di Paolo Barosso

Tra i villaggi più isolati del Piemonte, attraversato da un’unica stradina chiamata “La Gassa” (evidente la derivazione dal vocabolo germanico “strasse”, nel significato appunto di strada), l’abitato di Campello Monti (Kàmpel nella lingua dei Walser, localmente detta “tittschu”) fa risalire le sue origini allo stanziamento in valle Strona, nell’alto Cusio, di un gruppo di genti Walser che nel corso del XIV secolo si stabilirono qui, provenienti dalla contigua Valsesia.

Veduta invernale di Kàmpel/Campello Monti – ph Filippo Spadoni

Com’era consuetudine per queste popolazioni di montanari, abituate a convivere con le asperità dell’ambiente alpino, alcuni abitanti del piccolo centro valsesiano di Rimella (Remmalju), adagiato nella valle laterale del Mastallone e a sua volta fondato a metà del Duecento da coloni del Vallese svizzero, giunti in fasi successive da Visp e dalle valli di Saas e del Sempione, si distaccarono dalla comunità di origine, allo scopo di trovare pascoli da sfruttare per il bestiame, dando vita, con il tempo, a un nuovo insediamento permanente, battezzato Kàmpel/Campello, posto a 1305 metri d’altitudine nella selvaggia e boscosa valle Strona, che si allunga verso nord dalla città lacustre di Omegna incuneandosi tra Valsesia e Ossola.

I pascoli di Campello, tra cui le alpi Pennino e Penninetto, che con i loro toponimi rivelano un’origine pre-cristiana, legata al culto di Pen, dio celtico delle alture, erano nel Medioevo di proprietà del monastero benedettino di San Graciniano di Arona che soleva affittarli, da tempo immemore, a pastori del Cusio, ma già dalla prima metà del Trecento, come attestato dai cartari monastici, compaiono i primi abitanti Walser di Rimella che, sulla base di contratti di locazione novennali, si assicuravano l’uso di questi pascoli alla testata della valle Strona.

La settecentesca chiesa parrocchiale di Campello con la caratteristica copertura in piode – ph Paolo Barosso

La negoziazione per l’affitto degli alpeggi avveniva, per consuetudine, tramite intermediari, in questo caso i signori di Crusinallo, che agivano come fossero “avogadri” laici, cioè incaricati dall’abate di curare l’amministrazione dei beni monastici, comparendo quindi come mediatori tra la comunità monastica e i pastori che sfruttavano l’alpe, essendo responsabili del buon andamento del contratto e della conduzione dell’impresa.

La fondazione di un insediamento permanente, cioè l’odierno abitato di Campello (la dicitura “Monti” venne aggiunta alla titolatura del paese solo nel 1862 per distinguerlo da Campello sul Clitunno in Umbria), non avvenne contestualmente all’inizio della presenza Walser in queste zone, ma va situata cronologicamente alla metà del XV secolo, quando i contratti di affitto novennali dei pascoli si tramutarono in locazione perpetua e ereditaria a canone fisso, stipulata direttamente tra il monastero di Arona e la Comunità Walser di Rimella.  

Veduta panoramica dell’abitato di Campello – ph Filippo Spadoni

Fino al 1551, l’anno in cui un vescovo di passaggio provvide a consacrare un pezzetto di terra per ricavarvi il nuovo cimitero, gli abitanti della colonia Walser di Campello continuarono a valicare il passo della Bocchetta di Rimella (o Bocchetta di Campello), a oltre 1900 metri di quota, per raggiungere il paese degli antenati, Rimella, e seppellirvi i loro defunti. Sul piano religioso il processo di affrancamento di Campello dalla comunità di Rimella si completò tardi e in due fasi successive: nel 1597 si decretò il passaggio di Campello dalla parrocchia di Rimella a quella di Forno in valle Strona, mentre risale al 1749 il riconoscimento dell’autonomia ecclesiastica con la nomina del primo parroco.

I costumi e le abitudini di vita degli abitanti di Campello erano naturalmente quelli propri dei Walser, popolazione di ceppo germanico derivata dagli Alemanni che, nel corso delle loro leggendarie migrazioni, si insediarono tra il X e l’XI secolo alla testata della valle del Rodano, la “vallis poenina” dei Romani (da cui Alpi Pennine, evidente lascito della cultura celtica), e in particolare sull’altopiano del Goms a 1500 metri circa di altitudine.

I ripidi versanti della valle Strona coperti da fitti boschi

Qui i Walser, contrazione di Walliser, cioè abitante del Vallese, acquisirono le abilità necessarie per sopravvivere alle alte quote, imparando a sfruttare i terreni magri e impervi di montagna e a convivere con le difficoltà di un ambiente ostile, che essi seppero modellare per adattarlo alle esigenze umane.

