di Paolo Barosso

Il comune di Mattie, composto da più frazioni (borgià) sparse sul versante destro (inverso) della media valle di Susa, si trova adagiato in un fertile altopiano, a circa 700 metri di altitudine, appartato e nascosto alla vista di chi percorre il fondovalle tra Bussoleno e Susa.

Veduta delle vette valsusine da Mattie

Il pianoro su cui sorge, tenuto a prati e pascoli alternati a orti, frutteti e piccole vigne, è stretto tra le pendici del gruppo montuoso dell’Orsiera, Rocca Nera e Punta Mezzodì e la sequenza di contrafforti delle colline “montonate” che sono state modellate in epoca preistorica dall’azione del grande ghiacciaio valsusino e che lo proteggono dai freddi venti di nord-ovest, garantendo condizioni climatiche favorevoli alle pratiche agricole.

L’area di Mattie è stata abitata sin da tempi remoti, come attestano le numerose testimonianze archeologiche rinvenute. Tra queste, ricordiamo: gli attrezzi risalenti al Neolitico, tra cui un’ascia e un martello a mandorla con foro, custoditi nel Museo Civico di Susa, oggi ospitato nelle sale del castello di Adelaide, il sito di arte rupestre noto come Pera Crëvoulà, poco a monte della borgata Menolzio, in cui sono visibili 237 incisioni coppelliformi su tavola rocciosa, oltre a 13 canaletti e 5 croci, forse appartenenti a un più esteso complesso cultuale, scoperto nel 1965/66 dall’archeologo pinerolese Berger e interpretato come “altare preistorico” (la tradizione locale vede invece nel reticolo delle incisioni una sorta di “mappa del paese”, aggiornata nel tempo, dove le coppelle rappresentano le abitazioni e le croci indicano le chiese), e il menhir situato in prossimità della Pera dou Rei, sempre nelle vicinanze dell’abitato di Menolzio, dove si conservano anche i resti di un oppidum celto-ligure e le tracce di Villa Menosii, insediamento di epoca romana la cui esistenza è stata suffragata dal ritrovamento di elementi laterizi e lapidei riferibili a una struttura funeraria.  

Scorcio del pianoro di Menolzio, frazione di Mattie

La prima citazione scritta della località di Mattie è contenuta nella “cronaca di Fredegario”, testo attribuito al cronista merovingio Fredegario, che nel VII secolo la menziona con il nome di “Ametegis”. Si ritiene che, almeno fino al XIV secolo, il territorio mattiese fosse, dal punto di vista giuridico e amministrativo, suddiviso tra due distinte comunità, fisicamente separate dal corso del rio Gorand (antico idrotoponimo forse derivante dall’unione della radice preindoeuropea gor, acqua, e dal germanico randa, limite o confine), oggi conosciuto come rio Corrente: a est l’abitato di Maticum/Mathiesis (l’originaria Mattie) e ad ovest quello di Menosii/Menonis (Menolzio), trattate per parecchio tempo anche negli atti di investitura come feudi a se stanti.

La casaforte di Menolzio con le cime innevate sullo sfondo

Ancora Ettore Patria, nel suo studio su Mattie, descrive le sacre rappresentazioni di Santa Margherita del 1820 e 1821 sottolineando la tendenza degli abitanti di Menolzio a rimarcare con orgoglio identitario la propria autonomia dalla parrocchia di Mattie come segno che evocava l’antica indipendenza, di cui ancora c’era memoria.

Proprio nel territorio della frazione di Menolzio, in cima a uno sperone roccioso in posizione dominante sul fondovalle valsusino, sorge uno dei monumenti più suggestivi del comune di Mattie, la cosiddetta “Casaforte di Menolzio”. Dell’antica struttura, pensata per scopi militari e residenziali insieme, originaria del XIII secolo, sopravvive un torrione massiccio, di forma parallelepipeda, che, in origine, doveva essere protetto da un recinto fortificato, non più esistente, se non per alcune porzioni superstiti.

La casaforte di Menolzio vista dalla stradina di accesso che collega il pianoro alla sommità del dosso roccioso

Il ripido scoscendimento che si apre aldilà della valletta in cui si trova la borgata Grandi Tanze e che, bruscamente, sprofonda verso il fondovalle, oltre ad accrescere il fascino della casaforte, per la sua posizione di vedetta, ne rende evidente l’attitudine difensiva, pur avendo il manufatto anche funzioni di residenza per il signore e la sua famiglia.

La casaforte di Menolzio, mostrando chiare affinità con altre costruzioni valsusine più o meno coeve, come la Torre dei Saraceni di Oulx o la torre del ricetto di San Didero, è ritenuto originaria della seconda metà del Duecento, e non molto oltre come collocazione temporale, situandosi così in quel periodo del Medioevo in cui in valle di Susa si ebbe il passaggio dalle fortificazioni in legname e terra a quelle realizzate facendo ricorso alla pietra, pur senza mai abbandonare del tutto gli elementi lignei. L’aspetto esterno è conforme ai caratteri tipologici delle caseforti di area susina, studiate da Cristina Natoli, che appaiono in genere prive di fossato difensivo, anche per la conformazione rocciosa dei terreni, e senza apparato a sporgere.

Caratterizzata da un coronamento a merli guelfi ancora ben visibile, la casaforte era formata dalla sovrapposizione di tre ambienti, ciascuno provvisto di un ingresso autonomo: la cantina, l’ampia stalla al pian terreno, sorretta dal caratteristico pilastro centrale, e la parte superiore abitativa, composta dal grande salone del primo piano, riscaldato da un grade camino, e dal sottotetto.

