di Milo Julini

Seguiamo Nasser al-Din nelle sue ultime fasi del viaggio in Europa. Ad accoglierlo a Milano è il principe Umberto. Prende alloggio al Palazzo Reale, chiede di vedere il Duomo e ammira la Galleria Vittorio Emanuele.

Ricevimento dello Scià di Persia all’Opera Italiana a Londra, 8 giugno 1873 (Da: The Illustrated London News, 1873), riportato da Comandini A. e Monti A., L’Italia nei Cento Anni del Secolo XIX, volume V (1871-1900), Vallardi, Milano, 1930-1942, p. 194

Dopo Milano si reca a Vienna, incurante del pericolo del colera che dilaga in città. Viaggia su un convoglio della Casa imperiale austriaca. Il vagone principale è ampio, munito di otto ruote, contiene un’anticamera, due piccole sale e un salone ammobiliato con lusso e ricercatezza.

A fine luglio è annunciato che Nasser al-Din per recarsi in Turchia, a Costantinopoli, tornerà in Italia per imbarcarsi a Brindisi. L’11 agosto è a Bologna all’Hotel Brun. Riparte il giorno seguente per Brindisi dove arriva nella tarda mattinata del 13. Alle 2 pomeridiane si imbarca sullo yacht ottomano Sultanie e parte per Costantinopoli.

Dopo che Nasser al-Din ha lasciato Torino, la Gazzetta Piemontese del 27 luglio presenta ai lettori un quadretto di quotidianità regale che denota le buone fonti di informazione del giornale. Leggiamo insieme l’articolo dai toni ironici e un poco irriverenti, intitolato Costumanze dello Scià:

«Se lo Scià, rispetto al pubblico, vive una vita affatto europea, il tempo che passa ne’ suoi appartamenti è completamente regolato alla maniera orientale.

I suoi pasti gli sono forniti dalla cucina dell’albergo, ma il pollo e il montone, questi due piatti indispensabili ad ogni pranzo persiano, sono preparati dal suo cuoco particolare.

Panorama di Vienna, una delle tappe del viaggio europeo dello Scià, verso il 1870

Lo Scià mangia coricato sopra un letto di riposo o sopra un tappeto, secondo l’uso levantino: tutti i piatti sono deposti sul tappeto ed egli demolisce senza misericordia e sperpera le piramidi di frutta e di dolci architettate con tanta fatica e sapienza.

Non beve che vino di Bordeaux e del migliore. Il Château-Lafitte ha l’onore di essere il suo prediletto; ciò prova che si può essere un perfetto enologo quantunque discepolo di Maometto.

L’abitudine dello Scià è di prendere una refezione alla sera e di prolungarla a notte inoltrata. In conseguenza non fa, come gli antichi Persiani suoi antenati, le sue preghiere sulla montagna allo spuntar del sole. Di consueto egli si alza di letto assai tardi e non ama troppo i convegni che gli sono dati prima del mezzogiorno. Alle sue occupazioni, che del resto sono di leggiera importanza, non dedica che le ore pomeridiane».

L’articolo conferma quanto abbiamo già evidenziato: nello Scià non si scorgono i tratti del Capo di Stato quanto quelli coreografici di un principe da favola, conditi con una neppure poi tanto velata supponenza da Vecchio Continente.

Non meno interessanti appaiono le annotazioni vergate dalla baronessa torinese Olimpia Savio, testimone degli avvenimenti. Anche in questo caso campeggia lo sberleffo e il senso di superiorità:

«26 luglio 1873. Visto l’arrivo dello Scià di Persia.

Il Re e il Principe ereditario, preceduti con tutta solennità dalla corte militare e dai corazzieri, furono a riceverlo alla stazione. Il petto del monarca orientale era tutto gemme, come la vetrina d’un gioielliere; portava in sul képi quasi un ventaglio trapunto da un fitto strato di gioie che abbacinava a fissarlo.

Lo Scià è giovane, non brutto, ma ha carnagione color dell’esca[1], un antipatico naso schiacciato, che abusa dello spazio dalla natura a lui concesso; poi ha certi occhi fiammeggianti, ma da tigre, così che se per disgrazia fossi una delle tante sue mogli, non dormirei mai che a mezze ciglia, come gli uccelli, perché deve avere l’artiglio violento come il bacio. Appena fu a Parigi, rimandò le mogli in Persia, perché si permisero una sera a teatro d’esser gelose di alcune ballerine, dal coronato figlio del sole guardate con insistenza. E che quell’occhio d’avoltoio [sic] di S. M. orientale non sia fatto per conciliare il sonno, lo confermano i cenni storici su di lui, i quali dicono che per una minima trasgressione fa tagliare in presenza sua una testa. Una cronaca dice che fa le sue preghiere al sol nascente; dorme, avvolto da ricco scialle, su d’un materasso steso in terra; riceve i più alti personaggi seduto in terra con un piede in mano; suol convertir in cucina la camera da letto e di ricevimento; sgozza ogni mattina un agnello colle sue mani regali; è assai còlto, ma ha delle lacune nella scienza della pulizia, malgrado le frequenti sue abluzioni. Quanto al numeroso seguito dello Scià, ad eccezione del primo ministro, che ha fama di uomo coltissimo ed ammodo, il resto sembra un drappello di sguatteri»[2].

Lo Scià di Persia Nasser al-Din in visita di Stato a Londra nel 1873

Spenti i riflettori sulla scena mondana di una Torino che ha riscoperto l’effimera ebbrezza del suo ruolo di Capitale, la Gazzetta Piemontese, fino ad ora cassa di risonanza di questo sentimento a metà via fra la nostalgia e l’entusiasmo, sente il dovere di presentare ai lettori più avveduti una riflessione critica intorno alla persona dello Scià.

