di Milo Julini

«Don Bosco, la vigilia di Natale del 1887 chiese il viatico che gli fu impartito dal fedele Monsignor Cagliero. Poi il morente disse a don Viglietti: – Fammi il piacere di guardare nel mio portafoglio e nel mio portamonete: credo siano vuoti, ma caso mai vi fosse qualche danaro, consegnalo subito a Don Rua. Voglio morire in modo che si possa dire: Don Bosco è morto senza un soldo in tasca.

Il giorno di Natale ebbe la benedizione del Santo Padre, e l’otto gennaio del nuovo anno 1888 ricevette il duca di Norfolk, che si recava a Roma in qualità di inviato della Regina Vittoria al Sommo Pontefice.

La morte di Don Bosco, in una fotoscultura di Domenico Mastroianni (Arpino, Frosinone, 1877 – Roma, 1962)

Il 20 gennaio cominciò a peggiorare, il 24 chiese la estrema benedizione a monsignor Richard, arcivescovo di Parigi che si era recato a visitarlo nella umile cameretta di Valdocco; ed infine il 31 gennaio alla una e tre quarti entrò in agonia. Erano le quattro e quarantacinque del mattino quando il rantolo ruppe il suo ritmo angoscioso, si affievolì, ed infine si spense.

Don Bosco aveva finito la sua esistenza mortale a 72 anni, sei mesi e quindici giorni. 200.000 persone ne seguirono la salma, che venne tumulata in Valsalice, sulla florida collina torinese. Se ne pianse la morte sotto tutte le latitudini: forse nella Patagonia squallida gli indigeni catechizzati da monsignor Cagliero versarono lacrime sincere come quelle dei piccoli torinesi del primogenito Oratorio dì Valdocco».

Così Luigi Collino descrive la morte del futuro San Giovanni Bosco su “La Stampa” del 2 giugno 1929, dove la terza pagina è tutta dedicata al sacerdote torinese d’adozione nel giorno della sua beatificazione, operata dal Papa Pio XI, suo grande ammiratore, che lo canonizzerà il 1° aprile 1934, giorno di Pasqua.

Il Venerabile Giovanni Bosco, sepolto nell’Istituto salesiano di Valsalice, dopo l’esumazione e quella che il codice di Diritto canonico chiama «ricognizione» della salma, atto che prelude di pochi giorni alla beatificazione, verrà traslato nel Santuario di Maria Ausiliatrice. Tutto questo si svolge nella seconda metà del mese di maggio, con la partecipazione di Monsignor Carlo Salotti, Promotore generale della fede, che in considerazione della notorietà del Venerabile non ha voluto delegare altri sacerdoti.

Il Collegio Salesiano Valsalice sulla collina torinese

Una imponente folla di pellegrini si reca a Valsalice per rendere omaggio all’urna che contiene la salma, esposta in una saletta e circondata dai fiori.

Le cronache de “La Stampa” di quei giorni si soffermano a descrivere varie donne presenti fra i pellegrini che rendono omaggio a don Bosco ed a queste abbiamo rivolto la nostra attenzione, a quasi novant’anni di distanza, per un non scontato ricordo della ricorrenza della morte del Santo.

Si reca a Valsalice la giovane Teresa Calligari di Castel S. Giovanni Piacentino, una delle due “miracolate” alla base della causa di beatificazione. Otto anni or sono, gravemente malata da un anno e mezzo dal morbo di Pott (tubercolosi vertebrale) aveva le gambe paralizzate e una addirittura più corta di alcuni centimetri, non riusciva più a mangiare perché rigettava tutto quanto ingeriva: si era così ridotta al peso corporeo di 28 kg, da un mese e mezzo era diventata cieca, ed era unicamente sostenuta in vita dall’ossigeno.

Teresa aveva mantenuto le facoltà mentali ed aveva iniziato una novena a don Bosco, su consiglio di una amica di ritorno da Torino. In precedenza non aveva mai sentito parlare di questo prete e non ne aveva neppure visto l’immagine: nella notte, quando ormai i medici attendevano la sua morte, verso il mattino, aveva “visto” don Bosco con l’aspetto di un sacerdote in cotta nera, sui 30-35 anni, coi capelli ricci, che le aveva detto, in piemontese, “bogia le gambe”. Teresa aveva effettivamente potuto muovere di nuovo le gambe, quella più corta era tornata di lunghezza normale, aveva riacquistato la vista e l’appetito e, nel mattino del giorno successivo, dopo una robusta colazione, era scesa in giardino mentre già si diffondeva la notizia del miracolo.