L’iniziativa della costruzione è ricondotta dagli studiosi agli Aschieri, nobile famiglia savoiarda di origine burgunda arrivata in valle di Susa al seguito dei conti di Savoia, di cui furono fedeli vassalli. Un documento del 1151 li indica come generici concessionari del territorio, comprensivo di Menolzio e Mattie, soggetto alla giurisdizione degli abati di San Giusto di Susa, fiorente monastero fondato nel 1029 per iniziativa di Alrico, vescovo di Asti, e del fratello Olderico Manfredi, marchese di Torino (altre fonti, invece, attribuiscono la fondazione della casaforte alla famiglia dei Farguil, che venne investita di parte del feudo nel corso del Duecento e che, a sua volta, cedette la costruzione ai Bartolomei con atto di vendita del 1291).

Il campanile della chiesa di Santa Margherita nel territorio di Menolzio

Dalla cima del dosso su cui svetta la casaforte lo sguardo, spaziando liberamente, incontra, a un certo punto, il campanile della chiesa di Santa Margherita, anch’essa situata su un promontorio roccioso nel territorio di Menolzio. Le sembianze dell’edificio sacro sono oggi seicentesche, ma la fondazione è molto più antica, trovandosi menzionato già in un documento del 1250.

Le vestigia del “castrum” nei pressi della chiesa di Santa Margherita

In origine, doveva assolvere alla funzione di cappella castrense, luogo di culto privato annesso a un castello o casaforte, che sorgeva sull’altura e di cui si scorgono le vestigia, in parte avvolte dall’edera. Qui, e negli immediati dintorni, si trovavano le altre costruzioni medievali di Menolzio, di cui sopravvivono affascinanti ruderi, tra cui la “Torre della Giustizia”, nome romantico assegnato in epoca successiva alla Turris Barralium citata nelle fonti, fatta erigere dalla famiglia Barrali (o Barralis), che nel corso del XIV secolo subentrò nella titolarità del feudo. Il manufatto ebbe vita breve in quanto risulta già in rovina nel 1641.

Scorcio della borgata Meitre, frazione di Bussoleno

L’itinerario sul versante “inverso” della valle compreso tra i comuni di Mattie e Bussoleno, oltre a toccare diverse borgate, che meritano una visita per ammirare il ricco patrimonio architettonico alpino, include un altro sito medievale fortificato, il cosiddetto Castel Borello, già citato in documenti del Trecento, ma risalente, come la casaforte di Menolzio, al secolo precedente o addirittura, come ritengono alcune fonti, al tempo della comitissa Adelaide di Torino, impropriamente conosciuta come marchesa di Susa, che avrebbe concesso la località in feudo alla famiglia Borello, promotrice della costruzione di un primo apprestamento difensivo e residenziale.  

La cappella di borgata Meitre di Bussoleno

Riferendosi alla struttura fortificata, il narratore inglese Samuel Butler nel suo libro “Alpi e santuari” (1881) annotava “Lungo la strada vidi una radura su una collina poco sopra di me, degna del pennello di Cima da Conegliano, su cui sorgeva fra i castagni una specie di maniero turrito. […] Il nome del posto è Castel Burrello ed è tenuto da un vecchio prete che si è ritirato qui a finire in pace i suoi giorni. […] Mi spiegò che il vecchio castello non era mai stato un luogo fortificato, ma che serviva soltanto come residenza estiva dei baroni di Bussoleno, che erano soliti recarvisi durante il periodo in cui il caldo era più intenso, tempi permettendo. […] Il luogo, comunque, con i prati in declivio dominati dal castello, è di impareggiabile bellezza».

Il pianoro di Castel Borello

Il castello, sito nei pressi della frazione Baroni a 633 metri di altitudine alla sommità di un dosso arrotondato in splendida posizione panoramica sul fondovalle, appare sostanzialmente integro nel suo aspetto trecentesco, con il coronamento a merli guelfi, l’assenza di fossato e apparato a sporgere, come nel caso di Menolzio, e le due bertesche laterali, torrette pensili in forma cilindrica sporgenti dallo spigolo (con il termine “bertesca”, derivato dal latino medievale brittisca, forse da Brittus, bretone, si indica, secondo il Dizionario del Medioevo di Alessandro Barbero e Chiara Frugoni, “un’opera leggera in legno o in muratura, fatta a torretta, costruita a piombo o sporgente da un muro fortificato, per migliorare le funzioni di guardia e d’avvistamento”).

Il fronte nord del Castel Borello con le torrette pensili ai lati

Passato più volte di proprietà, Castel Borello fu anche abitato nella prima metà del Seicento dal celebre medico Gian Francesco Fiocchetto, la cui fama è legata all’opera di assistenza che egli prestò in favore degli ammalati durante la pestilenza del 1630 a Torino, ma anche alla descrizione di quei nefasti eventi contenuta nel suo “Trattato della peste o sia contagio di Torino descritto dal protomedico G.F. FIOCHETTO”. Già protomedico e consigliere di stato del duca Carlo Emanuele I di Savoia, nel 1633 ricevette in feudo Bussoleno e Castel Borello.

Scorcio di Castel Borello con il coronamento a merli guelfi ancora ben visibile

Note bibliografiche:

di Flavio Conti, Castelli del Piemonte. Tomo III: Torino e Cuneo, De Agostini, 1980

Tesi di laurea di Marianna Antonielli d’Oulx, Il feudo ed il comune di Mattie e di Menolzio, Vivant