. I poveri pompieri, comandanti dal Colonnello Giusto[5] e dal Vice Comandante Tenente Ceresa, faticarono non poco per operare nella confusione che ancora dominava, incontrastata, la piazza riempitasi non solo di sventurati mercanti ma anche di capannelli di curiosi. Nondimeno, in un tempo piuttosto breve, i vigili[6], aiutati da pochi volenterosi, ebbero la meglio ed il fuoco venne finalmente domato. Diversi feriti, con ustioni più o meno serie, si contarono tra i molti civili presenti. Almeno una ventina di bancarelle, e merce per almeno centomila lire  di allora, furono seriamente danneggiate dal sinistro. Ci vollero ore prima che i pompieri e gli spazzini potessero rimuovere con dei carretti i resti deformi delle masserizie bruciate ed incenerite e solo verso le 20 lo sgombero ebbe termine[7].

Il cantautore Gipo Farassino in una foto dedicata all'autore (Collezione dell'Autore)
Il cantautore Gipo Farassino in una foto dedicata all’autore (Collezione dell’Autore)

Come abbiamo detto furono avanzate un paio di ipotesi sulle cause dell’incendio ma quella che parve più suggestiva fu proprio la versione che attribuiva al passaggio del trenino la responsabilità del grave evento cui seguirono lavori edili. E così per i torinesi il trenin d’Leinì divenne il colpevole del rogo e dei cambiamenti che seguirono al punto che nel suo monologo, tra l’altro, raccontava Farassino in questo estratto:

A j’ero nen passaje sinch minute da la partensa da sto vej bidon che già ‘n maledet odor ëd fum ‘s mësciava ai primi crij ëd le comesse. (..) Tuta ant un colpi j banch ëd Porta Pila a j’ero mach pì na fiama sola, tut a brusava, e tut për colpa d’chila ch’as n’andasia co’ pass felpà ‘d na mula. E’nt sa manera fòla e sensa glòria a l’è sparije na fëtta ‘d na sità lassand ël gust amer ëd la cicoria in boca ‘d tanti e tanti ‘nnamorà. Chissà s’a l’è stàit mal o l’è stàit bin? L’è certo che, per ani, si aTurin ij sòlit traficant a l’han vendù: MERCE SALVATA DALL’INCENDIO DI PORTA PALAZZO! Sta màniga d’artista dël  bidon, ‘mpinia ‘d roba frusta ij magasin, ‘d neuit l’ambërlifavo co’l nèir fum e peui la sbolognavo la matin. E costa, cara gent, a l’è la storia! Na storia vera ma ch’a sa ‘d legeda, che mach gli amis ch’a l’han passà ij sinquanta a peul ancora pëschè ‘nt la memòria. Ël lato trist ëd tuta la canson l’è constate che ani ‘d tradision, vanto e color dë sto me cit Turin, a son sparì per colpa d’ën trenin![8]

E così, oggi come ieri, tante persone affollano il mercato di Porta Palazzo, luogo di aggregazione e commercio, e tra le migliaia di uomini e donne che si aggirano tra la bancarelle ben pochi, forse nessuno o quasi, ricordano più l’incendio che un secolo prima divampò in quella piazza, nessuno ha più memoria delle grida terrorizzate delle commesse e dei comandi che il Colonnello Giusto dava ai suoi bravi pompieri. Ne è rimasto l’odore di bruciato od il fumo scuro che s’alzava da quel rogo a cui tanti ne seguirono. Quella piccola pagina di storia torna oggi a rivivere tra queste poche righe che non hanno che l’ardita ambizione di far conoscere la vicenda e magari contribuire, nella loro piccola misura, a consegnarla alla memoria collettiva.

RINGRAZIAMENTI

Sig. Beppe Lachello del sito: www.mepiemont.net

Archivio Storico online quotidiano “La Stampa”

Note 
[1] Giuseppe Farassino detto Gipo (1934) è un celebre attore e cantautore italiano. Noto soprattutto per le molte opere in lingua piemontese.
[1] Il monologo era dedicato al trenino a vapore che anticamente percorreva la tratta da Torino a Leinì e successivamente fino a Volpiano quando questa venne prolungata. Il treno perse importanza dopo la grande guerra finché venne soppresso.
[3] Quotidiano “La Stampa”, (168), 19 Giugno 1910, p. 5
[4] La storica sede di servizio sorgeva al numero 126 di Corso Regina Margherita. Fu per più di un secolo la caserma principale dei Vigili del Fuoco torinesi che vi restarono fino ai primi anni ’80 del ventesimo secolo.
[5] Il Colonnello Placido Giusto (1896-1940) assunse per qualche anno la reggenza del Comando dei Civici Pompieri essendo già a capo dei Vigili Urbani. Reduce della campagna etiopica del 1896, nel corso della quale s’era distinto nella tragica battaglia dell’Amba Alagi, era decorato di due medaglie al valore militare, della commenda dell’Ordine della Corona d’Italia e d’altre importanti onorificenze. “La Stampa Sera”, (291),  07 Dicembre 1940, p. 5
[6] I pompieri ebbero anche un ferito, leggermente ustionato, il Brigadiere Stefano Bovo che, libero dal servizio e casualmente nella zona, fu tra i primi soccorritori. “La Stampa”, (168),  19 Giugno 1910, p. 5
[7] A tali lavori presenziò anche il Sindaco accompagnato da alcuni assessori. “La Stampa”, (168), 19 Giugno 1910, p. 5
[8] Non erano passati cinque minuti dalla partenza di questo vecchio bidone che già un maledetto odore di fumo si mescolava ai primi gridi delle commesse. Tutto in un colpo i banchi di Porta Palazzo erano diventati un’unica fiamma, tutto bruciava e tutto per colpa sua che se ne andava con il passo felpato d’una mula. In questa maniera folle e senza gloria è sparita una fetta della città lasciando il gusto amaro della cicoria in bocca a tanti e tanti innamorati. Chissà se è stato un bene od un male? È certo che per anni, qui a Torino, i soliti trafficanti hanno venduto MERCE SALVATA DALL’INCENDIO DI PORTA PALAZZO! Sto gruppo di artisti del bidone riempivano di roba vecchia i magazzini, di notte la scurivano con il nero fumo e poi la rifilavano al mattino! E questa cara gente è la storia! Una storia vera ma che sa di leggenda che solo gli amici che hanno passato i cinquanta possono ancora pescare nella memoria. Il lato triste di tutta la canzone è constatare che anni di tradizioni, vanti e colori di questa mia piccola Torino sono spariti per colpa di un trenino!