Tutte queste informazioni, il cronista le apprende dalla stessa Teresa.

Non è invece presente la seconda “miracolata”, Suor Provina Negro, perfettamente guarita da una dolorosa e devastante ulcera allo stomaco, dopo aver invocato l’intercessione di Don Bosco. Queste due guarigioni prodigiose, perfette e istantanee, sono state riconosciute come i miracoli necessari per la causa di beatificazione.

Il pellegrinaggio a Valsalice è iniziato già quando ancora i medici stavano ricomponendo il corpo riesumato di Don Bosco. Nel pomeriggio del 23 maggio, dal vicino Istituto delle Suore Francescane francesi giungono alcune allieve che portano in spalla una loro giovane compagna, malata e paralitica, che chiede a Don Bosco, piangendo, la grazia della salute fra la commozione di tutti i presenti.

Nei giorni successivi si presenta una madre che tiene per mano una bambina di quattro o cinque anni, col capo completamente fasciato da bende da cui spuntano grandi occhi malinconici, che stringe fra le mani una rosa rossa un po’ appassita che poi depone sul cristallo dell’urna.

Vi è poi una madre anziana che dice “Io non chiedo nulla a Don Bosco se non di essere sempre utile ai miei figli per i pochi anni che mi restano da vivere” e una giovane donna, vestita con grande eleganza, che singhiozza disperatamente “Don Bosco, Don Bosco, fatemi guarire!”. Nessuno l’accompagna e tutti i presenti restano in rispettoso silenzio per non turbare il suo dolore. La donna esce poi col volto ricomposto e senza più piangere: una automobile l’attende davanti all’ingresso e lo “chauffeur” le apre la portiera con un inchino.

Il 2 giugno, giorno della beatificazione, va in visita Angela Bosco, nipote del Beato, perché moglie di un figlio del fratello di don Bosco: è una vecchia signora che sosta a lungo in ginocchio pregando.

Fra i moltissimi pellegrini che fanno visita a Valsalice alla salma di don Bosco in quei giorni di maggio 1929, vi è anche Maria Bruneri, sorella di quel Mario Bruneri noto come lo “Smemorato di Collegno”, gravemente inferma per un tumore al fegato. Al tempo della beatificazione di Don Bosco è in pieno svolgimento il clamoroso caso giudiziario dello “Smemorato” o caso “Bruneri-Canella” e la vicenda di Maria Bruneri ne rappresenta un corollario: sarà sintetizzata dal giornale “La Stampa” del 3 ottobre di quell’anno, col titolo “La sorella di Mario Bruneri ridotta in fin di vita / vede don Bosco e guarisce improvvisamente”.

Domenica 9 giugno 1929, con una imponente cerimonia, il corpo del Beato viene traslato nel Santuario di Maria Ausiliatrice: «In questa Basilica edificata e consacrata da Don Bosco il 9 giugno del 1868 il fondatore dei Salesiani ritorna coll’aureola di Beato, dopo sessant’anni precisi: il 9 giugno 1929! Coincidenza di date non cercata, non voluta, ma che fa anch’essa pensare all’influenza divina che guidò in vita tutte le azioni del vivo sacerdote e che dopo morte lo assiste ancora e sempre», così commenta l’autore della cronaca di questa cerimonia che, su “La Stampa” di lunedì 10 giugno 1929, occupa la prima e la seconda pagina del giornale.

Va rammentato, sia pure in breve, che l’11 febbraio di quell’anno, il regime fascista aveva stipulato con il Vaticano i Patti Lateranensi e questo successo diplomatico è a quel tempo spesso ricordato enfatizzando i nobili tentativi di Don Bosco per una soluzione della Questione Romana: i Patti Lateranensi sono presentati come il completamento dell’opera di Camillo Cavour e vi è chi sostiene che Mussolini è un ex-salesiano perché da giovane è stato convittore della Casa di Don Bosco di Faenza!

E, visto che abbiamo citato Cavour e i Salesiani, concludiamo ricordando che San Francesco di Sales, nato in Savoia a Thorens, nel 1567 e morto a Lione nel 1622, protettore della Famiglia Salesiana e Patrono di giornalisti, autori, scrittori e sordomuti, era ricordato dalla Chiesa il 29 gennaio ma, con il calendario riformato da Paolo VI, questa ricorrenza è stata spostata al 24 gennaio.

Quanto a Cavour, era addirittura parente di San Francesco di Sales perché la sua nonna paterna, Filippina di Sales, discendeva dalla famiglia di un fratello del santo.

San Francesco di Sales (Thorens, Savoia, 1567 – Lione, 1622)