Con l’incremento della popolazione, a partire dal tardo XII secolo, e poi nel corso dei secoli successivi, i pastori del Goms raggiunsero, in piccoli gruppi, tutto il Vallese, e da qui diedero vita alla “diaspora” Walser, fondando colonie sempre a quote elevate, in genere oltre i 1000 metri d’altitudine, in un raggio territoriale molto vasto, fino al Voralberg austriaco e alla Baviera, espandendosi anche verso l’Oberland bernese, i Grigioni, il Canton Ticino (Bosco Gurin) e, ad est, nell’alta Savoia.   

Scorcio della valle Strona

Nella prima metà del XIII secolo i Walser dell’alta valle del Rodano, ormai ben conosciuti per la loro capacità di rendere produttivi, per finalità agricole o di allevamento, i terreni d’alta quota, altrimenti destinati a rimanere incolti o non sfruttati, iniziarono a spostarsi nel versante sud delle Alpi, stanziandosi in comunità via via più numerose alla testata delle valli dell’alto Piemonte, dove la colonia più antica è quella di Formazza/Pomatt, e in alcune valli laterali della Valle d’Aosta.

Contrariamente a quanto si riteneva in origine, recenti studi hanno appurato, con sufficiente margine di certezza, che furono più che altro enti religiosi e ecclesiastici, in particolare i monasteri, in veste di proprietari di vasti appezzamenti e pascoli in alta montagna, a chiamare i Walser affinché, sulla base di contratti di affitto ereditario e perpetuo secondo le norme del “diritto dei coloni”, mettessero a frutto questi terreni d’alta quota, che essi erano perfettamente in grado di far rendere.

L’edificio della vecchia scuola elementare di Campello

I Walser di Campello vivevano secondo il caratteristico modello dell’insediamento di tipo sparso, imperniato sulla fondazione di fattorie isolate e autosufficienti, dette “hof”, integrando i proventi di un’agricoltura di montagna, basata sulla coltivazione di cereali adatti alle alte quote, resistenti al freddo, in particolare la segale e l’orzo, con l’allevamento di capi bovini, ovini e caprini, da cui si otteneva latte, burro e formaggi, beni alimentari usati per consumo domestico o venduti dalle donne di famiglia al mercato di Omegna per acquistare con il ricavato prodotti non disponibili o scarseggianti in alta valle, quali farina, pane, riso.

Le abitazioni di Campello, raccolte attorno alla chiesa di San Giovanni Battista

Le caratteristiche morfologiche dell’alta valle Strona, con terreni a forte pendenza, condizionarono l’economia della comunità di Campello, basata più sullo sfruttamento dei pascoli per l’allevamento che non sull’agricoltura, ma in grado di contare anche su altre significative attività tradizionali, come l’impiego del legno, di cui sono ricchi i boschi della valle Strona, per la fabbricazione di attrezzi e utensili a uso domestico, ma soprattutto la lavorazione del peltro, una lega ottenuta da un impasto di materiali, con prevalenza dello stagno, settore in cui i campellesi si distinsero a tal punto che una famiglia di peltrai locali  fece fortuna e divenne famosa esercitando questo mestiere in Baviera.    

Le borgate della valle Strona appaiono aggrappate ai ripidi fianchi montani, tra fitti boschi e pascoli

Per quanto riguarda la lingua dei Walser, a Campello, diversamente dalle altre colonie Walser del Piemonte, che seppero mantenerla più a lungo e anche, in alcuni casi, fino ai nostri giorni, se ne perse completamente l’uso tra la fine dell’Ottocento e il primo Novecento, anche per l’effetto di decisioni assunte dalle autorità civili e religiosi che finirono per disincentivarne il ricorso da parte della popolazione, già a partire dall’accorpamento a fine Cinquecento della comunità di Campello alla parrocchia di Forno e l’invio di parroci non parlanti il tittschu.

Campello fu poi comune autonomo per circa un secolo, dal 1814 al 1929, quando venne aggregato al nuovo comune di Valstrona, creato per fondere assieme diverse comunità della valle, e, con lo spopolamento progressivo del secondo Dopoguerra, l’antica colonia Walser oggi non conta più residenti fissi per tutto l’anno, ma si anima solo durante la stagione estiva per l’arrivo dei villeggianti e la salita delle mandrie agli alpeggi.

Note bibliografiche

Vercellino F., Insediamenti Walser a sud del Monte Rosa. Liberi all’ombra del tiglio, Priuli & Verlucca, Torino 2004

www.isolelinguistiche.it, sezione Campello Monti Piemonte