di Paola Meliga 

Il castello di Rivoli, oggi sede del Museo di Arte Contemporanea, è edificio dalla storia complessa, lunga e strettamente legata alle vicende dei Savoia, prima come conti e duchi e poi come regnanti.

Posto sulla collina di Rivoli, nelle immediate vicinanze di Torino, il castello, già menzionato in un diploma imperiale del 1159, fa risalire una delle sue prime descrizioni, come edificio fortificato, a un documento datato 1417, ove si legge di un torrione centrale attorniato da alcuni fabbricati di dimensione variabile.

La descrizione antica fa pensare, con tutta probabilità, a un edificio militare, data la posizione strategica, posta a guardia del territorio circostante, in cima al rilievo collinare che oggi sovrasta il centro storico di Rivoli.

Scorcio del centro storico di Rivoli dal piazzale del castello

Il castello e l’abitato divennero parte dei domini sabaudi a far data dal 1247 e ne seguirono le vicende sino a che nel 1883 la residenza fu ceduta al comune di Rivoli.

Il castello è stato protagonista e testimone di vicende storiche importanti.

Elenchiamo quelle più significative per dar modo di addentrarsi meglio nella complessa storia dell’edificio.

– Dopo l’acquisizione ai domini sabaudi, fu Amedeo IV, conte di Savoia dal 1233 al 1253, a far costruire una vera struttura fortificata

– Nel 1350 la dimora fu sede del matrimonio tra Beatrice di Savoia e Galeazzo Visconti

Volta della sala di Amedeo VIII o dell’Incoronazione, affrescata dai fratelli luganesi Bianchi tra 1623 e 1628 per celebrare le gesta del duca Amedeo VIII di Savoia

– Nel XV secolo vi transitò la Sacra Sindone, per la prima volta in Piemonte, e di proprietà dei Savoia

– Nel 1560, quando Torino si accingeva a diventare capitale del ducato di Savoia liberato dai Francesi, venne scelto come residenza dal duca Emanuele Filiberto, che vi si stabilì con la corte, e il suo erede Carlo Emanuele I vide la luce nel castello nel 1562

– A seguito della nascita del principe ereditario e dei buoni auspici di Nostradamus si decise di ammodernare l’edificio e ingrandirlo ad opera degli architetti Francesco Paciotto e Domenico Ponsello

Colonne e pilastri del grandioso atrio juvarriano, mai completato, elemento di raccordo tra la Manica Lunga e il castello settecentesco

– Nel corso del Seicento l’edificio si allargò ancora grazie ai lavori voluti dal duca Carlo Emanuele I che incaricò dapprima Ascanio Vittozzi e in seguito gli architetti Carlo e Amedeo di Castellamonte, padre e figlio, di trasformare l’antico maniero medioevale in residenza di “loisir”

– Nacque nel medesimo periodo anche la Manica Lunga (oggi ospita mostre temporanee di arte contemporanea) concepita come pinacoteca ducale da Carlo Emanuele I

Facciamo un salto temporale e arriviamo all’inizio del XVIII secolo, quando sia il castello che la Manica Lunga vennero incendiati e saccheggiati dai francesi durante la Guerra di successione spagnola.

Volta dell’Atrio o sala di Bacco e Arianna affrescata tra 1718 e 1722 secondo le istruzioni di Filippo Juvarra

Con le fine delle ostilità e l’assunzione del titolo regio da parte di Vittorio Amedeo II, prima re di Sicilia, poi re di Sardegna, ripresero i lavori sia di ristrutturazione che di ampliamento e nel 1715 fu il celebre architetto Filippo Juvarra a proseguire l’ambizioso progetto già elaborato da Michelangelo Garove volto a trasformare il castello in sfarzosa reggia su modello di Versailles.

Il grandioso progetto, inserito in un più complesso disegno che vedeva nella basilica di Superga, collocata sul prolungamento ideale dello Stradone di Francia, il contraltare di Rivoli, non fu mai portato a compimento e ne rimane testimonianza nelle tele dei pittori Pannini e Locatelli, commissionate dallo stesso Juvarra, e nel modello ligneo di Carlo Maria Ugliengo.

Volta della sala dei Continenti, l’unica del primo piano a essere stata decorata a fine Settecento

Nel 1730 vi dimorò re Vittorio Amedeo II, che qui visse la sua pazzia: pur avendo abdicato in favore del figlio, non ne volle sapere di lasciar perdere gli affari, e cercò di spodestare Carlo Emanuele III, il quale decise di rinchiudere il padre nella residenza rivolese.  Per l’occasione, l’edificio venne nuovamente modificato: furono aggiunte grate alle finestre e fu chiuso l’accesso alla Manica Lunga.

Veduta dell’ingresso con l’atrio juvarriano, spaccatura a cielo aperto su cui incombono le pareti non finite della Manica Lunga e del castello settecentesco

Con Vittorio Amedeo III, che lasciò il castello in appannaggio al secondogenito, futuro Vittorio Emanuele I, si fecero dei tentativi di riprendere i lavori, completando lo scalone juvarriano, ma il cantiere, affidato a Carlo Randoni, non ebbe seguito perché interrotto dall’avvento di Napoleone che, occupando il Piemonte, fece dono della residenza al maresciallo Ney, novello principe della Moskowa.

 

Nel 1863 poi, il castello fu affittato all’amministrazione comunale rivolese, che ne fece una caserma militare. Infine nel 1883 venne direttamente acquistato dal Comune di Rivoli.

 

Volta del Gabinetto delle Stampe, decorata a tempera con una finta impiallacciatura di legni pregiati

La seconda guerra mondiale fu atroce per il castello: ne distrusse buona parte degli edifici, lasciandolo in completo stato di abbandono sino al 1979.

Nel 1969 venne fatta la proposta di aprire un casinò, come era già accaduto per soli due mesi nel 1945, proposta che non ebbe il credito sperato.

Tutto il complesso fu ristrutturato nel periodo 1980/1984, anche se non fu possibile recuperare molta parte degli arredi e delle decorazioni testimoni dell’antico splendore sabaudo, che sopravvivono soltanto in parte, nelle sale storiche affrescate e stuccate.

Dal 1984 è sede del Museo d’Arte Contemporanea facente parte della Fondazione Torino Musei.

Le opere di arte contemporanea, a livello sia nazionale che internazionale, creano una simbiosi perfetta con la struttura e vi si coniugano alla perfezione.

Potete visionare, nelle immagini, alcune delle sale museo e la struttura come è oggi.

Installazione d’arte contemporanea nelle sale del castello

Tutte le foto pubblicate sono di Paolo Barosso salvo la prima, la quarta e la settima, che sono di Paola Meliga