Il tono di quello che potremmo oggi considerare un articolo di fondo è indubbiamente retorico ed evidenzia l’intenzione di tracciare una netta linea di civiltà tra l’Europa e il resto del mondo. Ne proponiamo alcuni stralci:

«Ecco adunque finite le feste; ecco quasi compiuta la peregrinazione dello Scià di Persia. Quale impressione, qual frutto, diciamolo pure, ne avrà ricavato?

Avrà desso [egli, N.d.A.] compreso, nella sua rapida corsa attraverso l’Europa, quali sono i principi che fanno grandi, felici, prosperi i popoli e nazioni, e quali sono le cause della decadenza, della povertà, della impotenza degli imperi?

Avrà desso penetrato come la forza e lo sviluppo d’ogni Stato dipenda dal grado d’istruzione, di educazione, di laboriosità dei popoli, e come ricchezza d’ori, di gemme, stuolo di adoratori, paggi ed adulatori, pompe di Corte, sono peggio che vane cose, quando i popoli sono miseri, quando si muore di fame nelle campagne e nelle città?

E spingendo più oltre il suo sguardo avrà lo Scià concepito un piano, una linea di condotta per risolvere il difficilissimo problema di elevare la plebe, i servi della gleba che miseramente trascinano la vita in Persia alla dignità di popolo? […]

Avrà desso compreso che bisogna istruire ed educare, e assicurare con la giustizia le proprietà e la vita dei sudditi contro ogni prepotenza di grandi e di principi, e quindi gradatamente elevarli alla partecipazione della cosa pubblica fino a condurli a sapersi servire della più larga libertà? […]

Avrà desso questo sovrano orientale compreso quali sono i mali che travagliano pure questa civile Europa? […]

Avrà desso osservato che non bastano le leggi liberali, se i principii di libertà non sono penetrati profondamente nell’animo dei popoli? […]

Questi pensieri, queste domande certo erano nella mente di molti di coloro che ieri assistettero all’imponente partenza dello Scià; fra i popolani stessi alcuni esclamavano: “tanto fasto, mentre i suoi popoli muoiono di fame”, ed è perciò che abbiamo voluto di questi pensieri prendere nota, essendo pieno di preziosi insegnamenti il confronto delle condizioni diverse in cui si trovano i popoli del mondo civile».

Al di là dell’esagerata autostima del Vecchio Continente, nell’articolo si percepisce una velata stizza nei confronti dell’effettiva utilità per la Nazione di questa accoglienza regale sotto tutti i punti di vista, anche economico. In soldoni, il rapporto costo-beneficio per l’Italia quale è stato?

Già in passato, come ampiamente descritto in apertura, le trattative per un commercio di bachi da seta con la Persia sono sostanzialmente naufragate per l’italico immobilismo.

Persia antica: incisione con piccionaia presso le rovine di Ispahān (o Isfahān) – 1862

Una quindicina di anni dopo, l’Italia accoglie in pompa magna il massimo rappresentante del Paese partner di un trattato commerciale che non abbiamo saputo sfruttare. Il giornalista sembrano chiedersi: “A che pro questo costosissimo invito?”.

Infatti, leggiamo nella Gazzetta Piemontese del 31 luglio 1873, che la visita avrà scarse ricadute diplomatiche. L’Italia, anche se aspira al ruolo di grande potenza, non potrà intromettersi nelle questioni politiche dell’Asia Centrale. L’articolista prosegue auspicando la futura creazione di stabili rapporti diplomatici fra i due governi. Infatti, si deve amaramente prendere atto della sostanziale inutilità, ai fini delle stesse relazioni diplomatiche, della visita dell’ambasciatore persiano a Torino nel 1858 nonché della missione italiana in Persia nel 1862.

Ma tutto questo ha dei costi che il giovane Stato italiano non può permettersi per le sue gravi difficoltà economiche che lo travagliano già per l’ordinaria amministrazione. L’articolista conclude con una soluzione da parenti poveri: appoggiarsi ad altre ambasciate persiane già accreditate a Vienna e a Parigi.

Insomma, una visita che ha il sapore di un costosissimo divertissement e chi s’è visto s’è visto…

Un po’ come avrebbe e ha detto quel grande conoscitore dell’animo umano che è stato Trilussa nella poesia L’incontro de li sovrani datata 1908:

«Bandiere e banderole,

penne e pennacchi ar vento,

un luccichio d’argento

de bajonette ar sole,

e in mezzo a le fanfare

spara er cannone e pare

che t’arimbombi drento.

Ched’è? chi se festeggia?

È un Re che, in mezzo ar mare,

su la fregata reggia

riceve un antro Re.

Ecco che se l’abbraccica,

ecco che lo sbaciucchia;

zitto, che adesso parleno…

– Stai bene? – Grazzie. E te?

e la Reggina? – Allatta.

– E er Principino? – Succhia.

– E er popolo? – Se gratta.

– E er resto? – Va da sé…

– Benissimo! – Benone!

La Patria sta stranquilla;

annamo a colazzione… –

E er popolo lontano,

rimasto su la riva,

magna le nocchie e strilla

– Evviva, evviva, evviva… –

E guarda la fregata

sur mare che sfavilla».


[1] Materiale essiccato di colore brunastro, costituito da un fungo imbevuto di salnitro che, posto sulla pietra focaia, si accende con le scintille prodotte dall’acciarino.

[2] Raffaello Ricci, Memorie della Baronessa Olimpia Savio, Volume secondo ed ultimo, Fratelli Treves, Milano, 1911, pp. 258-259.